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FIRENZE, 1920 ZENO SALTINI, DURANTE IL SERVIZIO MILITARE DIVIENE AMICO DI DUE GIOVANI ANARCHICI

 

Mio intimo compagno era un anarchico che sempre mi attaccava con le sue idee. Eppure ci volevamo bene e quando andavamo fuori in libera uscita, insieme andavamo a teatro, al cinema, all’opera.

Non è che c’era affinità di idee: c’era affinità di umanità.

Molto diversa la questione. A me piaceva perché aveva molta umanità.

Passava un prete e lui gliene diceva di tutti i colori… prendeva in giro tutti, i carabinieri poi non li poteva vedere. A stare con lui c’era da crepare dal ridere per certe cose. E invece era molto profondo. Era un ragazzo onesto, era aperto, era sincero. Ho visto in lui una grande libertà. Era vivo, ecco. Son molto vicini alla fede, loro. Hanno una fede, l’hanno proprio. Aveva delle aspirazioni forti che, secondo me, mancavano di realtà.

In certi momenti gli mancava qualcosa: gli mancava la mia fede.

E ho visto in lui una umanità sofferente, molto sofferente… secondo me non realizzava le sue aspirazioni. Soffriva perché era molto generoso.

 Lo ricordo sempre: erano le sedici circa; in attesa del rancio del pomeriggio si era nelle camerate; ci si preparava perché poi si faceva la libera uscita. C’erano tre sale ampie e intercomunicanti con delle belle aperture.

Molti attorniavano la mia branda, giocando a carte, cantando.

Il mio amico anarchico interrompe tutti con una notizia delle sue. Ribatto, mi attacca con parole violente, io non cedo.

Si è fatto d’un tratto gran silenzio: in mezzo alla camerata, con foga, con entusiasmo, ciascuno difendeva le proprie idee.

Tutti cominciano a venire attorno e chi a salire sui letti per vedere, perché pareva quasi che da un momento all’altro ci dessimo dei cazzotti. Anche i sottufficiali si erano messi a sentire ’sta gran lite.

Lui sosteneva la tesi che il cristianesimo è ostacolo al progresso umano: se non ci fosse il cristianesimo l’umanità sarebbe già arrivata alla giustizia sociale.

Naturalmente io opponevo che invece era l’inverso, che era proprio il Cristianesimo che aveva anticipato i tempi.

Ma lui aveva fatto la terza liceo, io invece, finita la scuola, i miei maestri erano stati contadini, operai, il parroco, degli amici, l’ambiente socialista e cattolico di Fossoli.

Lui tirava fuori fatti storici.

Era istruito, io, non istruito, fui sopraffatto. Mi assalì con scherno, con offese.

Quasi tutti i soldati presenti cominciarono ad esaltarsi in suo favore; mi costrinsero al silenzio.

Mi allontanai tra i fischi e mi ritirai in una stanzuccia dove dormiva un sergente.

Ho chiuso l’uscio e mi son messo a piangere, da solo piangevo e pensavo, piangevo e pensavo. È stato uno sguardo alla vita, rapidissimo. Avevo una ragazza che amavo, ma in quel momento lì ho detto: è una epoca nella quale non si può perdere tempo in altre cose, no, no, io devo rispondere a questo giovanotto che mi rappresenta tutta l’umanità, mi rappresenta un’angustia che in fondo ho anch’io.

In un quarto d’ora ho smantellato tutta la mia vita, e io ero un altro, dopo, ero quello che sono oggi; dopo non ho più cambiato niente nella mia vita.

C’era un tavolino con sopra una coperta militare, un uscio come li fanno là sotto le armi. Mentre gli altri sono andati al rancio, io presi in mano la penna…

«Caro don Sisto, da questo momento» ho scritto al parroco «sono studente e studio legge e teologia: legge perché voglio conoscere la struttura giuridica dei popoli, teologia per conoscere la struttura della fede. Ma non per farmi sacerdote, così, perché devo affrontare la vita sotto questo piano. E da oggi comincio una vita nuova.»

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Avanti!" 29 settembre 1951

 - Non ho preso il rancio, sono uscito in libera uscita. C’era un giovane che mi stava sempre vicino:

«Senti, andiamo fuori insieme» gli dico «hai tu un professore? che io voglio incominciare a studiare oggi stesso, stasera, quando torniamo in caserma.»

