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Quella vita in comune alla base di un popolo
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QUELLA
VITA IN COMUNE ALLA BASE DI UN POPOLO
CORRADO ISRAEL DE BENEDETTI
Tratto da DIARIO DI REPUBBLICA, SABATO 3 APRILE 2004
Israel De
Benedetti vive da cinquant'anni nei kibbutz, sul cui argomento ha
scritto vari libri. Tra i più significativi: "I sogni non passano
in eredità: cinquant'anni di vita in kibbutz" (Giuntina 2001) e
"Anni di rabbia e di speranze. 1938-1949" (Giuntina 2003) |
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LE ORIGINI |
Nel 1911 una dozzina di ragazzi e ragazze arrivati
in Palestina dall'Europa Orientale si mettono assieme in una
specie di cooperativa, chiedono e ottengono dall'Agenzia Ebraica,
all'epoca Ufficio Palestinese, alcune terre vicino al Lago di
Tiberiade, per cercare di guadagnarsi da vivere come contadini.
Nasce così il primo kibbutz, Degania, in cui questo gruppo di
giovani ha deciso di mettere in comune guadagni e spese, con il
motto «da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo
i suoi bisogni»). Essendo tutti poverissimi, i bisogni sono
limitati al minimo. Degania tenne duro nei difficili anni della
prima guerra mondiale, e subito dopo la fine delle ostilità
arrivarono in Palestina ondate di giovani ebrei provenienti
dall'Europa Orientale. L'arrivo di questi giovani permetterà la
costituzione di altre comunità sul tipo di Degania e nel 1927 una
ventina di questi primi kibbutzim creano una organizzazione
centrale, anzi secondo la loro colorazione politico-ideologico si
formano due organizzazioni parallele, una molto di sinistra e
l'altra chiaramente socialdemocratica. Negli anni '30 si forma una
terza corrente di kibbutzim, a base religiosa. In ogni caso dal
punto di vista organizzativo in questi anni i kibbutzim si
comportano nello stesso modo, indifferentemente dalla colorazione
politica e dall'appartenenza a questo o a quella organizzazione.
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L'ORGANIZZAZIONE INTERNA |
Il kibbutz fornisce a tutti i suoi membri il
medesimo trattamento, indipendentemente dal lavoro svolto, tutte
le entrate delle varie attività vanno alla società comune che è
padrona dei mezzi di produzione e dispone a suo piacimento delle
forze di produzione. Il solo organo esecutivo e legislativo è
l'assemblea formata da tutti i membri del singolo kibbutz:
democrazia diretta. In certi casi, in questi anni, è l'assemblea
che decide se fare o non fare figli (a seconda delle condizioni
economiche della comunità).
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GLI ANNI DELLO SVILUPPO |
Dopo la creazione dello stato d'Israele, i
kibbutzim attraversano un periodo di espansione sociale ed
economica, creano il miracolo della agricoltura israeliana, che
una volta coperte le necessità del mercato interno, si lancia
all'esportazione di prodotti e tecniche. È il movimento
kibbutzistico che scopre i pompelmi e li impone all'Europa. Negli
anni '70 i kibbutzim sono diventati 250 con una popolazione che
supera le 100,000 unità, producono più del 50 % della produzione
agricola del paese e negli anni '80 producono il 14 % della
produzione industriale, mentre dal punto di vista demografico sono
passati dal 4 % della popolazione negli anni '50 al 3 %. Gli anni
’80 portano al culmine la potenza economica dei kibbutzim,
l'aumento delle entrate porta di conseguenza un salto nel tenore
di vita: si costruiscono case più grandi, arriva il telefono, la
televisione, il kibbutz mette disposizione dei suoi membri un
parco macchine, sostiene le spese universitarie dei giovani e paga
perfino viaggi all'estero a tutti i compagni. |
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LA CADUTA DEGLI IDEALI |
Tuttavia dagli anni '70 in poi, anno dopo anno
aumenta il numero dei giovani nati in kibbutz che dopo il servizio
militare, non tornano più a casa. La vita di fuori, le possibilità
che sembrano infinite di far carriera e soldi, attirano i giovani
che preferiscono alla casa socialista in cui sono nati un mondo
esterno capitalista. Il kibbutz cerca di adeguarsi: poco alla
volta tutti i kibbutzim abbandonano l'"educazione comunitaria" (i
bambini fino ai 18 anni mangiavano e dormivano nelle loro casette,
e passavano in famiglia le ore pomeridiane e serali e i giorni di
festa) e i figli vengono ad abitare in famiglia, come nel mondo
normale. La sera si guarda la televisione e si diserta la
assemblea. |
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CRISI E CAMBIAMENTO |
La crisi economica che travolge Israele nei primi
anni '80, quando la Inflazione supera il 400 %, lascia il
movimento kibbutzistico con una montagna di debiti, per cui è
necessaria una moratoria, che sarà concordata tra Banche
Creditrici, Governo e kibbutzim nel giro di una decina d'anni.
Nessun kibbutz è fallito, ma molti ne sono usciti con le ossa
rotte e i giovani dirigenti si chiedono se la colpa non sia tutta
nel metodo (socialista). In ogni caso, decine di kibbutzim in
crisi hanno cercato un'ancora di salvezza tra le braccia di
consiglieri ed esperti, che hanno indicato nella strada della
privatizzazione la via della salvezza economica. Molte mense sono
state chiuse, molti servizi comunitari sono stati eliminati e oggi
la maggioranza in assoluto dei kibbutzim ha adottato un modello
comunitario chiamato con nomi diversi, ma in effetti basato su un
medesimo concetto. Ogni membro del kibbutz riceve un salario sulla
base delle condizioni del mercato sia se lavora fuori dal kibbutz,
sia se lavora nelle attività del kibbutz. Da questo salario
vengono detratte le trattenute varie come in città, inoltre ogni
singolo passa alla comunità una tassa (uguale per tutti), con cui
vengono finanziati i minimi servizi (assistenza medica, istruzione
primaria, aiuto a vecchi e invalidi) che la comunità continua a
fornire. Inoltre a partire da uno stipendio medio fissato anno per
anno, coloro che ricevono salari più alti sono tassati in
percentuale per permettere così alla comunità di arrotondare la
pensione ai pensionati, dato che in passato la maggioranza dei
kibbutzim non aveva pensato di investire soldi in fondi pensioni.
Questa forma nuova di status del kibbutz è definito "kibbutz
rinnovato". |
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ANCORA EGUALITARI |
Si calcola che attualmente ci siano una trentina di
kibbutzim che rimangono fedeli al modello comunitario originale,
un centinaio e più che hanno già scelto la strada del kibbutz
"rinnovato", mentre gli altri si dibattono ancora nelle
incertezze.
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