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LA SCUOLA

 

Scuola di popolo

La comunità pubblica un periodico che ha un titolo molto bello (e impegnativo): Nomadelfia è una proposta. Un bell’articolo sulla scuola:

 

 

NOMADELFIA È UNA PROPOSTA, n. 6/87 —

 

La scuola paterna è una delle espressioni più vive di Nomadelfia, perché essa nasce proprio dalla vitalità di questo popolo nuovo che ha scelto il Vangelo come legge della sua vita.

La scuola paterna si può definire «scuola di popolo» e perché vive sugli stessi principi evangelici che informano la vita della popolazione, e perché tutto il popolo è responsabile dell’educazione e dell’istruzione dei figli.

La scuola di Nomadelfia è così intimamente legata alla vita che non esisterebbe, o sarebbe del tutto diversa, al di fuori di essa, tanto che don Zeno diceva che quando Nomadelfia sarà arrivata a essere veramente ciò che deve essere, a realizzare cioè fino in fondo la propria missione, allora la «scuola» non esisterà più, nel senso che ogni atto della vita sarà scuola, perché si muoveranno le cose secondo le leggi impresse da Dio nella natura.

Don Zeno, vedendo la scuola come riflesso di questa educazione completa e integrale, non ci ha lasciato delle metodologie particolari, né ci ha mai imposto delle didattiche; ci ha dato invece delle linee pedagogiche, prese dal Vangelo e dalla sua esperienza vissuta, linee che ogni «coordinatore» sviluppa giorno per giorno nel suo rapporto di padre e madre con i figli che ha davanti, accogliendo ciò che gli sembra incida maggiormente sulle loro esigenze.

Spesso vengono degli insegnanti in cerca di metodi nuovi ma presto capiscono che la novità della scuola di Nomadelfia non consiste in metodi e tecniche, ma nel rapporto diverso tra le persone e nei principi su cui si fonda tutta la comunità; capiscono anche che la nostra scuola non si può né copiare né «esportare» perché nasce ed è specchio di una società e di un modo di essere diverso.

Per lo stesso motivo non si possono fare dei confronti con altri tipi di scuole attive o sperimentali di educatori o sociologi moderni, possono esistere punti di contatto ma la realtà su cui vivono e il fine che si prefiggono sono differenti perché nascono da realtà differenti.

Principio fondamentale della scuola paterna è che i figli, per crescere in completo, hanno soprattutto bisogno di vivere. Perciò si parte dalla vita per capire più a fondo la vita.

È fondamentale non staccare il momento «aula» dalla vita del popolo: in aula si prende maggior coscienza della vita a cui i figli partecipano, si interiorizzano, si fanno propri, capendoli e approvandoli, i principi e le attività che si vivono insieme.

Per esempio i figli vivono, insieme agli adulti, il lavoro della vendemmia; a scuola approfondiscono poi, naturalmente a livelli diversi secondo l’età, i motivi per cui si fa in Nomadelfia il lavoro di massa, si capisce il principio che il lavoro è un atto di giustizia e d’amore, si imparano, in teoria e in pratica, le tecniche che si devono usare per i vari lavori.

Si attua così una «cultura unitaria» cioè unica per tutte le età, e «vivente» perché incide sulla vita.

Le nozioni non sono «fini a se stesse» ma servono per ampliare la conoscenza di ciò che si vive e di cui si comprende l’utilità.

Compito del coordinatore è proprio quello di saper cogliere, dalla vitalità di Nomadelfia e del mondo che ci circonda, ciò che è più utile per i figli, che più incide sulle loro esigenze e che quindi fanno volentieri.

C’è materiale in abbondanza, nella vita del popolo; le stagioni e i loro lavori, le feste, le visite dei periodi di apostolato, visite appositamente organizzate, per ampliare maggiormente le conoscenze viventi dei figli.

In questa scuola non servono voti né registri: il coordinatore è «padre» e non «maestro», stimola ognuno a dare al massimo dei talenti che ha ricevuto, non premia chi è più bravo, ma gli insegna a mettere le sue capacità a servizio di chi ha avuto di meno.

Don Zeno portava una bellissima immagine: «I figli meno dotati voleranno sulle ali di chi ha avuto di più».

Crescendo così in modo completo, perché incide su tutto il loro essere, i figli si presentano a sostenere gli esami della scuola dell’obbligo, portando più la loro vita che delle nozioni, più ciò che «sono» che ciò che «sanno».

Quest’anno 25 di loro hanno sostenuto gli esami di III media presso la scuola statale di Meda, in provincia di Milano: è stata scelta questa scuola per continuare un discorso iniziato con un bell’incontro chiesto dagli insegnanti con la nostra scuola, quando eravamo con il teatro tenda a Milano.

I ragazzi hanno portato agli esami il materiale elaborato nei tre anni di scuola media: alcuni lavori personali e alcuni che raccolgono il lavoro di tutta la classe su una esperienza vissuta insieme.

In questi «libri» ognuno ha trovato il suo spazio per essere valorizzato: chi con i titoli e l’impaginazione, chi con i testi e le riflessioni.

Quest’anno i lavori più impegnativi riguardavano la visita in Francia, le gite nelle località più caratteristiche della Maremma, per conoscere meglio la terra in cui viviamo e i popoli che l’hanno abitata prima di noi, la storia della loro vita; uno studio sulla vita dei popoli antichi realizzato partendo da una visita alla Roma antica, poi con la conoscenza dell’opera sociale di S. Benedetto e del monachesimo fino ad arrivare a S. Francesco e al suo tempo.

