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www.unpattotranoi.it 1969 – a Grosseto da visitatori Eccoli dunque sull’antica
strada che da Siena passa giù per le fonti di Petriolo in un saliscendi
da mozzafiato. Il paesaggio dell’Alta Maremma, disabitato, selvaggio,
ma ingentilito dai fiori gialli bianchi viola della primavera, pare
messo apposta per segnare un distacco, una lontananza. All’inizio della piana di Grosseto ecco un segnale stradale con la scritta “Nomadelfia”: un paese riconosciuto, dunque. Ecco, sulla destra, tra due pini, l’inizio di una strada sterrata. Lì, è stato spiegato, comincia Nomadelfia. Nomadelfia: un modo di vivere, prima che un luogo. G sa che non troverà ad
attenderlo Sante, il giovane presidente che aveva già incontrato. Zaira,
con molto imbarazzo, lo ha avvertito che non solo non era più presidente,
ma aveva lasciato la comunità. C’era stata, pare, una vera crisi
interna, e con lui se ne erano andati parecchi giovani, assieme a Aldo, chiamato “il professore”, che si occupava dei loro studi. Non
gli viene detta una parola sulle cause di un fatto di tale importanza. G
capisce che su argomenti di questo genere è meglio non fare domande e che
a Nomadelfia i panni sporchi non solo si lavano in famiglia, ma neppure,
in famiglia, se ne parla. D. Zeno è assente. Ad attendere i milanesi
in cima alla salita c’è il nuovo
presidente, che in realtà, capiranno poi, è un “vecchissimo”
nomadelfo, uno che ha vissuto con assoluta integrità tutte le traversie:
1931 San Giacomo Roncole, 1947 Fossoli, 1952 Limbiate, 1954 Grosseto. I
milanesi non hanno ben chiaro il “peso” di tutta questa cronologia, né
lui pretende che lo capiscano: è un ometto sulla cinquantina, dallo
sguardo indagatore, autorevole di una sua rustica dignità, il che non
impedisce un fare franco, cordiale. Un insieme che ispira rispetto e
fiducia. È lui che li accompagna per una
prima visita panoramica attorno ai trecentoventi ettari della proprietà,
di cui un centinaio coltivati, il resto a macchia. Poi, per due giorni,
tanto dura la loro visita, hanno la più ampia libertà di andare per ogni
dove, di parlare con tutti. La gente bada loro, se si rivolgono a
qualcuno, altrimenti li lascia osservare. Le case sono modestissimi
prefabbricati in pannelli di legno, riverniciati chissà quante volte. Ci
sono due case coloniche in pietra. Molta cura in tutto: piante fiorite e
rustici pergolati all’esterno, all’interno mobilio di recupero ma
lustro, guarnito di fiori, soprammobili, tovagliette. Pochissimi libri,
vecchi televisori. Una splendida chiesetta uguale alle case, con le
tendine alle finestre e sedie come quelle di casa. Ovunque l’evidenza di
una povertà dignitosamente portata. La stalla, la cantina, il piccolo
caseificio, alcuni capannoni adibiti a pollicoltura, bellissimi orti,
tanti lavori agricoli in corso su una terra pietrosa e arida. Ovunque, nei
campi, i cumuli delle pietre raccolte duranti i “lavori di massa” a
cui partecipa tutta la popolazione. Quanti princìpi condividono Zeno
Saltini e Mao Tse-Tung?, si domanda G. I visitatori sono sollecitati ad
entrare nelle case, se la conversazione si prolunga sono invitati a
restare alla loro tavola. Ci restano, ogni volta in un gruppo diverso e
assaporano una cucina emiliana che ha imparato ad arricchire le modeste
porzioni di carne con le verdure degli orti, il pecorino, l’olio e le
olive. Due decenni di Maremma hanno lasciato il segno; anche nella
parlata, specie dei più giovani. Sale da pranzo per venti, venticinque
persone che stanno assieme in una composta cordialità. Dopo i pasti gli
uomini sparecchiano e puliscono i pavimenti. Le case sono piene di bambini
d’ogni età, abituati ad aver a che fare con gli adulti come fossero
tutti nonni, nonne, babbi, fratelli e sorelle maggiori. Figli e figlie di
cui gli ospiti non capiscono subito chi sia la mamma, tante sono le donne
affaccendate e pur disponibili alla conversazione. Ci si accorge di essere
facili alla commozione. L’ampio cielo azzurro percorso da grossi cumuli
bianchi, le ondulazioni delle colline, l’argento degli uliveti, le
sughere contorte e l’esotismo degli eucalipti, gli aromi intensi della
macchia, fanno il resto, sull’animo dei due cittadini. Alle domande trovano risposte
franche, concrete, prive di qualsiasi bigottismo o intenti da apostoli.
C’è anzi molto senso di humour, e l’aneddotica arguta sulla loro vita
comunitaria è inesauribile. La pratica religiosa è limitata
alla preghiera prima della cena e alla Messa domenicale. Certo, una Messa
diversa da tutte le altre, perché ogni parola è suffragata dai fatti.
L’omelia è quasi una conversazione coi bambini più piccoli che stanno
seduti sullo scalino attorno all’altare, irrequieti tra i piedi del
celebrante. Nessuno si scompone per questo. Ma tra la piccola folla ogni
uomo, ogni donna è padre e madre nei rimproveri a qualsiasi giovane che
stia appena scomposto. Cantano i loro vecchi canti, che risalgono agli
anni trenta e sono gonfi di espressioni e immagini degne di un predicatore
del seicento. Ma l’ascoltatore che sappia la loro storia non può
trattenere la commozione perché sa che le miserie di cui parlano
esistevano veramente, che quelle lacrime sono state veramente versate. Non mancano tuttavia le ombre, i
rivelatori di difficoltà passate o presenti. Una ben attrezzata officina
meccanica in abbandono, potenti mezzi di movimento terra corrosi dalla
ruggine, una macchina da stampa per alte tirature quasi inutilizzata. Due
famiglie che vivono staccate dai gruppi famigliari, ciascuna in una
abitazione separata e autosufficiente: sono casi di mancato adattamento
alla vita in comune; parlando con loro, ambedue i mariti si rivelano bene
inseriti nella comunità e disponibili a restare, ambedue le mogli cariche
di risentimenti e di voglia di andarsene. A G, poi, sta particolarmente a
cuore capire come funzionino gli organi di autogoverno della comunità,
anche in relazione ai recenti cambi al vertice. Ma su temi del genere non
si raccolgono che risposte evasive, date con un’espressione dolente,
come a dire: risparmiami questa spiegazione. C’è poi qualcuno, qua e là, che scantona dai visitatori che esprimono incondizionata ammirazione e fanno tante domande, qualcuno che sembra avere un lievissimo sorriso ironico nell’angolo della bocca. Con uno di questi G parlerà a lungo, in seguito.
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