www.unpattotranoi.it


S. GIACOMO RONCOLE, BASSA MODENESE, 1931/1943 – ZENO SALTINI CONDIVIDE COL POPOLO “FAME, FREDDO, FUMO E FASTIDI”

 

La canonica alla sera la lasciavo aperta. Al piano terreno c’era una saletta. Quando l’osteria chiudeva molti venivano lì a passarsela. Dice la canzone:

                                    “A mezzanotte in punto

                                    si chiude l’osteria

                                    a me fa dispiacere

                                    che gran malinconia…”

E loro venivano lì a chiacchierare con me, oppure, se io non avevo tempo, a chiacchierare fra loro. E allora ne contavano tante. Io ho parlato moltissimo con loro. Ma quante cose sanno quando sono ubriachi! Diventano l’uomo, il dolore lo fan sentire. Io penso che la vita che ho passato in mezzo a quella gente lì è molto più bella di qualsiasi altra vita.

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Avanti!" 12 febbraio 1952

 C’era un ragazzino che andava sempre all’elemosina; non sapevo chi fosse chi non fosse; compariva qui e là; finalmente l’ho trovato in una famiglia. Era un bel ragazzo. Mi ha detto: io non so come fare, la mamma (e poi non era neanche sua mamma) è malata sempre e io vado in giro. C’era un fottio di ragazzi che vivevano di elemosina, in quei tempi là, ragazzi che stavano dei mesi senza tornare a casa, sempre in giro per i paesi, ragazzi abbandonati a se stessi, bambini che erano stati accolti da qualche famiglia che poi non li voleva più oppure li sfruttava.

Interessante è che vennero lì da me anche altri ragazzi che non erano abbandonati, ma che volevano stare con me.

Io avevo in animo di non fare mai assolutamente dei collegi.

Dicevo: se devo risolvere questo problema lo faccio col popolo; se riesco faccio delle famiglie, se non riesco li mando via, perché io dei collegi non ne faccio.

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Paese" - Roma. 12 febbraio 1952

 Io parlavo sempre al popolo di loro. Guardate, dicevo, che per educare dei ragazzi che finirebbero in galera bisogna che voi mi aiutate: allora riusciremo a salvarli.

Sempre insistevo su questo punto: voi dovete esercitare su di loro la paternità che ho anch’io. Dite loro che voi siete solidali con me e che voi siete per loro come un padre, una madre. E io li lascerò liberi e verranno a fare i brigantelli, a rubarvi qualche cosa… cosa combineranno non lo so. Però si accorgeranno che quando combinano qualcosa troveranno sempre qualcuno che: «Ohé, giovanotto!»

E questa gente si abituò pian piano a rimproverarli, e a dire: «devi fare a modo, non fare delle birichinate, non rubare» perché rubavano alla svelta loro «e adesso vieni mo a pranzo da noi.»

Questi ragazzi avevano trovato una popolazione che gli voleva bene, non erano isolati ed erano molto lieti.

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Il Popolo" - Milano. 12 febbraio 1952 

 Una sera mi sono scagliato sodo: «È ora di smetterla con questo cristianesimo che non è cristianesimo, è tutto paganesimo. Io sono parroco di chi? non esiste una parrocchia, questa è una missione in mezzo ai pagani! non conosco cristiani. Io non sto qui se non risolviamo certi problemi. Io vedo che duecentocinquanta e più ragazzi della parrocchia sono vestiti male e, alle volte, non possono venire neanche alle feste. Fanno bene a non venire, a stare a casa, perché un ragazzo che debba venire scalzo, vestito male, alla messa o ai divertimenti, con gli altri, ha diritto di stare pure a casa; non è obbligato ad andare a messa, né culto, né niente!» Mi scagliavo; dissi ancora: «Io vedo che quando c’è la sagra vengono gli addobbatori, con delle pezze, robaccia tutta tinta di rosso, di verde, di giallo e oro, tutto cartone dorato. Poi addobbano una chiesa, e Gesù Cristo in mezzo a tutte queste sciocchezze, ma sta a fare che cosa? Quest’anno facciamo l’addobbo così: voi comperate le pezze di stoffa più belle che trovate e noi addobbiamo la chiesa con le stoffe per vestire questi ragazzi; tutti i tipi di stoffe. Così vi assolvo, altrimenti io vado su, butto giù la croce dal campanile, chiudo la chiesa e me ne vado perché non può stare sotto la croce un popolo che non è capace di fare queste cose.»

