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A seguito degli incontri con d. Zeno, il gruppo degli amici milanesi organizza una serie di visite a Nomadelfia. Pullman di visitatori cominciavano già a giungere a Fossoli, in quel di Carpi, da diverse parti e i nomadelfi si stavano organizzando per riceverli. Generalmente queste persone avevano la convinzione di visitare una "città dei ragazzi" e restavano poi sconcertate incontrando invece una popolazione eterogenea di circa milleduecento persone, composta non solo dai nomadelfi (mai più di duecento) e dai minori accolti (circa ottocento) ma anche da persone che erano in stato di indigenza, sfrattati, profughi, sbandati, a cui Nomadelfia dava ospitalità.

G partecipa a uno di questi viaggi. D. Zeno non è a Fossoli. quel giorno, e G parla con un giovane sacerdote, anche lui dal fare, dal fisico, dall'abito di operaio, don Ennio. E ascolta esempi presi dalla natura e dal lavoro agricolo per illustrare le verità della fede (e li confronta con il linguaggio astratto della teologia), ascolta indicazioni concrete per viverle, quelle verità, (e le confronta con il linguaggio evasivo della politica). Sono le parole di un visionario, oppure la sua faccia sincera, le sue mani callose, tutto quello che si vede lì attorno, sono la conferma che quella visione è già in atto?

Per il pranzo G è ospite nella casa di due giovani sposi che hanno un proprio figlio di pochi mesi e uno stuolo di figli accolti. Figli consegnati loro sull'altare con la suggestiva formula evangelica: “donna, ecco tuo figlio», «figlio, ecco tua madre». Pasto sobrio, in una numerosa ma composta tavolata. Sono forse i primi passi di quella che diverrà una solida famiglia patriarcale?

Nel pomeriggio un giro per l'ex campo di concentramento, trasformato in una cittadina di pionieri. E’ domenica. Atmosfera paesana, famiglie a passeggio, bambini dappertutto, coppiette, molta gente che discute. Abbigliamento modesto ma compìto, per tutti. Non si distinguono gerarchie, né i preti dai laici, tutti si danno dei tu, e sono cose, a quel tempo, mai viste.

Un visitatore porge una mancetta a due ragazzini, che però la rifiutano: «i soldi si danno al presidente».

Ai tavolini dei bar c'è chi gioca, chi scherza, chi parla di sport, e forse G vorrebbe vedere ognuno compreso dei ruolo che assume davanti ai visitatori; le consumazioni sono gratuite anche per i visitatori ma non se ne serve: si sente con chi sta dall'altra parte dei banco.

Un ampio locale ha su una parete lo schermo per i film, alla parete opposta l'altare per la Messa domenicale; è anche il luogo delle assemblee, non sono cose senza significato.

I posti del lavoro: officine attrezzate con l'evidente passione emiliana per la meccanica e i motori, la falegnameria, la calzoleria, la panetteria, lo spaccio degli alimentari, la farmacia, servizi di cui, viene spiegato, si fruisce secondo la propria necessità e non secondo il proprio denaro; l'ambulatorio, le scuole.

La scuola. Che cosa sarà, qui, la scuola? Un argomento da approfondire bene, si dice G, che si è trovato all'improvviso a fare il maestro, e lo fa con altalenante entusiasmo.

Sono proprio gli aspetti che fanno intravedere una pratica non alienante dei lavoro, quelli che più lo interessano. Per esempio, la varietà delle prestazioni a cui ognuno è chiamato, la possibilità di passare dall'insegnamento al lavoro nei campi, dall'edilizia alla redazione dei giornaletto. E poi, attrattiva maggiore di tutte, la prospettiva di una vita in cui l'attività lavorativa non sia subordinata alla retribuzione.

Sul pullman che lo riporta a Milano (mentre accanto a lui qualcuno si lagna per la povertà dei pranzo di mezzogiorno), G si domanda se sia mai possibile che quel giorno abbia incontrato una realtà capace di soddisfare tutte le sue aspirazioni. Le premesse religiose su cui quella realtà si fonda non sono più sue, ma che importa?

 

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