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Una
teoria dello stato secondo Robert Nozick, filosofo ed economista
statunitense
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Le
comunità che il sito presenta nel libro delle
comunità egualitarie sono un minuscolo campione dei
“mondi” di cui qui ci parla Robert Nozick (1938/2002), noto filosofo
ed economista statunitense. La forma generalizzata di “associazioni”
di vario genere che egli immagina è ovviamente un’utopia, come dice lui
stesso.
Vi
sono anche dubbi fondati sul fatto che si tratti di un’utopia positiva.
Si può sostenere, infatti, che all’idea dello “stato minimo” cui
l’autore si riferisce, sia estranea ogni tutela dei diritti sociali,
tutela che (più o meno efficacemente) è attualmente esercitata dalle
attuali forme di stato, e che invece verrebbe delegata alle
"associazioni".
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Una scelta di valori |
E’ ragionevole immaginare un mondo in cui ciascuno possa vivere in quello
che per lui è il miglior mondo possibile?
Una richiesta bizzarra?
Va
intanto subito detto che il “miglior mondo possibile” si direbbe che
sia, per quanti vivono nel benessere, quello in cui ci troviamo. E ciò ha
una sua logica, poiché è esattamente questo il mondo che l’uomo ha
prodotto e non un altro.
Supponiamo
però che qualcuno, benché membro di questa società, abbia la fantasia
di desiderare un mondo diverso.
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Fine
di una libertà |
Quale
possibilità è esistita in passato che un’aspirazione di questo tipo
potesse realizzarsi?
Ancora
nel cinque-seicento non solo singoli pensatori e agitatori politici o
religiosi, ma anche i loro seguaci in gruppi più o meno numerosi, si
muovevano da una regione all’altra dell’Europa cercando e trovando
maggiore libertà, accoglienza, protezione, rifugio presso l’uno o
l’altro sovrano o stato repubblicano. Oltre oceano nuove terre erano
disponibili per chi non trovasse nel vecchio continente lo spazio per
vivere conformemente alle proprie idee. Tutti costoro cercavano
disperatamente di realizzare quello che ritenevano il miglior mondo
possibile.
Nel
giro di un paio di secoli, però, con il pieno affermarsi dei grandi stati
centralizzati, il controllo statale si è imposto in ogni angolo del
territorio soggetto e la sua ingerenza si è estesa a tutti gli aspetti
della vita dei cittadini, attraverso la registrazione dei nuclei
familiari, la coscrizione obbligatoria, la codificazione del diritto,
l’istruzione scolastica e le altre forme che tutti sperimentiamo. Ne è
risultata la fine di ogni possibilità, per il singolo e per una
popolazione, di eludere il potere dello stato o di cercarsi un nuovo
spazio per vivere secondo i propri principi.
Dal
senso di oppressione suscitato in alcuni da questa espansione del potere
statale e dal tentativo di opporvisi nascerà, sul finire del XVIII
secolo, il pensiero anarchico. Pensiero che trova ancora oggi una propria
autorevole elaborazione.
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La
società degli esperimenti utopici
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Un
mondo in cui ciascuno possa vivere in quello che per lui è il miglior
mondo possibile l’ha teorizzato, e ne ha descritto l’ipotetico
funzionamento, Robert Nozick in una sua opera di filosofia politica: Anarchia,
stato e utopia, del ’74. NOTA 8
Nozick
si colloca fra quegli intellettuali che negli USA si dicono
“libertari”. E’ infatti un liberale estremo, così estremo nel
tutelare tutte le libertà individuali da avvicinarsi all’anarchismo.
Nella
prima parte del suo lavoro, Nozick illustra le caratteristiche che deve
avere uno stato per essere assolutamente legittimo e necessario. Deve
trattarsi di uno stato “minimo”, eticamente neutrale, che si limiti al
mantenimento della legalità e dell’ordine; attraverso il monopolio
della forza esso attua un sistema di tassazione finalizzato esclusivamente
a garantire la tutela dei diritti individuali. Va detto che non è compito
da poco: basti pensare all’elenco dei diritti indicati nella
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. (E’ necessario aver
presente che nella cultura liberale i diritti che vanno tassativamente
garantiti sono quelli civili; i diritti sociali appartengono ad un altro
ordine di idee).
Nella
seconda parte l’autore sostiene, con diversi e avvincenti argomenti, che
qualunque stato più esteso dello stato minimo viene a violare i diritti
degli individui. Tesi ultraliberale, come si vede, appunto al limite
dell’anarchismo.
Queste
le necessarie premesse, che attengono al dibattito in corso (da almeno un
secolo e mezzo) tra liberisti e statalisti, ciascuno nelle proprie diverse
sfumature.
