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  Nei discorsi di d. Zeno Saltini sono quasi assenti i richiami alla dottrina sociale della Chiesa, che riteneva lontani dalla radicalità evangelica. Si sente invece affiorare di continuo l’eco del pensiero socialista.
In gioventù aveva molto frequentato militanti socialisti, che stimava e amava.
In queste parole dei suoi ultimi anni si sente quanta partecipazione ancora provasse per gli ideali del socialismo:

"Vivevo in mezzo al socialismo, a Fossoli; era il centro del socialismo, tutte le feste venivano degli oratori a parlare in piazza. [...] Ho vissuto in mezzo agli operai, ne avevamo parecchi: mezzadri e operai, molti. Io vivevo a contatto con loro, e ho scritto anche in uno dei miei libri la storia di Righìn. Lavoravo con lui e mi spiegava sempre il socialismo: che si arriverà a essere tutti giusti, cioè alla distribuzione giusta della ricchezza, del lavoro. E lui spiegava. Aveva sette, otto o nove figli, non so, era misero, una miseria! Raccontava che il socialismo avrebbe pian piano creato la giustizia, la distribuzione dei beni, del lavoro, della produzione."

C’erano tutte le premesse per fare di lui, come fu di molti giovani di estrazione borghese, un acceso massimalista. Invece, la lunga frequentazione con il parroco (persona sensibile ai problemi sociali, ma di assoluta obbedienza alla Chiesa) e gli impegni che, su suggerimento di questi, era andato via via assumendo in associazioni e iniziative cattoliche locali, hanno tenuto questo giovane fervido di idee e di voglia di fare, saldamente legato alla tradizione cattolica della famiglia.
Zeno Saltini diviene così un sacerdote in cui si fondono - una incrollabile fede in Cristo, al quale si rivolge con schiettezza fraterna - una fedeltà alla Chiesa così assoluta da consentirgli le critiche più accese - un impegno pubblico in termini di libertà, uguaglianza, fraternità da farne un agitatore sociale.

1945. Dopo aver visto a Roma riprodursi la divisione tra la sinistra marxista e quella di ispirazione cattolica, d. Zeno, tornato in Emilia, tenta un movimento unitario dei lavoratori ai quali dice: fate “mucchio”, siete la maggioranza, vincerete. Parole che riecheggiano quelle con cui si conclude Il manifesto dei comunisti: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

1950. In un discorso tenuto in una cittadina del modenese d. Zeno narra questa parabola. Un popolo oppresso muove unanime contro l’oppressore; questi però si salva infiltrando tra i ribelli alcuni emissari che suscitano due fazioni opposte: quelli che gridano “viva Gesù Cristo” e quelli che gridano “viva Carlo Marx”. “Adesso posso dormire tranquillo” dice il tiranno.
E’chiaro che al solo grido “viva Carlo Marx” il popolo, che si stava finalmente ribellando, non avrebbe deposto le armi; la ribellione si è spenta perché c’è stato anche l’altro grido. Non è azzardato dire che l’oratore avrebbe preferito un finale diverso.

1951. Dar da mangiare a tutti è una scienza.


d. SALTINI - La società è una realtà visibile che è prima di qualsiasi ragionamento, della filosofia, della religione. Ha bisogno di nutrire il corpo, quindi ha diritto di procurarsi gli alimenti; ha bisogno di conoscere, quindi ha diritto di indagare; ha bisogno di amare, quindi ha diritto di vivere il proprio amore. Gli Stati attuali non garantiscono questi diritti naturali a tutti. Anche un solo cittadino oppresso ha diritto di ribellarsi.
Fare della scienza sociale e applicarla è competenza di tutti, come fare della matematica. Questo non è ancora cristianesimo: è la matematica della vita, pura e semplice scienza.

Ritenere che la giustizia sociale vada trattata come scienza è una conquista laica e marxiana.
d. SALTINI, Vangelo alla mano, prosegue e chiede di più:

"Scienza che i cattolici devono osservare prima ancora di pretendere di essere cattolici. Se i cattolici vogliono essere coerenti alla loro fede, devono attuare Cristo, che va oltre la scienza sociale...

1964. Su quel che il lavoro deve rappresentare per l’uomo:

d. SALTINI - Dice il padrone: qui tu puoi guadagnare anche molto. Dice anche: se non si fa così l’uomo lavora senza passione... Ma questo allora vuol dire che siamo degli schiavi. Io dico invece che il mio lavoro non ha prezzo. [...] Il mio lavoro è un collaborare alla creazione per moltiplicare il benessere umano attraverso la produzione, anche se produco dell’arte, della musica. E io collaboro facendo l’operaio in questo stabilimento.
Io so che per vivere ho bisogno di tanto, tanto se sono sano, tanto se sono malato, ed è bell’e finita. Però voglio sapere dove vanno i frutti del mio lavoro. Io so che ogni operaio dà al principale il dieci o anche il cinquanta per cento di quel che produce. Non posso dartelo. La tua signora ha la villa al mare e ai monti, i tuoi figli...[...] Io voglio sapere che cosa arriva del mio lavoro a quello che è disoccupato, a quell’altro che è invalido, al negro che non ha da mangiare.

