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Per quanto se ne può sapere (è tema da trattare con delicatezza)
possiamo dire che molto dipende dal tipo di comunità.
Nomadelfia,
ad esempio, [ved. NOMADELFIA] esige rapporti di
convivenza molto più stretti dell’ACF [ved. A.C.F]. Non è automatico, per questo, che i
rapporti siano più fraterni in uno o nell’altro caso.
Perché ritenere che sia possibile? Non è il perenne buon accordo la
sostanza del loro rapporto solidale.
Oggi
già si praticano diverse forme di solidarietà: c’è, prima di tutto,
quella dello “stato sociale”, gestito dallo stato attraverso il
prelievo fiscale; c’è quella che si esprime nell’aiuto volontario a
chi si trova in particolari difficoltà; c’è anche quella che serve
principalmente ad accrescere il profitto di determinate aziende.
Tutte queste forme di solidarietà non portano all’eguaglianza economica,
che è invece il requisito essenziale di queste comunità.
Questo è più che solidarietà: è fraternità. Ma non è un sentimento:
è un fatto.
Io
sono tuo fratello se tu sei mio fratello. Diversamente il mio è
sentimento di “carità”, un dovere che i cristiani hanno verso tutti
gli uomini. La carità cristiana qui sta sullo sfondo. Più prossima è
l’idea di “fratellanza”, idea di origine laica, che sottintende
l’operare insieme, la reciprocità dell’aiuto.
Un rapporto felice tra due persone ci può essere o meno. Non è cosa che
si possa stabilire per statuto. Una predisposizione delle singole persone
a rapporti amorevoli però lo dice il fatto di aver aderito
volontariamente a una comunità egualitaria.
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Dunque anche in queste comunità, in cui vigono libertà, uguaglianza e
fraternità, il clima evangelico non è garantito, in misura totale e
costante?
Qui si tratta di persone, che possono anche essere diverse per lingua,
cultura, etnia o religione, che hanno detto soltanto: stringiamo un patto
tra noi.
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