Quel
che l’autore espone nella terza parte è l’abbozzo di una prospettiva,
nella quale, egli stesso avverte, molto rimane di indefinito e aperto.
Si
tratta di una forma radicale di stato minimo che l’autore, con
un’efficace immagine, definisce simile a un’impalcatura.
Un’impalcatura di per sé non avrebbe scopo, viene eretta in funzione di
qualcos’altro. Un’impalcatura sostiene, dà accesso, consente,
predispone degli spazi.
Nella
visione di Nozick questi spazi, predisposti dallo “stato
minimo-impalcatura” vengono occupati da “associazioni” a cui gli
individui liberamente aderiscono:
La
società utopica è la società degli esperimenti utopici, di molte
comunità differenti e divergenti in cui la gente conduce generi diversi
di vita con diverse istituzioni. Alcuni tipi di comunità saranno più
allettanti di altri per la maggior parte della gente; le comunità
cresceranno e si rimpiccioliranno. La gente ne abbandonerà alcune per
altre, oppure passerà tutta la sua vita in una sola. [...] Ogni comunità
deve conquistarsi e conservare l’adesione volontaria dei suoi membri.
Nessun modello è imposto su tutti; il risultato sarà un modello unico,
se, e solo se, tutti volontariamente scelgono di vivere secondo quel
modello di comunità.
Ecco
come l’autore descrive le particolarità di queste immaginarie
associazioni (che con termine efficace chiama “mondi”):
Immaginate
un mondo possibile [una associazione] in cui vivere; questo mondo non deve
necessariamente contenere ogni altra persona vivente in questo momento.
[...] Nel mondo che avete immaginato ogni creatura razionale avrà gli
stessi diritti che avete voi di immaginarsi un mondo possibile in cui
vivere (nel quale tutti gli abitanti razionali possano partire per
qualsiasi altro mondo sia loro possibile immaginare, nel quale...). Gli
abitanti del mondo che avete immaginato possono scegliere di restare nel
mondo che è stato creato per loro o possono scegliere di abbandonarlo e
di abitare un mondo della loro immaginazione. Se scelgono di abbandonare
il vostro mondo e di vivere in un altro, il vostro mondo resta senza di
loro. Voi potete scegliere di abbandonare il vostro mondo immaginario, che
ora è senza di coloro che se ne sono andati. Questo processo continua;
mondi vengono creati, la gente li abbandona, crea nuovi mondi, e così
via. NOTA
9
Quello
che Nozick descrive, con l’audacia immaginativa di cui è capace,
è
una impalcatura per utopie, un posto in cui la gente è libera di
associarsi volontariamente per perseguire e tentare di attuare la propria
visione di una vita bella in una comunità ideale.
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Difficoltà |
Nozick
non manca di prevedere le difficoltà che insorgono nella realizzazione di
questo modello di società (ad esempio come giudicare e risolvere le
contese fra le associazioni, oppure come garantire la libertà individuale
al loro interno). Quello che ha chiamato “impalcatura” dovrà, dunque,
essere costituito in autorità centrale, forse sul modello delle
confederazioni e federazioni esistenti. L’impalcatura è lo stato
minimo, le associazioni sono un corpo intermedio tra l’individuo e
questo stato. I membri delle comunità non saranno esenti dal
dovere/diritto di partecipare alla vita politica di questo stato le cui
funzioni non potranno essere stabilite una volta per tutte, ma saranno di
continuo elaborate.
Nozick
conclude che, ovviamente, un simile processo non potrebbe che attuarsi con
gradualità, sia per le difficoltà intrinseche sia per il fatto che
all’inizio vi sarebbe interessata solo un’esigua minoranza:
naturalmente
alcuni possono essere felici dove si trovano. Non tutti si aggregheranno a
speciali comunità sperimentali, molti che da principio si asterranno si
aggregheranno alle comunità più tardi, quando sarà chiaro il modo in
cui realmente funzionano.
Gli
oppositori di questo modello di società, aggiunge l’autore la
chiameranno concezione “smorgasbord” [buffet
che offre una grandissima varietà
di cibi]
dell’utopia,
preferendo ristoranti a menu fisso, o addirittura preferendo una città
con un solo ristorante che offre un solo piatto nel menu.
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Notazioni
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Alcune
notazioni curiose si possono fare.
Secondo
questa idea, ogni gruppo attua “il mondo” che desidera avere, lo
mostra, lo propone. Come si fa con un prodotto. Si instaura una specie di
libero mercato, ma ben regolamentato, delle forme associative fra gli
uomini. Il suo buon funzionamento è affidato al sistema di libera
concorrenza che viene a formarsi fra i diversi tipi di associazione.