MARX - [L’operaio] vende [la sua forza lavoro] ad un terzo per assicurarsi i mezzi di sussistenza necessari. La sua attività vitale è dunque per lui soltanto un mezzo per poter vivere. Egli non calcola il lavoro come parte della sua vita. Esso è una merce che egli ha aggiudicato a un terzo. Perciò anche il prodotto della sua attività non è lo scopo della sua attività. [...] La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività.

d. SALTINI - Non si misura il lavoro come si fa con una merce. Ognuno lavora le ore che è in grado di lavorare e tutti ricevono il necessario alla vita. Potrà mai Dio darti talenti e doti per ridurre gli altri a fattori di produzione?

Quasi le stesse parole. L’autore cristiano pone un particolare, diverso, accento sulla funzione del lavoro, ma la diagnosi e le conclusioni sono le medesime.

1965. Il rifiuto di fare della propria forza lavoro una merce, è in d. Zeno un tema ricorrente:

d. SALTINI - Se mi sognassi una notte di lavorare sotto padrone, e dare un prezzo al mio lavoro, se non mi sveglio presto muoio dallo spavento.

1972. Si rimprovera a Nomadelfia di aver rifiutato di assumere come dipendenti due operai bisognosi di lavoro.

d. SALTINI - Noi non siamo dei datori di lavoro! [...] Siamo partiti per far vedere che si può vivere il Vangelo nel rapporto di lavoro: si lavora tutti e le cose che si producono vengono distribuite a ciascuno secondo le esigenze. Noi non accettiamo questo rapporto perché è sbagliato.

MARX -
La soggezione economica del lavoratore nei confronti dei detentori dei mezzi di lavoro, cioè delle fonti della vita, è la causa prima della schiavitù in tutte le sue forme, di ogni miseria sociale, di ogni pregiudizio spirituale e di ogni dipendenza politica.

***

Il testo di una canzone, scritta e musicata da d. Saltini:
 

SU FRATELLI

Su fratelli, senz’armi corriamo
questa è l’ora di dare l’assalto
sol ci basta un abbraccio fraterno
e la legge cambiata sarà

RITORNELLO:
Ogni oppresso sfruttato si desti
ogni madre avvilita ci guarda
siamo plebe avvilita ed offesa
ma la legge cambiata sarà.

Non dobbiamo piegarci al bastone
degli antichi e dei nuovi padroni
siamo noi che creiamo i tiranni
siamo schiavi per nostra viltà.
... ...

 

Niente di diverso dagli inni dei lavoratori socialisti di un secolo fa.
 

***

Confrontiamo il quadro della giusta società futura, immaginato da Marx con la realtà di Nomadelfia.
Nel testo che segue Marx traccia i lineamenti della società comunista:

MARX - In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro manuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo omnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive, e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!

NOMADELFIA - La “fase più elevata” auspicata da Marx è, si direbbe, quella realizzata da d. Zeno:

  • proprietà collettiva di tutti i beni, delle attività produttive e dei servizi - esclusione di qualsiasi attività economica individuale - forme di partecipazione dei singoli alle diverse attività, al fine di ridurre la differenziazione tra lavoratori manuali e intellettuali - una fruizione dei beni economici comparata al bisogno di ogni persona, pur nella diversità dei compiti assegnati e delle capacità.

Si aggiunga, condizione ancora più estrema, l’abolizione della abitazione unifamiliare, sostituita dalla casa del gruppo di famiglie. Condizione attuata, va detto a grande merito di Nomadelfia, senza che, nella convivenza quotidiana, si producano uniformità e perdita delle caratteristiche individuali, quella tetra atmosfera che si associa a ogni immagine del collettivismo.

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Nasce una domanda per i nomadelfi un po’ scabrosa: se non è possibile dire che essi siano tutti dei perfetti cristiani, è invece possibile affermare che siano dei perfetti comunisti?

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Come realizzare una società comunista?
D. Saltini constata:

E’ strano: io credevo che i comunisti fossero fratelli tra di loro, ma ho trovato che hanno l’idea che lo stato deve imporre questo rapporto; che tra loro lo facciano spontaneamente è difficile. Una concezione che pretende dallo stato ciò che lo stato dovrebbe veramente fare: e perciò cercano di arrivare a questo attraverso le leggi.

Norberto Bobbio scrive:

Attraverso il metodo democratico il socialismo è irraggiungibile; ma il socialismo raggiunto non per via democratica non riesce a trovare la strada per il passaggio da un regime di dittatura a un regime di democrazia. Negli stati capitalisti [vale a dire oggi ovunque] il metodo democratico, anche nelle sue applicazioni migliori, blocca la strada verso il socialismo; negli stati socialisti l’accentramento del potere reso necessario da una direzione unificata dell’economia rende estremamente difficile l’introduzione del metodo democratico.

Bobbio espone le sue riflessioni mentre esistono ancora l’URSS e i paesi satelliti; oggi si è visto che non di difficoltà ma di impossibilità si è trattato.
Da quanto sopra pare di poter dedurre che il comunismo sia realizzabile solo in una società di volontari. Volontari che in cambio dell’uguaglianza economica trovano giusto accettare quelle ulteriori limitazioni alla propria libertà che tale uguaglianza comporta.

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