|
www.unpattotranoi.it Z. Saltini e il pensiero anarchico Nel
1920 Zeno Saltini, ventenne, è militare di leva a Firenze. Tra i
commilitoni incontra e frequenta due giovani anarchici. Ancora quarant’anni dopo, dirà di uno di loro: “intimo compagno”. Compagni
coi quali, racconta, ebbe un vivissimo rapporto di contrasto e di stima.
Non una sola volta disse che i loro principi fossero errati; soltanto,
essendo cattolico convinto, cercò di dimostrare che era ingiusto il loro
giudizio sulla Chiesa. Anche a questo pensava nel fondare la comunità di
Nomadelfia. Appena
rientrato a casa dopo il militare, al proprio padre che gli propone la
conduzione di una tenuta agricola, Zeno dice di voler “dar la vita su un
altro piano” e porta una sola ragione: “non voglio più essere né
padrone né servo, non voglio più servire nessuno sotto lo sfruttamento e
non voglio sfruttare nessuno”. Questi non sono propositi del socialismo
conosciuto nell’adolescenza, ma dell’anarchia conosciuta durante il
servizio militare. I socialisti aspiravano ad una società più equa, non
ad una alternativa al sistema economico borghese.
Dagli
anarchici frequentati a Firenze, il giovane Zeno aveva assorbito un altro
principio, nuovo rispetto a quelli appresi dal popolo socialista
conosciuto fino allora: la rivendicazione della libertà dell’individuo
di fronte allo stato. Su
questo tema, nel discorso di d. Z.
Saltini che il sito riporta
[ TEMA A > COME
PORSI… ], discorso che è una sorta di manifesto dell’anarco-comunismo,
c’è un passo che potrebbe appartenere al miglior oratore anarchico:
“Ogni uomo ha diritto di vivere la propria idea, a meno che, mentre la vive, non faccia del male a un altro [...] La coerenza alla propria idea è un diritto naturale: la disgrazia dell’uomo è quella di nascere cittadino di uno Stato che gli impone immediatamente una legge coercitiva. Io parto dal fatto che del mio concepimento io non sono responsabile. Se io domandassi di nascere, e di nascere in Italia, allora si potrebbe dire: sei tu che hai chiesto di essere italiano e hai accettato questa cittadinanza. [...] Io mi domando perché devo nascere sotto una legge alla promulgazione della quale non ho mai partecipato, sotto una legge che non posso condividere... ciò è una vera oppressione alla libertà dell’uomo. Perché non può nascere un uomo in un ambiente libero nel quale a una certa età decide: io con i miei amici faccio una stato, oppure vado in un altro stato, perché?"
Le comunità
anarchiche Non
mancò, tra gli anarchici, nei decenni a cavallo tra il XIX e il XX
secolo, chi cercò di dare vita ad una comunità ispirata ai propri
principi. Una “colonia agricola cooperativa” denominata “Cittadella” fu istituita nel 1887 in provincia di Cremona. Un secondo tentativo, la “colonia Cecila”, si attuò nel 1890, in Paranà, nel Brasile meridionale. Entrambe le colonie non durarono più di tre anni. Dove gli anarchici non ce l'hanno fatta, riuscirà Zeno Saltini: sono i principi della moralità cristiana che hanno fatto la differenza?
Max Stirner,
teorico dell’anarchismo Prosegue d. Z. Saltini:
"Dicono: “Lo stato concede...” Ma chi è per concedere? Lo stato “concede” un fico secco. La libertà è in me stesso. Con quale diritto tu “mi dai” la libertà? Io l’ho in me stesso. Io ho diritto di vivere la mia fede. Non posso accettare delle imposizioni alla mia libertà, per il fatto che sono nato libero, non ho chiesto niente, non ho firmato niente."
Questi concetti erano stati enunciati da Max Stirner (1806/1856), riconosciuto come un teorico del pensiero anarchico. Sono quasi le stesse parole che usa Saltini:
"Ogni libertà concessa non è vera libertà [...] Chi è liberato da altri non è che uno schiavo affrancato. La mia libertà è veramente perfetta quando diventa il mio potere; grazie a questo potere io smetto di essere semplicemente libero e divento un individuo “proprio”. [il cittadino è] uno schiavo della società e ha ragione di pretendere un diritto solo se la società glielo concede, cioè se egli vive secondo le leggi della società, ossia se è ligio alle leggi. [...] Ora io sono completamente privo di diritti miei, perchè quelli che ho, non sono miei, ma estranei. [...] Si tratta sempre di un diritto “estraneo”, di un diritto che non sono io a concedermi o a prendermi."
“Sperperatori di beni dell’animo” Aggiunge ancora d. Saltini, con quella generosa apertura che lo accomuna a Giovanni XXIII:
"E allora io devo battermi, come cristiano, a liberare il pagano, l’ateo, anche il nemico della Chiesa, da queste oppressioni. [...]"
Vengono a proposito le parole di Maurizio Maggiani, scrittore contemporaneo di ascendenze anarchiche:
"La dignità appartiene al costume anarchico così come la misericordia, se intesa non semplicemente come atto caritatevole. Il misericordioso è un animo grande che compie gesti di assoluta totale gratuità, perché il cor cordis non ha come qualità quella della produzione materiale, ha quella dell’espressione di sé. Il misericordioso è uno scialacquatore, uno sperperatore di beni dell’animo. L’idea, in quest’epoca indecente, di potere scialacquare il proprio cuore è, secondo me, davvero un gesto anarchico." Pare
il ritratto di uno dei molteplici aspetti della personalità di d. Saltini.