Nozick
ha certamente una visione più mercantilistica che solidale della
convivenza umana. Quel che è curioso (ma coerente con il più puro
spirito liberale) è che proprio da un estremista del liberismo venga un
suggerimento che consentirebbe la realizzazione anche di una società
comunista.
Nozick
fa osservare che tutti i fautori di società utopistiche (Fourier, Owen,
Proudhon, e così via) hanno descritto fin nei dettagli la società da
loro ideata, ma, essendo ciascuno di loro convinto di fare l’unica
proposta possibile, nessuno di essi ha accennato ad un sistema in cui la
loro utopia e altre potessero aver luogo. Che è invece quel che lui si
propone di fare con questo suo lavoro. Secondo la sua proposta, la nuova
utopia, oggi, è che ogni uomo possa scegliere quello che per lui è il
miglior mondo possibile.
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A
favore |
A
favore della difesa e della proliferazione delle comunità si può dire
che, sia quelle legate a un territorio, conservatrici di una cultura e di
una economia locali (pensiamo alle popolazioni indie dell’America Latina
che appunto difendono la loro identità), sia quelle, finora minuscole,
sorte su una base ideologica, con il loro apporto innovativo,
costituiscono un buon elemento d’inciampo al “pensiero unico” che
sta plasmando l’umanità intera sul modello della cultura occidentale,
rendendola dipendente dai grandi poteri economici.
Si
può aggiungere che in una comunità forte e stabile l’individuo
partecipa ad una vita sociale, stabilisce vincoli di solidarietà, ha
attorno a sé un gruppo umano verso cui sentirsi responsabile, nel quale
assumere un ruolo e trovare, all’occorrenza, quel conforto che viene nel
vedere rispecchiato più facilmente, negli altri, se stesso.
Al
contrario, la società, pluralistica, multietnica, multilinguistica,
multireligiosa, che possiamo osservare negli USA e verso la quale anche
l’Europa si avvia, è, specialmente nelle metropoli, un semplice
aggregato di individui e di nuclei famigliari, tra i quali i legami sono
fragili e temporanei. Le situazioni di crisi della persona spesso nascono
proprio dall’essere privo di identità e di radici, dal sentirsi
straniero ovunque.
Parallelamente,
è in questa società che gruppi diversi, per ragioni diverse e opposte,
sono costretti a condurre una vita separata. Non sono nate comunità, ma
veri e propri ghetti cinti da barriere economiche o razziali, ma talvolta
anche fisiche. Ghetti di bianchi, di neri, di latinoamericani, di ricchi,
di benestanti, di poveri, di anziani, e così via.
A
questo punto emerge il vero problema: il limite tra l’idea di comunità
e quella di ghetto.
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Un
processo in corso |
L’idea
di un moltiplicarsi di autonomie politiche è, oggi, un motivo di gravi
apprensioni. L’esperienza ha tragicamente mostrato, e mostra tuttora,
che la culla dei più aggressivi nazionalismi, degli integralismi
religiosi, dei razzismi che iniziano con l’intolleranza verso i diversi
e finiscono coi genocidi, è spesso proprio la comunità rigorosamente
omogenea in cui gli elementi fondanti siano “il sangue e la terra”.
Promuovere
il principio comunitario senza creare il terreno propizio a negatività di
questo genere richiede un delicato gioco di equilibri.
Ma
va preso atto che, globalmente, si assiste a un processo che pare condurre
proprio in questa direzione. Il sorgere di nuovi poteri sovranazionali ha
come conseguenza la progressiva riduzione delle competenze dello
stato-nazione. Il declino del potere saldante dello stato territoriale
determina l’affievolirsi dello spirito unitario che esso esprime e che
costituiva un legame tra culture diverse. Si creano così le condizioni
favorevoli al nascere di localismi, che chiedono ampie autonomie, quando
non manifestano aspirazioni separatiste. NOTA 10
C’è
dunque da chiedersi se non vada preso in considerazione il progetto di
strutture statali di nuovo tipo, ispirate al cosmopolitismo e, proprio
perciò, in grado di governare le diversità: diversità non di individui
ma di comunità. Quello a cui lo stato, benché “minimo” non può
comunque rinunciare è l’esercizio del controllo sulle comunità, perché
in tutte vengano rispettati quei diritti fondamentali che sono
indicati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Se
mai dovessero nascere, è possibile che i “mondi” descritti da Nozick
si trovino ad essere regolati, anziché da una democratica impalcatura, da
un diversa forma di governo. Infatti, secondo alcuni, la futura forma di
governo mondiale potrebbe essere quella dell’impero. Washington (o Wall
Street ?) al posto di Roma, Aquisgrana o Vienna. Resta da vedere se
risulta più facile creare lo spazio (fisico o virtuale) per quello che si
ritiene il migliore dei mondi possibili entro un vastissimo impero
piuttosto che in un piccolo stato.
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