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Z. Saltini (NOTA) , registrazione, 1964  

 

LA NOSTRA SOCIETA'  Nei rapporti economici. Io vado a comperare delle cipolle e so che il disgraziato che ha fatto quelle cipolle, che le ha prodotte, non prende niente, deve abbandonare i campi perché non ci vive. E queste cipolle invece al mercato costano mica male. Io compero, e mentre compero, sono corresponsabile di uno sfruttamento; io partecipo perché con i miei soldi mantengo il lazzarone che fa queste speculazioni. Io vado a lavorare sotto una ditta: siamo mille operai e guadagniamo quel tanto da vivere, anche da star bene. Dice il padrone: qui tu puoi guadagnare anche molto. Dice anche: se non si fa così l’uomo lavora senza passione… Ma questo allora vuol dire che siamo degli schiavi. Io dico invece che il mio lavoro non ha prezzo. Se io faccio un metro di strada non è vero che sono pagato con quel che mi date, perché per mille anni passerà gente su questa strada, e forse che per quel che mi date è pagato il passaggio di tutta l’umanità che passerà su questa strada? Il mio lavoro è un collaborare alla creazione per moltiplicare il benessere umano attraverso la produzione, anche se produco dell’arte, della musica. E io collaboro facendo l’operaio in questo stabilimento.
 Io so che per vivere ho bisogno di tanto, tanto se sono sano, tanto se sono malato, ed è bell’e finita. Però voglio sapere dove vanno i frutti del mio lavoro, io so che ogni operaio dà al principale il dieci o anche il cinquanta per cento di quel che produce. Non posso dartelo. La tua signora ha la villa al mare e ai monti, i tuoi figli spendono e spandono e giocano con i milioni, tu vai con le tue amanti… Uno ha fatto una villa e ha speso una cifra che servirebbe per fare, proprio fatti bene e da un onesto imprenditore, un centinaio di appartamenti. E non aveva bisogno di quella villa, perché ne ha delle altre. La ricchezza invece ha una funzione sociale precisa, e non parlo mica dal punto di vista religioso. Io voglio sapere che cosa arriva del mio lavoro a quello che è disoccupato, a quell’altro che è invalido, al negro che non ha mangiare.
 Anche il fatto di essere ricchi o poveri. Uno dice: ma io come me la garantisco la vita in una società come questa? E incomincia a ragionare: se io rimango senza niente? E comincia il guaio di decidere la misura in cui garantirsi la vita, la vecchiaia, la vita dei figli. Ecco allora che ciascuno corre a garantirsi con un sistema che è un arrembaggio. E anch’io sono costretto a partecipare a tutto un delitto sociale, ad uno sfruttamento reciproco, mentre invece io direi: questo qui non mi costa niente e te lo do per niente, questo mi costa dieci e te lo do per dieci.
 La scuola. Sono costretto ad avere i miei figli che vanno a scuola e sentono un tale che tira fuori delle storie che io non condivido. Lui ha diritto di educare secondo la propria idea, ma che educhi i suoi figli, però, e non i miei. Io non condivido quello che sta insegnando. Quando andavo a scuola io, esaltavano sempre l’eroismo dei soldati e la forza dei Napoleone, dei Carlo Magno, degli Alessandro Magno. Quando invece ho fatto il liceo privatamente ho trovato un insegnante, un monsignore, vecchio, che sapeva la storia a menadito e che mi dice: senta giovanotto, a proposito di tutti questi “grandi”, sa cosa sono? lei li guardi e vedrà che sono solo dei sanguinari; e così lei comincia a capire un poco la trama della storia.
 La pubblicità. Sento una canzone alla televisione che dice: il mio cuore è come un barattolo… io dico: sono banalità, e però ho solo quella televisione, ho solo quella fonte e io dico: sono libero? Non sono libero, perché dovrei avere una televisione che comodamente me la guardo, con quello che voglio io; e quella me la guardo. Dicono: chiudi la tv; ma io allora non posso stare alla tv.
 Dice: ma abbiamo le forme democratiche. Già, una maggioranza fa la legge a una minoranza la subisce. C’è da domandarsi come mai su cento milioni di abitanti, quarantanove milioni novecentonovantanovemila novecentontonovantanove abbiano torto contro cinquanta milioni e uno! Questo è assurdo perché non è che la verità va alla maggioranza o alla minoranza: è o non è. Potremmo votare tutti a maggioranza che il sole domani si alzi mezz’ora prima, ma questo non avviene. Possiamo votare tutti che l’uomo è questo e questo… ma se non è vero, non è vero.
