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www.unpattotranoi.it Dove nasce l'idea sociale di Nomadelfia BASSA MODENESE, 1915/1920 – ZENO SALTINI, ADOLESCENTE ASSISTE AL CONFRONTO TRA SOCIALISTI E POPOLARI E SI SENTE PIU’ VICINO AI PRIMI -
Righin era un bracciante di mio nonno, ed era un socialista convinto. Ogni
inverno veniva a fare le piantagioni di olmi e di viti. Io lavoravo con
lui. Lui era per me l’evidenza di come fosse duro il lavoro senza la
dignità dell’istruzione, del decoro familiare, della tranquillità
economica… Abitava in una casa che chiamavano casèin
di bus perché erano buchi, grotte, con scale di legno che c’era da
ammazzarsi a andare su, e la scala arrivava fin dentro la camera da
letto… Mi raccontava episodi interessantissimi delle sue lotte
politiche. Io
che sapevo le sue condizioni non potevo dargli torto. Lo guardavo lì, in
faccia, perché era magro. Al lavoro portava con sé un mangiare sempre
molto misero. E diceva: arriverà giorno nel quale gli uomini non
mangeranno più pasta, il pane, la carne, ma avranno la caramella nel
taschino del gilè; diceva: mangiano quello e poi via che sono già pronti
per lavorare. Diceva: io le vedo tutte queste cose… Poi finiva per
bestemmiare se un pezzo di terra gli sfuggiva dalla vanga, cadeva in una
pozzanghera e gli spruzzava in faccia la fanghiglia. Diceva: io bestemmio
perché sono libero, voialtri cattolici patite una voglia di
bestemmiare… Allora
entravamo in ragionamenti religiosi ed egli si perdeva come in un mare
sconosciuto; solo sosteneva, per sentito dire, che Cristo è il primo
socialista. A
Rovereto, proprio confinante con Fossoli, c’è stato uno sciopero che è
durato sei o sette mesi. Proprio alla fame la gente è andata a finire, ma
hanno tenuto duro. Marciva in campagna tutto il grano, le bestie morivano.
Sorvegliavano, e quando uno andava a lavorare… lo violentavano. E
venivano i carabinieri. Però
sono stati degli eroi, veramente. E dopo hanno vinto la partita.1 Venivano
molti di domenica, là, a fare le dimostrazioni. Una
sera uno montò su un tavolino e fece un bel discorso. E le donne tutte
entusiaste, io ero un ragazzino; ricordo che gli davo ragione in pieno. Don
Sisto [il parroco] era colto e con lui si discuteva di tutti di problemi
sociali, del socialismo, della proprietà. Si discuteva a fondo per ore e
ore fino alle due e alle tre di notte e la discussione si sentiva da
lontano. Nei
confronti della proprietà sosteneva che è un modo di avere in mano dei
beni, che però hanno una funzione sociale oltre che privata. Diceva che
l’operaio non può essere semplicemente pagato, ma deve partecipare, e
che si devono favorire molto le cooperative. Ne facemmo una, bella, tra
molti di noi: una cooperativa di consumo. Così
per le strade noi giovani cattolici si cantava:
“vogliam le fabbriche
vogliam la terra
ma senza guerra.” Anche
i socialisti volevano impostare una società diversa e si vedeva chiaro
che il cristianesimo non era per niente sfavorevole a questo fatto. I
socialisti non erano solo degli empirici; erano anche dei teorici e spesso
li si ascoltava. Tanto
quello dei cattolici, con don Sisto, quanto quello dei socialisti erano
due ambienti veramente vivi. Noi
fondammo un circolo di Gioventù Cattolica. Eravamo ottanta giovani. Fui
eletto segretario. Io
vivevo con tutti, lavoravo i campi con gli operai, mi divertivo con loro,
questionavo con loro, passavo le belle serate nelle osterie con loro, nei
momenti di febbre politica eravamo in perenne lotta, ma amici, mai
separati. Ascoltavo
delle cose bellissime e pensavo molto. Quando sentivo della gente che
sembrava colta raccontate tante storie, dicevo fra me «quelli lì non
hanno il senso di ciò che è la vera vita.» Perché Righìn e tutti gli
altri che lavoravano con me ed io lavoravo con loro, eran tutta gente che
aveva dei problemi veramente grossi da affrontare. Andavo
spesso alla Cooperativa dei socialisti a giocare a briscola o a suonare il