Ecco una piccola manifestazione di comportamento “diverso” in una
comune anarchica nata nelle Ardenne, osservata da Victor Serge nel primo
decennio del secolo:
"Giungemmo davanti a una siepe, a una porticina... Là, all’aria aperta, c’era un tavolino carico di manifestini e di opuscoli [...] Un piattino, degli spiccioli dentro, un biglietto: “Prendete quel che volete, mettete quel che potete”. Straordinaria e sconvolgente trovata! Tutta la città, tutta la terra contava i suoi soldi, ci si offrivano salvadanai nelle grandi occasioni, il credito è morto, non vi fidate, chiudete bene la porta, quel che è mio è mio, eh! Il signor Th., il mio padrone, controllava lui stesso i francobolli, non c’era modo di imbrogliarlo di dieci centesimi, quel milionario! I soldi dell’anarchia abbandonati in faccia al cielo, ci meravigliarono." Come
non pensare alla volontà di d. Saltini (volontà rispettata dai figli)
che le pubblicazioni di Nomadelfia non vengano vendute, ma siano lasciate
“prendere” fidando che ognuno dia “quello che può”? Questo piccolo dettaglio di comportamento difficilmente gli era venuto dalle conversazioni con gli amici anarchici: questa è libera “espressione di sé”, della propria diversità.
William Godwin, alle
origini del pensiero anarchico
Nelle opere del primo teorico dell’anarchismo, William Godwin (1756/1836), troviamo un concetto della giustizia distributiva espresso in forme simili a quelle che userà d. Saltini: questi diceva che le famiglie dovevano essere collegate tra loro come vasi comunicanti, nei quali il livello (di beni) rimane sempre uguale.
"Noi [uomini] condividiamo una comune natura, e le stesse cause che contribuiscono al benessere di uno contribuiscono al benessere dell’altro. [...] I nostri piaceri e i nostri dolori saranno di conseguenza simili. [...] Quindi il miglioramento che si desidera per l’uno va desiderato anche per l’altro. [L’uomo] non ha alcun diritto di prelazione di disporre di qualsiasi cosa abbia in mano. Ogni scellini di sua proprietà, e persino ogni esercizio, fosse anche il minimo, sono già destinati dai decreti della giustizia. Egli ne è solo il custode. Il mio vicino ha bisogno di dieci sterline di cui posso fare a meno. [...] A meno di poter dimostrare che il denaro possa essere usato in modo anche più benefico, il suo diritto [su questa somma] è altrettanto completo [...] che se avesse un mio pegno in suo possesso o mi avesse fornito merce per quella somma. Le buone cose del mondo sono una riserva comune, dalla quale un uomo ha titolo quanto un altro di trarre ciò che vuole. [...] Io ho diritto a mezzi di sussistenza; lui vanta un uguale diritto. Io ho diritto a qualsiasi piacere cui possa esser reso partecipe senza danneggiare me stesso o altri; il suo diritto ha identica estensione. Che magìa c’è mai nel termine “mio”, tale da giustificare il capovolgimento di una giustizia [che deve essere] imparziale? Si può dire che chi è nato povero è nato, con un altro termine, in stato di schiavitù."
Normalizzazione Per
concludere, un osservatore esterno che cerchi i rapporti fra Nomadelfia e
il pensiero anarchico può documentatamente affermare che d. Zeno Saltini
ne è stato fortemente influenzato. Negli
anni di Fossoli, creando la “città di Nomadelfia”, sarà la lezione
dei commilitoni anarchici quella che egli avrà ben presente, dopo
trent’anni, e forse, per un breve periodo, gli parve possibile
realizzarla. Fra il ‘47 e il ‘52 accadeva infatti che i giornali
titolassero gli articoli dei loro inviati a Fossoli attribuendo alla
comunità un indirizzo anarchico: giudizio che si spiega facilmente
ascoltando quel che Saltini andava dicendo, apertamente in quegli anni e,
in più rare occasioni, in seguito. Inutile cercare ora qualcosa di
analogo nelle Costituzioni di Nomadelfia dove i propositi libertari sono
scomparsi per far posto alle formule imposte dalla necessità di ottenere
una approvazione ecclesiastica o un riconoscimento legale. L’ultima difesa L’anarchia
non può essere un modello di organizzazione per una società.
L’anarchismo oggi è un atteggiamento, personale o di gruppo, che si
pone come “diverso” di fronte a una società “indecente” in cui,
secondo Jacques Ellul, si assiste al "dilagare dello Stato, della burocrazia, della propaganda (mascherata sotto il nome di pubblicità e di informazione), del conformismo, della volontà di trasformare gli individui in produttori-consumatori." In
questa situazione "l’anarchismo può apparire come l’ultima difesa dell’individuo, a condizione che ritrovi tutto il suo mordente e il suo coraggio." Nomadelfia
al suo interno è tutt’altro che anarchica; è anarchica la sua presenza
nella società attuale, quando mette in evidenza la sua diversità.
|