QUANDO C'E' LIBERTA'  Metà più uno… e gli altri? Ti danno il diritto di parlare. Dice la maggioranza: puoi parlare, un’ora, un giorno, tre giorni, venti giorni. Dico quel che mi pare e piace, ma se poi non ubbidisco a quella legge vado in galera.
 E allora ho pensato che per vivere liberi bisogna creare una società nuova, che dimostri che cosa è un cristiano.
 Noi non abbiamo mai approfondito nella storia il fenomeno degli eremiti, degli anacoreti, che erano folle addirittura, che non hanno aderito allo Stato, non ne hanno voluto sapere, e si sono staccati. Dicevano: abbandoniamo il mondo per vivere in unione con Dio, liberi di non subire queste leggi, queste imposizioni.
 Noi, invece di dire: ci facciamo eremiti; di dire: ci estraniamo dal popolo, dato che abbiamo diritto di convivere fra noi, noi creiamo una società, una civiltà, un popolo, una città, uno stato.
 Se vivo in uno stato nel quale so che la mia mentalità è la tua e la sua, e tutti siamo d’accordo, è chiaro che allora io sono libero, perché vivo la mia mentalità.
 Ci sono stati di tante nature! Non dico questo per persuadere che la mia fede abbia ragione o torto. Dico: questa qui è la mia fede e devo poterla vivere, quella è la tua e devi poterla vivere. Ogni uomo ha il diritto di vivere la propria idea, a meno che, mentre la vive, non faccia del male a un altro.
 La coerenza alla propria idea è un diritto naturale: la disgrazia dell’uomo è quella di nascere cittadino di uno Stato che gli impone immediatamente una legge coercitiva.
 Io parto dal fatto che del mio concepimento io non sono responsabile. Se io domandassi di nascere, e di nascere in Italia, allora si potrebbe dire: sei tu che hai chiesto di essere italiano e hai accettato questa cittadinanza. Ma quando la mia nascita è dovuta a un uomo e una donna che si uniscono o per capriccio o nel matrimonio o per qualsiasi ragione e determinano un concepimento, e potevo nascere gobbo, potevo nascere storpio, potevo nascere in mille maniere, io posso anche dire che mi dispiace di essere nato. Chi mi impone di essere contento di essere nato? Se poi arrivo alla Fede, posso dire che è stato un dono, ma, se io non arrivo alla Fede e vedo la vita buia, posso dire: lasciate stare, questo è un dono che a me non interessa per niente. Allora io mi domando perché devo nascere sotto una legge alla promulgazione della quale non ho mai partecipato, sotto una legge che posso non condividere… ciò è una vera oppressione alla libertà dell’uomo.
SCEGLIERE LA SOCIETA' IN CUI VIVERE Perché non può nascere un uomo in un ambiente libero nel quale a una certa età decide: io con i miei amici faccio uno stato, oppure: vado in un altro stato; perché? Gli uomini devono poter vivere sino alla maggiore età senza accettare nessuna oppressione di legge, se non intesa come educazione. Poi uno decide in coerenza con la propria personalità, che si è formata crescendo.
 Io sono andato sotto le armi a diciassette anni e mezzo. Potevo essere così completo nella mia personalità da decidere di andare a sparare contro gli altri? di fare una guerra? Ho diciassette anni e mezzo e: prendi uno schioppo e vai a sparare! no! Lasciatemi decidere. No, non si può decidere. Lo Stato è tiranno.
 Tu sei nato, secondo la natura, con un corpo, con dei sentimenti, con degli stimoli, con un’intelligenza e con una volontà: quindi tu sei un uomo e devi vivere secondo la tua volontà, la tua dignità. Se un uomo ti opprime, tu sei uno schiavo. Non puoi accettare. Non devi accettare l’oppressione. Se l’accetti è perché non riesci a liberartene e ti pieghi. Ma se domani ti salta fuori il momento adatto, tu te ne liberi, in quanto che l’uomo deve essere libero. E allora io devo battermi, come cristiano, a liberare il pagano, l’ateo, anche il nemico della Chiesa, da queste oppressioni.