Così parlavo con violenza, poi con dolcezza, poi di nuovo con violenza. La gente la prese molto bene questa faccenda. Le famiglie che potevano provvidero al denaro occorrente. In poco tempo, un mese, un mese e mezzo, tutta la chiesa era già addobbata.

Un uomo del paese che era cieco, ma sapeva andare in bicicletta benissimo con la mano sulla spalla di un altro ed era uno che sapeva presentarsi, dice: «Io vado a cercare i sarti.» Va a Mirandola in tutte le sartorie principali. «Per una roba del genere, ma perbacco noi ne facciamo dieci.» Dopo va a Medolla, a San Possidonio, a Concordia, a Cavezzo e poi finalmente è andato a Carpi.

«È don Zeno, che fa questo?! Ah, facciamo subito!»

Poi andò nei paesi verso Modena e finalmente a Modena. Lì, trovò tanti sarti: mi pare che trovasse una cinquantina di sarte e sarti (c’erano le stoffe anche per le bambine, perché c’erano ragazzi e ragazze).

Il patto era questo: che prima venivano e misuravano i bambini uno per uno e poi venivano a provarglielo. E allora una mattina c’era appuntamento con tutti questi sarti: dove li mettevo tutti questi sarti? Nelle famiglie: in ogni famiglia andava un sarto e dieci, quindici, venti bambini; misuravano questi ragazzini e la famiglia teneva l’elenco. Quando tornano a provare i vestiti, le ragazzine e i ragazzi dei benestanti cominciano a piangere, a casa, perché dei vestiti così belli loro non ne avevano mai avuti. E i genitori a me: «Guardi, ne pago due, tre, basta che vesta mia figlia.»

Non è che fossero tutti uguali, c’era tanta varietà.

Specialmente per le ragazzine c’era una varietà di colori! Allora per la festa del Corpus Domini era garantito che nessun ragazzo e nessuna fanciulla fino a quindici anni era senza vestito e senza scarpe: questo in una popolazione che per la metà era di braccianti, di poveri. Poiché avevano il vestito e le scarpe per i giorni feriali, io avevo detto ai genitori: «Guardate che se trovo poi un ragazzo vestito di nuovo di giorno feriale, glieli cavo e ve lo porto a casa in bicicletta, in mutande, perché voi dovete tenerci dietro.»

Io sono stato lì altri quindici anni, ma non ho visto più un ragazzo vestito male. Il popolo si era abituato a vestirli bene.

 Ho sciolto l’Azione Cattolica. E l’ho sciolta perché ho detto: ma se io vado in un granaio e vedo centomila quintali di grano tutto ben messo, poi vedo un mucchietto di grano da una parte, è naturale che domando: scusi che grano è questo qua? Dice: è come l’altro. Allora buttalo in mezzo all’altro. E li ho buttati in mezzo a tutti.

L’ho sciolta e il mio vescovo mi ha dato ragione:

«Hai fatto bene.»

La rifarò quando ognuno dell’Azione Cattolica mi aiuterà a fare delle opere di bene, ma fino a quando vengono qui a fare delle sedute, a inventare Gesù Cristo, non ne voglio sapere.

 D’inverno questa gente era senza legna e andava di notte a rubare gli alberi secchi nei campi. Là ci sono tutti quegli olmi e quei pioppi in fila. Quei filari. C’era anche una tecnica: quando tutte le piante erano verdi e avevano ancora le foglie, si vedevano bene le piante secche; allora facevano anche dei disegni dove segnavano ’ste piante. Poi in inverno si dividevano: tu vai a rubare qua, tu là. E la notte era un lavoro grosso per andare a portare via quegli alberi.

Quell’uomo cieco andava anche lui. Andava con un altro e aiutava come poteva: si mettevano la pianta sulle spalle, lui di dietro, quell’altro davanti: «Guarda che c’è un fosso» e lui stava attento. Anche lui poveretto andava a prendere la legna.

Il Casinone era abitato da tutta questa gente e quando tornavano, pim, pam; era un lavoro enorme spaccare ’sta legna. Io avevo in corte della canonica una mola per arrotare arnesi, ferri, coltelli: e tutti venivano a molare ’ste mannaie, manaren, curtlass, pigon.

Anche gli sfrattati venivano lì, al Casinone. Non c’era bisogno di dire venite, perché come erano sfrattati, venivano lì: «Siamo stati sfrattati.» «Va bene, andate mo su, fin quando troveremo un’altra casa.»

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Milano - sera" 13 febbraio 1952

 Il comune dava qualcosa a tutti i poveri per tenerli un po’ in vita. Allora il mercoledì tutti i braccianti andavano al Comune, tornavano con le provviste e le portavano anche a noi. E si condivideva.