Dice:

«Ci ho un mio fratello professore, un sacerdote. Andiamo da lui.»

Allora andiamo da lui, in una chiesetta di via Sangallo, una bella chiesina prima di uscire da Firenze. Mi ha ricevuto subito, sto sacerdote.

Gli ho raccontato tutto il mio trauma; dice:

«Guardi, per ricominciare a studiare adesso deve prendere questi libri.»

Ho cominciato a studiare e andavo a lezione da lui. Dopo qualche giorno questo sacerdote dice:

«Guardi, io le insegno una materia, per le altre lei si faccia aiutare da qualche altro, da qualche studente, in caserma ne troverà.»

Quando sono andato in caserma, ho chiamato il mio avversario:

«Adesso tu, che hai fatto il liceo, mi insegni a studiare, perché io devo darti la risposta che non è vero niente che il cristianesimo sia ostacolo al progresso, anzi è l’unico, il solo elemento di progresso. Tu adesso mi insegni il latino e andiamo avanti.»

Infatti lui mi insegnava, mi aiutava molto, mi aiutava.

Poi mi hanno mandato a Campo di Marte, dove vendevano il materiale bellico residuato della guerra.

Eravamo in cinque o sei e non si faceva niente in realtà. C’era un altro anarchico; anche lui aveva fatto il liceo e gli dico allora:

«Mi insegni anche te.» E lui mi insegnava.

Dopo poco fui congedato e andai a casa.

A casa trovai mio padre il quale stava prendendo in affitto una tenuta nel mantovano; dice:

«Poi ci vai tu e così là ti fai una posizione.»

Io gli ho detto:

«No, di queste cose non ne faccio più, io resto a casa stasera a cena, poi torno a partire perché voglio dar la vita su un altro piano… Io non voglio più essere né padrone né servo, non voglio più servire nessuno sotto lo sfruttamento e non voglio sfruttare nessuno.»

E mio padre dice:

«Ma come farai?»

«Ma» dico «c’è un piano per me che, lo sento, è Dio.»

Dice: «Beh, senti, se è Dio…» mio padre si è segnato «allora niente da dire e fa quello che vuoi!»

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Paese" - Roma. 11 febbraio 1952 

 Diventai molto intimo del vescovo, sicché io mi confidavo molto con lui, su tante cose. Gli ho detto una volta:

«Eccellenza io avrei bisogno di sapere tante cose che non so spiegarmi, mi dia una mano.» Allora dice: «Guarda, fai così, vieni alla sera dalle dieci alle undici da me, perché io a quell’ora leggo, studio qualcosa; se vieni, io non studio, non leggo e parliamo.»

E infatti io andavo là, dalle dieci alle undici, nel suo studio. Mi meravigliò come un vescovo, che aveva molti impegni, un vescovo, dicevo, avesse tempo di stare con me alla sera, lì a parlare.

 Io interrogavo il mio vescovo sulla Chiesa. Le obiezioni che si fanno alla Chiesa, io gliele facevo e anche sode, perché più si tratta con chi è su nella gerarchia, più è facile fare grandi obiezioni. Lui capiva tutti i problemi miei e più andavo da lui, più riusciva ad illuminarmi. I problemi erano sempre quelli della caserma del terzo genio telegrafisti; quelli erano i miei problemi. Dicevo spesso: «Eccellenza, vede, questo è un fatto: che quel giovane là aveva ragione. Aveva ragione a dire che si ostacola il progresso, perché quello che stanno facendo i cattolici, i sacerdoti, la Santa Sede, a me sembra che sia ostacolare il passo all’umanità.»

Lui non è che mi dava sempre torto; tutt’altro! Alle volte mi dava anche ragione sodo.

Una volta dico: «Vede, eccellenza, qui è il caso di saltare a piedi pari venti secoli di cristianesimo e ripartire da capo; tesoreggiando questi venti secoli di esperienza, però riprendere da capo.»

Mi ha detto: «Tienila da conto, questa è un’idea di Dio.»

«Stia tranquillo che ci vado per quella strada.»  

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