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Eccoli dunque sull’antica strada che da Siena passa giù per le fonti di Petriolo in un saliscendi da mozzafiato. Il paesaggio dell’Alta Maremma, disabitato, selvaggio, ma ingentilito dai fiori gialli bianchi viola della primavera, pare messo apposta per segnare un distacco, una lontananza.

All’inizio della piana di Grosseto ecco un segnale stradale con la scritta “Nomadelfia”: un paese riconosciuto, dunque. Ecco, sulla destra, tra due pini, l’inizio di una strada sterrata. Lì, è stato spiegato, comincia Nomadelfia. Nomadelfia: un modo di vivere, prima che un luogo.

G sa che non troverà ad attenderlo Sante, il giovane presidente che aveva già incontrato. Zaira, con molto imbarazzo, lo ha avvertito che non solo non era più presidente, ma aveva lasciato la comunità. C’era stata, pare, una vera crisi interna, e con lui se ne erano andati parecchi giovani, assieme a Aldo, chiamato “il professore”, che si occupava dei loro studi. Non gli viene detta una parola sulle cause di un fatto di tale importanza. G capisce che su argomenti di questo genere è meglio non fare domande e che a Nomadelfia i panni sporchi non solo si lavano in famiglia, ma neppure, in famiglia, se ne parla.

D. Zeno è assente. Ad attendere i milanesi in cima alla salita c’è il nuovo presidente, che in realtà, capiranno poi, è un “vecchissimo” nomadelfo, uno che ha vissuto con assoluta integrità tutte le traversie: 1931 San Giacomo Roncole, 1947 Fossoli, 1952 Limbiate, 1954 Grosseto. I milanesi non hanno ben chiaro il “peso” di tutta questa cronologia, né lui pretende che lo capiscano: è un ometto sulla cinquantina, dallo sguardo indagatore, autorevole di una sua rustica dignità, il che non impedisce un fare franco, cordiale. Un insieme che ispira rispetto e fiducia.

È lui che li accompagna per una prima visita panoramica attorno ai trecentoventi ettari della proprietà, di cui un centinaio coltivati, il resto a macchia. Poi, per due giorni, tanto dura la loro visita, hanno la più ampia libertà di andare per ogni dove, di parlare con tutti. La gente bada loro, se si rivolgono a qualcuno, altrimenti li lascia osservare. Le case sono modestissimi prefabbricati in pannelli di legno, riverniciati chissà quante volte. Ci sono due case coloniche in pietra. Molta cura in tutto: piante fiorite e rustici pergolati all’esterno, all’interno mobilio di recupero ma lustro, guarnito di fiori, soprammobili, tovagliette. Pochissimi libri, vecchi televisori. Una splendida chiesetta uguale alle case, con le tendine alle finestre e sedie come quelle di casa. Ovunque l’evidenza di una povertà dignitosamente portata. La stalla, la cantina, il piccolo caseificio, alcuni capannoni adibiti a pollicoltura, bellissimi orti, tanti lavori agricoli in corso su una terra pietrosa e arida. Ovunque, nei campi, i cumuli delle pietre raccolte duranti i “lavori di massa” a cui partecipa tutta la popolazione. Quanti princìpi condividono Zeno Saltini e Mao Tse-Tung?, si domanda G. I visitatori sono sollecitati ad entrare nelle case, se la conversazione si prolunga sono invitati a restare alla loro tavola. Ci restano, ogni volta in un gruppo diverso e assaporano una cucina emiliana che ha imparato ad arricchire le modeste porzioni di carne con le verdure degli orti, il pecorino, l’olio e le olive. Due decenni di Maremma hanno lasciato il segno; anche nella parlata, specie dei più giovani. Sale da pranzo per venti, venticinque persone che stanno assieme in una composta cordialità. Dopo i pasti gli uomini sparecchiano e puliscono i pavimenti. Le case sono piene di bambini d’ogni età, abituati ad aver a che fare con gli adulti come fossero tutti nonni, nonne, babbi, fratelli e sorelle maggiori. Figli e figlie di cui gli ospiti non capiscono subito chi sia la mamma, tante sono le donne affaccendate e pur disponibili alla conversazione. Ci si accorge di essere facili alla commozione. L’ampio cielo azzurro percorso da grossi cumuli bianchi, le ondulazioni delle colline, l’argento degli uliveti, le sughere contorte e l’esotismo degli eucalipti, gli aromi intensi della macchia, fanno il resto, sull’animo dei due cittadini.

Alle domande trovano risposte franche, concrete, prive di qualsiasi bigottismo o intenti da apostoli. C’è anzi molto senso di humour, e l’aneddotica arguta sulla loro vita comunitaria è inesauribile.

La pratica religiosa è limitata alla preghiera prima della cena e alla Messa domenicale. Certo, una Messa diversa da tutte le altre, perché ogni parola è suffragata dai fatti. L’omelia è quasi una conversazione coi bambini più piccoli che stanno seduti sullo scalino attorno all’altare, irrequieti tra i piedi del celebrante. Nessuno si scompone per questo. Ma tra la piccola folla ogni uomo, ogni donna è padre e madre nei rimproveri a qualsiasi giovane che stia appena scomposto. Cantano i loro vecchi canti, che risalgono agli anni trenta e sono gonfi di espressioni e immagini degne di un predicatore del seicento. Ma l’ascoltatore che sappia la loro storia non può trattenere la commozione perché sa che le miserie di cui parlano esistevano veramente, che quelle lacrime sono state veramente versate.

Non mancano tuttavia le ombre, i rivelatori di difficoltà passate o presenti. Una ben attrezzata officina meccanica in abbandono, potenti mezzi di movimento terra corrosi dalla ruggine, una macchina da stampa per alte tirature quasi inutilizzata. Due famiglie che vivono staccate dai gruppi famigliari, ciascuna in una abitazione separata e autosufficiente: sono casi di mancato adattamento alla vita in comune; parlando con loro, ambedue i mariti si rivelano bene inseriti nella comunità e disponibili a restare, ambedue le mogli cariche di risentimenti e di voglia di andarsene.

A G, poi, sta particolarmente a cuore capire come funzionino gli organi di autogoverno della comunità, anche in relazione ai recenti cambi al vertice. Ma su temi del genere non si raccolgono che risposte evasive, date con un’espressione dolente, come a dire: risparmiami questa spiegazione.

C’è poi qualcuno, qua e là, che scantona dai visitatori che esprimono incondizionata ammirazione e fanno tante domande, qualcuno che sembra avere un lievissimo sorriso ironico nell’angolo della bocca. Con uno di questi G parlerà a lungo, in seguito.

 

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