Poi, quando portavano della roba a me, venivano a prenderne. Ricordo un mattino, mi sono arrivati quattro bei sacchi di farina gialla e: «Alé, l’é rivee la fareina.» È arrivata la farina per tutti: a chi un chilo a chi due chili. Fatto sta che a mezzogiorno noi avevamo pochissima farina per far la polenta. Si condivideva come vasi comunicanti.

Si cominciava una unione di popolo.

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Avanti!" 13 febbraio 1952

 

 Nel Casinone c’erano degli inquilini, molti, trenta o trentuno. C’era un ragioniere che amministrava, gli dico: «Io ho bisogno di una parte del palazzo. Bisogna dare gli sfratti.» Allora dice: «Chi vuole sfrattare?»

Dico: «Guardi quelli che hanno sempre pagato regolarmente» (ce n’erano sette o otto che pagavano sempre regolarmente) «sfrattiamo questi qua» dico «perché sono pagatori.»

Allora lui: «Ma è l’inverso.»

E io: «Ma io sono l’inverso; sono un ministro del Capovolgitore; perché vede, loro trovano un altro posto, perché lei certifica che hanno sempre pagato regolarmente l’affitto, quindi lo trovano alla svelta. Questi altri se si mandano via, non trovano mica niente.»

Allora quelli che pagavano l’affitto son stati pregati di lasciare i locali.

Non hanno fatto opposizione:

«Guardi don Zeno, ci dia solo il tempo di trovare altri locali.»

Sono andati via quando hanno voluto.

Hanno visto che noi avevamo proprio bisogno: dovevo metterci i miei ragazzi a dormire e loro vedevano dove li mettevo, questi ragazzi. Almeno una ventina dormivano nel fienile del contadino che coltivava le terre del parroco. Sono stato anch’io a dormire con loro in quel fienile: c’erano solo le tegole e quando nevicava bisognava coprirsi perché la neve volava dentro e veniva dappertutto. Un freddo dell’altro mondo.

 

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "L'Avvenire" 12 giugno 1952

 Così è stato per dieci anni. Tiravo su questi ragazzi come potevo. Sono stati dieci anni pieni di vittorie sull’egoismo del popolo, di altre cose bellissime. Ma nonostante questo, anche se la popolazione dava da mangiare, i ragazzi non avevano l’amore di una mamma. Io ho avuto una visione reale di ciò che è la mancanza di questo amore. Per me alla società manca il cuore. Non ha il cuore. Perché se l’avesse, queste cose non accadrebbero. Impossibile.

Quando si sente dire che hanno rapito un bambino per un ricatto, tutta la stampa, la radio ne parlano. Continuamente dovrebbe succedere, perché tanti ragazzi sono nella sofferenza, e sono tutti nostri. Sentir dire: il tal bambino si è fatto male e l’hanno portato da uno specialista a New York. Per trovare bambini bisognosi di aiuto bastava venire a San Giacomo Roncole, basta andare dove volete! Ne muoiono tanti in Africa, in America di questi ragazzi… perché non vi preoccupate anche di loro?

 [...]

 Il vescovo mi domandò una volta: «Qual’è la cosa che ti piace meno, come sacerdote, che fai più fatica a fare?»

Gli ho detto: «Comunicare in chiesa.»

Eh!!»

«Sì, sì» dico «comunicare in chiesa.»

«Ma perché?»

«Senta mo’ Eccellenza, io spero sempre che vada qualcun altro a comunicare.»

«Ma perché?»

«Deve sapere che quando comunico vedo: la bambina tutta impennata come un’oca; vicino, la madre tutta impellicciata; e vicino c’è la vedova, magrolina, magrolina, tremante dal freddo. Il bambino vicino ha delle croste e si vede che è mal nutrito, con la maglietta di cotone anche d’inverno, le scarpe brutte, senza calze; e vicino un signore con la catena d’oro. E io devo dare Gesù Cristo a tutti.»

«Ma tu cosa faresti?»

«Ma scusi: se Gesù Cristo è sempre quello, come si può darlo a questo e a quell’altro?»

«Ma tu cosa faresti?»

«Guardi io farei così… Io li comunico perché la chiesa me lo impone. Quindi ci penserà il Papa, se la prenderanno loro la responsabilità. Io faccio, siete voi i responsabili.»

«E tu cosa faresti?»