 Se ci fossero degli stati per chi ha una mentalità e per chi ne ha un’altra, se ci fossero delle forme di vita civile aderenti all’idea di ciascun individuo, si vedrebbe come vive l’uomo sotto ciascuna idea. Ognuno potrebbe vedere l’altro e dire: guardate, la vostra idea è sbagliata perché arrivate a queste conseguenze; e l’altro dice: no, guarda che sono conseguenze buone. E invece qui si nasce e mi dicono che io devo fare questo e quest’altro quando io non lo voglio fare.
 Ammettiamo, tanto per fare un esempio, che dicano: noi vogliamo andar nudi. E fate uno stato di nudisti, che stiamo a discutere tanto? Perché imporgli di vestirsi? Si nasce nudi e lui fa un ragionamento così: io nasco nudo e vado nudo… Ma, sai… Gesù Cristo… E lascia stare, non ci credo. E che Gesù Cristo abbia stabilito che io vada nudo o vestito resta da decidere anche questo. Perché io debbo imporre a una persona delle cose, quando questa dice: ma io voglio così? Voglio fare il moralista… E questo dice: la vostra morale non mi interessa, siamo pari.
 Fatevi questi stati; e allora cambia la concezione.
 Dicono: « Lo stato concede… ». Ma chi è per concedere? Lo stato concede un fico secco. La libertà è in me stesso. Con quale diritto tu mi “dai” la libertà? io l’ho in me stesso, io ho diritto di vivere la mia fede. Non posso accettare delle imposizioni alla mia libertà, per il fatto che sono nato libero, non ho chiesto niente, non ho firmato niente.
UNO STATO DIVERSO Dice: come! fareste una cosa isolata? un sistema chiuso? Dico: ma, che forse uno stato si separa dagli altri? Uno stato entra nella gamma degli stati e vive la vita degli stati. Il fatto stesso che tutti i guai che abbiamo, li abbiamo per soccorrere i problemi del popolo, e tutte le liti che abbiamo fatto in campo politico, le abbiamo fatte sempre alla difesa del popolo, degli oppressi isolata non lo è.
 C’è stato uno che mi ha chiesto: ma mettiamo che voi facciate una grande Nomadelfia; poi questo popolo come si comporta nei confronti degli altri stati, dei vostri nemici, avversari… Ho risposto: se questa civiltà nuova, se questo stato, non sarà generoso e sollecito a collaborare in tutto ciò che è bene e a sollevare le sofferenze degli altri popoli, non è più Nomadelfia, è un aborto.
 Se si guarda il rapporto tra Nomadelfia e il mondo, quale è? è quello di amare. Quando si tratta di amare non c’è né amico né nemico. Anzi c’è un precetto di Cristo se non si osserva il quale si è in peccato: « fare del bene a chi fa del male », e non significa farsi corresponsabile dei loro mali.
 Se i nomadelfi arriveranno alla loro libertà, non lo faranno avanzando armati, ma come una primavera che dona se stessa ai buoni e ai cattivi.
 Se a Nomadelfia fossimo milioni, saremmo uno stato in gamba, perché avremmo uno stato in tutte le sue cose coerente alle nostre idee e allora i nostri prodotti uscirebbero a camion e a navi in favore di quegli altri.
IL DARE E IL RICEVERE Comunque adesso Nomadelfia vive nel popolo, così, e tentiamo di vivere la vita sul nostro piano stando in comunità… Siamo pochi e non possiamo arrivare a tutto.
 Ma non è che nello Stato ci sia una legge che dica: Nomadelfia è così, tra loro vanno d’accordo così e tutto è pacifico. Non esiste. Tutti i patti che facciamo tra noi non valgono niente giuridicamente. Per esempio, il rapporto di lavoro tra comunitari non è riconosciuto, non è accettato dallo Stato. Una società di fatto? una cooperativa? una società per azioni? un ente morale? La legge civile dice: ognuno guadagna quel che guadagna e poi ne fa quello che vuole. Diritti sui dividendi… diritti sul patrimonio… la proprietà dei beni… divisione degli utili… diritti degli eredi… Non si sa da che parte sbattere la testa perché in Nomadelfia, invece, il dare e il ricevere non sono in rapporto. Nessuno si presenta: io ho fatto questo e pretendo… quattro schiaffi ti diamo, ecco. Non stiamo lì a vedere se ha il diritto o non ha il diritto: io sto solo a vedere se ha bisogno, e ciò di cui ha bisogno, se è possibile, glielo do.