mandolino con loro. Ancora non ci si era divisi: le organizzazioni
particolari sono venute fuori dopo la guerra; prima non c’eran mica, era
tutto un popolo, con questo bisogno di convivere. C’era
un calzolaio, che era un socialista caldo e s’andava a discutere. Pem,
pem, e quando si scaldava molto i chiodi andavano giù a una velocità…
pem, pem. Chi per i preti, chi contro i preti: una battaglia! Noi
cattolici dicevamo: «Che bisogno avete di combattere Dio per la giustizia
sociale? Dio è padre di tutti, dovete combattere quelli che vi fanno le
ingiustizie!» La grande discussione era su quel punto lì: «Perché
volete andare contro Gesù Cristo? Cristo predicava la fraternità: giacché
la vogliamo insieme, perché ci dividiamo?» Loro rispondevano: «Gesù
Cristo era veramente un socialista perché lui veramente si è scagliato
contro i ricchi. E l’hanno messo in croce. A ghè poc da dir, i l’han
mis in cros i sgnor. L’hanno messo in croce i signori. I cattolici non
hanno seguito Gesù Cristo e allora nuèter, noialtri, diciamo che Gesù
Cristo l’è un socialista.» Cantavano
per le strade:
“Anderemo sul monte Calvario
dove è nato Gesù Cristo
l’era un vero socialista
predicava la libertà.
Entreremo dentro in Roma
col pugnale sanguinante,
mazzeremo preti e frati
e la legge si cambierà.
Noi siam nati socialisti
noi vogliamo la libertà.” Invece
dentro in Roma entreranno i fascisti, e loro non sono entrati. Ma
prima venne la guerra e ci hanno inquadrati tutti. Dopo
la guerra tra i principali partiti c’erano il Partito Socialista, il
Partito Liberale, il Partito Popolare. Il Partito Popolare era un partito
promosso da cattolici e si ispirava al cristianesimo. A
me del problema cristiano interessavano di più i riflessi sociali che
quelli politici, così ho partecipato poco al Partito Popolare; ho
assistito a qualche loro manifestazione, ma non ero iscritto. Questi
tre partiti si trovavano molto in lotta tra loro e nacquero dei guai,
anche dei fatti di sangue. Al governo c’erano i liberali e ricordo le
schioppettate dei carabinieri ai comizi dei sindacati socialisti: a
Bologna otto morti, a Modena quattro morti. Un eccidio.2 Gli
operai stavano più volentieri coi socialisti che coi cattolici, perché
fra i cattolici c’erano dei tipi meno battaglieri, che avevano dei beni.
Così la massa fischiava i preti.
La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Tempo" 13 novembre 1949 DA
UN LIBRICINO RIVOLTO AL POPOLO SCRITTO DA DON ZENO TRA IL ‘37 E IL ‘39 Un
giovanotto prese la parola: «Siamo stanchi di essere così oppressi. Noi
vogliamo più giustizia. Voi non dite che siamo mai figli dello stesso
Dio? Perché permettere che col nostro sudore altri abbiano a mantenere i
figli nell’abbondanza, mentre i nostri genitori, i nostri fratelli sono
spesso affamati? Le nostre case sono tane, i nostri letti sono di
pagliericcio, la nostra vita è tutta una sofferenza, una lotta, mentre
altri buttano nel lusso il frutto delle nostre fatiche! Come possono
guadagnare tanto, mentre noi non riusciamo a procurarci il necessario alla
vita? Con tutte le vostre belle parole essi continuano a succhiarci il
sangue. È ora di finirla, ci vuole una rivoluzione! Chi crede in Dio non
sa fare le rivoluzioni contro i nemici dei poveri. I preti predicano la
pazienza, e così fanno crescere degli stupidi!» Quanto
aveva detto quel giovanotto in gran parte rispondeva a verità. Le sue
parole erano la voce dei secoli, il rimprovero del fratello contro il
fratello. Che
si poteva rispondere? La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. 1950
Capivo
che due cose sono le più importanti per l’umanità: la religione come
fermento di bontà, di giustizia nei singoli, e la politica, che regge e
governa i popoli. E da allora di politica mi sono sempre interessato.
1
Preciso ricordo dello sciopero dei mezzadri e dei bovari svoltosi a
Rovereto fra il marzo e l’agosto 1912.
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