«Guardi io farei una cosa molto semplice. Farei delle ostie vere che vengono consacrate e altre di cuoio, bianche, proprio ben stampate, come le altre, e che abbiano il sapore del pane. E alla signora do l’ostia di cuoio, alla bambina anche a lei, a quello della catena d’oro anche a lui. Invece a quegli altri do il Gesù Cristo vero. Ma si immagina cosa succede dopo? Questi che masticano e hanno paura a sputarlo! Si domandano: ma che razza di farina hanno adoperato? Perché di sputare Gesù Cristo non s’azzardano. Non hanno amore di Dio, hanno la superstizione. Insomma questo Gesù Cristo che non va giù.»

 [...]

 Io ho sofferto tutto l’insoffribile in tutta ’sta faccenda. E avevo sempre più chiara la faccenda che la Chiesa è stata buttata da Cristo in mezzo al mondo, poi è stata sommersa. E ha passato venti secoli di sommersione. E quando verrà a galla? Quando verrà in luce? Quando il mondo saprà amare? Perché finché non c’è amore la Chiesa è sepolta.

La vicenda di Nomadelfia attraverso la stampa. "Avanti!" 14 giugno 1952

 

DON ZENO, 1940, IN UN LIBRICINO RIVOLTO AL POPOLO

 Nei primi mesi del ’43, nelle conferenze a San Giacomo, cominciai a dire: «Voialtri capifamiglia dovete unirvi insieme e avviare una fraternità fra le famiglie. Cosa che non c’è mai stata. E invece dovremmo farla. Cominciate a prepararvi a fare una forma sociale più fraterna.»

Tendevo a portarli ad accettare che i figli di una popolazione dovrebbero essere a carico di tutti, non solo dei genitori. Partivo dal Vangelo: il Vangelo dice che quando una donna sta per partorire soffre, però quando ha avuto il figlio è lieta; e il Vangelo non dice che gioisce perché nasce il figlio suo: gioisce perché è nato un uomo al mondo. È molto interessante questo detto evangelico: è nato un uomo al mondo. Spiegavo ai genitori: i figli sono vostri per modo di dire, sono nati alla responsabilità di tutti. È nato un uomo al mondo e tutti siamo obbligati a mantenerlo.

Attraverso questa mia affermazione insistente, insistente molto, fatta in tutti gli ambienti, in chiesa, in teatro, in piazza, in molti era entrata l’idea che chi non aveva figli necessariamente doveva pagare per quelli che ne avevano. Ricordo sempre uno che aveva solo due figli, e dice: io potrei averne sette perché gli altri mi sono morti; quindi io pago per sette.

Era una forma associativa che non urtava neanche i fascisti.

«Non dovete aver paura di nessuno… Senza domandare il permesso né allo Stato né alla Chiesa, se volete, facciamo una associazione: l’unione dei capi di famiglia. Venite? Ne parliamo. Eleggiamo un presidente.»

Parlare così in quei tempi lì non era mica una cosa facile: in quegli anni non si facevano più elezioni, c’era la nomina dall’alto in basso.

La sera stabilita vennero tutti, nella bella, grande sala che c’è al Casinone, ottanta uomini circa. C’era chi era benestante e chi misero, c’erano dei mezzadri, c’erano dei piccoli proprietari, c’erano degli impiegati. C’erano anche due camicie nere e un poliziotto. Abbiamo fatto le elezioni; hanno eletto un consiglio e incominciarono ad operare.

Si decise per una scuola di cultura, per le colonie estive e per la gestione del cinema. Il cinematografo passava in gestione ai padri di famiglia; pagavano tutte le spese assieme e poi lo spettacolo era gratis. Per tutte queste iniziative pagavano di più quelli che non avevano figli, perché gli altri li avevano già sempre a carico.

Dopo queste decisioni abbiamo fatto un pranzo; e salta su uno che era un vecchio socialista, un mio caro amico, mio consigliere in tanti campi, salta su e dice: «Con questo fatto abbiamo superato la Russia! Se riusciamo a camminare abbiamo superato qualsiasi forma sociale!»

Ricordo la prima sera che entrai in teatro dopo questa iniziativa; ricordo le ragazze che dicevano: andiamo senza pagare nel cinematografo dei nostri padri…

Pian piano questa unione si sviluppava ed erano arrivati ad essere molti intimi. In poco tempo erano arrivati al punto che nelle assemblee non si capiva più chi fossero i cattolici e chi no. Proprio la cosa non incideva. Gli uni e gli altri dovevano prendere atteggiamento di fronte a un fatto sociale, e lo prendevano.  

 Torna a "Zeno Saltini - racconto autobiografico"