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www.unpattotranoi.it Dove nasce l'idea del "gruppo famigliare" di Nomadelfia FOSSOLI, BASSA MODENESE 1900/1918 – ZENO SALTINI TRASCORRE L’ADOLESCENZA IN UNA FAMIGLIA PATRIARCALE Noi
si viveva in una famiglia grossa, una di quelle famiglie patriarcali.
C’era il nonno con quattro figli sposati che sono sempre stati con lui e
c’erano tutti i nipoti. Eravamo circa trentacinque persone. I nipoti,
anche quando si sposavano, non avevano tanti pensieri, perché vivevano
come giovanotti; lavoravano, ma erano i vecchi ad avere la responsabilità. Così
loro erano tranquilli, sereni, e piano piano prendevano su di sé il peso
della guida della famiglia. Sicché
sono cresciuto in un ambiente robusto, socialmente, economicamente. Lo
chiamavano tutt un pan e un vein
cioè “tutto un pane e un vino” perché l’economia era comune. Mio
nonno era il capo di questa famiglia di famiglie. E
questa struttura della famiglia, la prima impressione che dava, era una
grande solidità, una possibilità di navigarci dentro, per i giovani, per
i figli. Per
loro avere dei figli era una ricchezza. Più ne avevano e più erano
sicuri della solidità della famiglia. Erano entusiasti di avere dei
figli. Una festa al gnoc frit,1
quando battezzavano un bambino! facevano una pasta, poi la friggevano; e
poi del vino spumante: vino bianco per le donne, vino nero per tutti. Le
famiglie non abitavano nella stessa casa; avevamo diverse case, però era
tutto un blocco. Andare dalla nonna non voleva dire andare dalla nonna che
sta fuori di casa: voleva dire stare in casa lo stesso; andare dalla zia
voleva dire stare in casa lo stesso. E
fin da piccini io ricordo che si andava dalla nonna, dalla zia e si stava
lì delle giornate perché era sempre la nostra casa. Così
i nipoti non avevano solo il babbo e la mamma che insegnavano,
rimproveravano. Anche uno zio aveva molta autorità su noialtri, e il
nonno e la nonna più di nostro padre. Tanto
è vero che spesso i ragazzi si appellavano al nonno, e il padre non ne
aveva dispiacere. Il nonno non aveva autorità diretta su di noi, ma
spesso interveniva e ci risolveva tanti di quei problemi! C’era questo
appello cordiale, ci si poteva afferrare a questo vecchio! Quando
penso alla mia fanciullezza c’è subito davanti questa figura. Se
veniva a tavola da noi, lo mettevamo a capo-tavola e parlava con uno, con
l’altro, e tutti ascoltavano. Anche se c’erano degli zii, degli
uomini, parlava col nipotino: «Cusa
disla la mistra? Cusa èt ciapè? Cosa dice la maestra? Che voti hai
preso?» Oppure: «Sei
stato a Messa domenica? Cosa ha detto il prete? Sei stato a giocare?» A
tavola non c’era gazzarra: un rispetto! Di
là invece, dove c’era la cucina e c’erano le donne coi bambini più
piccoli, c’era sempre una gazzarra dell’altro mondo! E lui come non
sentisse niente. Il
nonno possedeva diciassette poderi e quindi in paese era uno che prendeva
molti operai; fino a sessanta, settanta. C’era
la lega dei socialisti, e tante volte gli operai facevano sciopero contro
l’uno, contro l’altro dei proprietari; contro mio nonno mai scioperi! Venivano:
«Oh, sgnor Jusèf! Noialtri vogliamo crescere la paga.» «Iv
fat la seduta? Avete fatto la seduta alla lega, alla camera del lavoro?» «Si,
abbiamo deciso.» «Se
avete deciso, va bene.» Sicché
lui ha mai avuto gli operai contro; mai. «L’operaio
mantiene il mondo» diceva. Era
borghese nella sua concezione di guadagnare, risparmiare, accumulare,
avere poderi; però di fronte al problema sociale era esattissimo. Quando
andavo a scuola, al mattino, spesso ero con lui sulla carrozza, e mi
spiegava tante cose della vita. Quando incrociavamo gli operai in
bicicletta che andavano o che tornavano dal lavoro, tirava il cavallo da
una parte, si fermava, e loro passavano. Perché succedeva questo: nella
strada c’erano i due solchi delle ruote, fondi, poi al centro dove
camminava il cavallo c’era il fondo molto buono; da parte a parte dei
solchi invece c’erano delle pozze d’acqua; e allora gli operai in
bicicletta, stavano al centro. E
io, ragazzo, vedo mio nonno che si fa da una parte e si ferma, altrimenti
loro sono costretti a saltare quel piccolo solco e andare dove c’è
brutto. Una
festa, il nonno, mentre attraversava poderi per andare alla chiesa, vede
che siamo tutti in campagna a lavorare. Si portava a casa il fieno e
c’erano tutti gli operai, il bestiame, i carri. Capita lì e fa: «Fermèv
tutt, fermatevi tutti.» Unisce tutti gli operai e dice a mio padre, di
fronte a tutti gli operai: «Tu
non hai mai capito niente, alla festa non si lavora, è giorno di riposo.»