 Il dovere del lavoro e il diritto alla vita sono due cose che non hanno relazione, in Nomadelfia, per niente. Infatti l’uomo appena nasce comincia a prendere il latte senza lavorare: si vede che il diritto alla vita è prima del dovere del lavoro. Inoltre, anche andare a lavorare se non si è mangiato… pancia vuota lavora male, e quindi è assurdo dire: se tu lavori io ti do da mangiare, perché, guarda, prima dammi da mangiare e poi parliamo del lavoro. Poi, se può lavorare, lavora e, se non può, è pari agli altri; non c’è nessuna differenza se ha una gamba rotta o è ammalato.
 Un uomo si ammala e diventa invalido. Per la comunità non è mica una gran disgrazia; l’è sua la disgrazia, poveretto. Ma può essere utile: se non è capace di camminare lo mettono a sedere a guardare una cosa, a sorvegliare una faccenda. Può essere sempre utile e, fin che muore, non ha mai la mortificazione di essere inutile. Se gira con il bastoncino bada ai bambini e i bambini si divertono più che con uno sano che non ha tempo. Anche quelli che sono stati in sanatorio vengono a casa e si mettono attorno ai motori, in ufficio…
 Questi contributi di solito non sono considerati nell’ingranaggio della produzione e però risolvono grandi problemi.
Ognuno lavora secondo la propria coscienza e abilità.
LIBERA ADESIONE Prendiamo la parabola dei talenti e diciamo: uno ha tanto di capacità, l’adoperi, l’altro ne ha di più, l’adoperi. Il fatto è che qui ciascun cittadino accetta liberamente questa legge. Se non l’accetta esce dalla comunità e… fa un altro stato. Va a fare il suo stato, va a vivere secondo la sua idea. Perché tu devi vivere con noi, quando noi non accettiamo la tua idea e tu non accetti la nostra? allora o tu diventi schiavo perché devi subire e accettare le nostre leggi o tu ci fai schiavi e noi dobbiamo subire la tua. E quindi perdiamo la libertà un’altra volta.
 Tant’è vero che quando uno vuole andare via da Nomadelfia non ha bisogno di dire il perché. Il presidente della comunità non ha diritto di chiedere perché va via. Sì, potrà dire: cosa c’è? cosa non c’è… Però lui ha solo da presentarsi al presidente e dire: io vado. Va bene, allora come facciamo, come ti regoli, dove vai, cosa fai. Non ha il dovere di dire il perché e quell’altro non ha il diritto di chiederlo.
 Dal momento che uno dice: non mi sento più, questa cosa non la vedo, non ho questo affetto, lui ha il diritto di vivere la propria libertà e noi gli riconosciamo il diritto di andarsene, non lo graviamo di impegni, di code di ciò che è stato, di tutto ciò che ha fatto in Nomadelfia.
 Nomadelfia è un fatto di coscienza.
 Nessuno può pensare di farne una legge universale. Ci sta chi ci sta. Non è che si possa fare diversamente. Tutto il mondo potrebbe essere Nomadelfia? impossibile, volere fare una comunità e poi imporla, vorrebbe dire andare contro la libertà dell’uomo. E poi, come fa un uomo a fare queste cose se non è persuaso?
 Per esempio, se in mezzo a noi uno non fosse cattolico non sarebbe più libero di vivere a fondo la propria fede, perché noi ne viviamo un’altra. Ecco perché noi non prendiamo ragazzi che non si possa tranquillamente battezzare, perché, giacché noi diamo una educazione cattolica diventerebbe una oppressione per il ragazzo. Certe cose non si spiegherebbe perché debba farle. Se sta con noi per qualche tempo è un’altra questione, ma accoglierlo come figlio… Abbiamo avuto un figlio di un ebreo, parecchio tempo; subito dopo la guerra ne abbiamo avuti di ragazzi che non erano battezzati, e noi non abbiamo mai cercato di farlo, perché sapevamo che poco tempo dopo tornavano ai loro paesi, alle loro religioni. Questo proprio per una libertà nostra e loro.

 

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