Mio padre dice: «Ma
c’era il fieno…» «Vedi questi operai? Ammetti che non vadano in
chiesa» perché molti erano socialisti, «però oggi hanno diritto di
vestirsi di nuovo, di andare all’osteria e passarsi la loro domenica
insieme; e riposarsi, perché la festa è giorno di riposo. E tu non puoi
sfruttare la gente, e neanche le bestie. Falli riposare tutti.» Poi
gli è venuto un colpo di rabbia: «Lasciate
lì, portate i buoi nella stalla, che piova, non piova! Tu vatti a vestire
di nuovo, coi tuoi figli, e venite alla benedizione con me! e voialtri
andate a casa a vestirvi di nuovo e andate all’osteria, in chiesa, dove
volete.» Il
culto era frequentato regolarmente, però la mia non era una famiglia di
pietisti. Questo è molto interessante. Io ho conosciuto anche a Fossoli
famiglie di pietisti, che tiravano giù il cielo se potevano. Svisavano
proprio il concetto preciso della serenità della dottrina cattolica.
Mentre in casa mia era diverso; mio nonno era molto religioso, ma di una
religiosità molto disinvolta; mia madre andava a messa la domenica e
portava con sé i più piccoli, ma non andava a messa tutte le mattine,
andava alla domenica e basta.
La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Popolo" - Milano. 12 febbraio 1948
Le
donne della famiglia, qualche volta, brontolavano un poco tra loro, ma
riuscivano a stare insieme. Quando una donna diceva male dell’altra, io
le davo torto. Ricordo
mia zia Norina e la mamma: non so cosa si siano dette tra loro, fatto sta
che si erano bisticciate. Capitò
il tifo alla famiglia mia; erano tutti a letto col tifo fuorché due: mio
padre ed io. Per non prenderlo anche noi due, dice mio padre: «Sai cosa
facciamo? Prendiamo un fiasco di grappa, andiamo a dormire in campagna e
beviamo grappa, così non prendiamo il tifo!» Mia
zia Norina, quella che sembrava così cattiva, venne da casa sua (e aveva
quattro figli): «Adesso
vi aiuto io finché non siete guariti.» Ed
è stata lì fino alla fine, a servirci tutti. Per
il fatto che le famiglie erano insieme, questa donna ha potuto lasciare la
sua in mano ad un’altra zia, lasciare i suoi figli, e stare quaranta,
cinquanta giorni da noi. Io
le ho sempre voluto un bene dell’altro mondo, prima, e di più dopo.
La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "L'Ora dell'Azione" - Roma. 23 dicembre 1948 A
un certo momento un mio zio, Umberto, non è voluto stare in famiglia.
Aveva sposato una donna che aveva dei soldi, dei poderi e se n’è
andato. Ma poi le cose non andarono bene, ebbe dei grossi guai, anche
morali. Fatto sta che disgustato della sua vita, un giorno è venuto a
casa da Modena, è andato nella sua stanza e si è sparato, si è ucciso.
Aveva già cinque figli. In
quei giorni mio nonno era caduto da cavallo, si era rotto una gamba ed era
a letto a casa sua. Succede questa disgrazia e uno dei miei zii va dal
nonno a dire: «Umberto…» Lui
fa: «Umberto ne avrà commesso una delle sue, Umberto ne ha fatto
un’altra grossa.» Ecco
l’intuito. «Si
è ucciso.» «Non
fatemi più quel nome.» «Ma
adesso per i funerali…» «Fate
quello che volete.» E
con quelle parole pareva che tutto fosse finito lì. Invece
dopo otto, dieci giorni (era già in guarigione) ha preso su il cavallo e
è andato dalla vedova. C’erano i cinque figli: «Vostro
padre, d’ora in poi, sono io.» Ha
preso i figli e la madre e li ha messi alla pari di tutti gli altri e
hanno ereditato come noi, nonostante che il loro padre avesse sperperato. Per
dire che forza che aveva! Erano dei re; se si vuol dire che uno regge,
certo che sapevano reggere bene: infatti si chiamavano resdòr, reggitori. Se
mio nonno fosse stato debole non sarebbe riuscito a dare tanta vita ai
nipoti, né a dare ai figli la possibilità di tirare su delle famiglie.
Era autorevole della autorità buona, ed ecco perché (non solo per
questo) io dell’autorità ho sempre un senso di rispetto: per la
funzione che ha. La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Giornale" - Napoli. 10 aprile 1949 Morto
mio nonno, la famiglia si divise e ognuno… per proprio conto: il vincolo
del sangue a un certo momento divide.
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