L’accoglienza è stata ottima: tutti si sono dimostrati più attenti alle «persone» che alle «cose», cioè a delle nozioni.

La «veglia», una specie di rappresentazione fatta dai ragazzi per far capire meglio la loro vita, è stata molto apprezzata e ha messo in luce alcuni aspetti che, con le prove scritte e orali, non avrebbero potuto toccare.

I ragazzi sono stati, com’è loro costume, semplici e spontanei; hanno fatto sentire, più con i gesti che con le parole, che vivono in un popolo di fratelli, e che l’educazione che ricevono li rende persone complete e mature.

Sono stati tutti promossi, ma, al di là del risultato, hanno, ancora una volta, dimostrato che è possibile vivere secondo il Vangelo e che il Vangelo incide su ogni aspetto della vita.  

Nomadelfia sembra finalmente avere la sua giusta scuola.

G ha lasciato ormai da sei anni la scuola statale e segue da lontano i cambiamenti che vi si svolgono, cambiamenti che la portano in direzione opposta a quel che alla Rosellana si cerca di fare.

 

Rosellana

 

LE "SERATE"

 

Ritorno

Le «serate» estive di Nomadelfia hanno ormai fatto il giro di quasi tutte le città e le zone turistiche d’Italia.

Il periodico della comunità ne descrive gli aspetti organizzativi e indica un “ritorno” a lunga scadenza che G non aveva preso in considerazione.  

 

NOMADELFIA È UNA PROPOSTA, n. 6/88 —

 

Durante le Serate estive partiamo in 180, mentre i rimanenti 130 restano a Nomadelfia.

Generalmente i bambini e i giovani partono tutti, ma gli adulti devono essere disponibili a restare o a partire secondo le esigenze della comunità.

Spesso i coniugi trascorrono i mesi di apostolato uno a casa e l’altro in viaggio; non tutti i figli hanno con sé i genitori, ma questa circostanza ci permette di vivere ancora più intensamente quella fraternità che consente ai figli di sentire in modo tangibile la paternità e la maternità esercitate da tutti gli adulti. […]

Come base, o come «campeggio», otteniamo normalmente l’uso di un istituto o di una scuola che d’estate sono liberi. Abbiamo noi cucina e lavanderia montate su autoarticolati, un magazzino viveri con freezer, con il quale ci portiamo il necessario da casa per ridurre le spese al minimo.

Per il montaggio degli impianti siamo tutti divisi in piccole squadre, ognuna con proprie mansioni. Ci sono le squadre degli addetti al palco, all’impianto sonoro, all’impianto elettrico, ai costumi, alle affissioni e pubblicità, alle sedie, alla stampa, alle riprese cinematografiche e fotografiche, al montaggio degli spogliatoi, alle pulizie della piazza, alla guardia e c’è l’incaricato delle pubbliche relazioni e del contatto con le televisioni private e la stampa. […]

Per i figli le Serate estive sono un po’ come le vacanze. Quasi tutti i giorni si va al mare e spesso si organizzano gite in montagna, al mare o visite al centro storico delle varie città o alle aziende più significative e importanti della zona. Ogni tanto si invita qualche esperto a parlarci della storia, della geografia, dei problemi del luogo: argomenti che saranno poi ripresi durante l’anno scolastico.

Parrocchie e associazioni ci richiedono spesso incontri, nei quali proiettiamo un documentario su Nomadelfia e poi ci intratteniamo. […]

Serate fuori programma ci vengono richieste nelle carceri, nelle case di riposo, negli ospedali psichiatrici. Proprio in queste occasioni i nostri figli si dimostrano davvero generosi, e sono i primi ad aderire alle richieste. […]

Lo spettacolo è gratuito in modo che tutti indistintamente possano partecipare.

Spesso al termine delle danze invitiamo la gente presente a venire sul palco a ballare con noi qualche mazurca e valzer.

Una media di 2000 persone ogni Serata per 25 Serate ci danno modo di farci conoscere direttamente da circa 50000 persone ogni estate.

Di solito si tengono due Serate sulla stessa piazza. Al termine della seconda serata le squadre si mettono al lavoro, mentre i bambini vengono riportati al campeggio.

Molte persone si fermano ad assistere allo smontaggio delle attrezzature e qualcuno, soprattutto tra i giovani, si offre di aiutarci.

«Lo smontaggio è un secondo spettacolo» afferma qualcuno degli spettatori, intervistato quando stanno per partire gli autotreni nel cuore della notte. Dicono che li colpisce non tanto l’organizzazione, quanto il clima di collaborazione e di laboriosità che c’è sotto. È una cosa contagiosa.

A volte si formano dei gruppetti e si resta a parlare fino a quando parte l’ultimo pullman. In circa un’ora le attrezzature sono smontate completamente e la piazza è pulita. Gli autotreni ripartono.

Tutti siamo a disposizione per chiarire aspetti della nostra vita o anche per ascoltare le persone che ci parlano dei loro problemi e delle loro aspirazioni.

Le persone intervistate a volte apprezzano Nomadelfia, a volte la criticano, tutti però ammettono che la nostra Serata è più di un semplice spettacolo e «trasmette qualche cosa», anche se poi non sanno spiegare.

Forse si muove qualche cosa nel loro intimo, si risveglia quella aspirazione a una vita giusta e fraterna che tutti sognano, ma che nessuno sa ancora realizzare.

Di fatto le persone che si fermano a parlare con noi sono quasi «curiose» di vedere come sono i nomadelfi e come si muovono nella concretezza della vita quotidiana, e si finisce per darsi del «tu». Nasce un’amicizia

Durerà poco? Forse, ma sono nate anche realtà importanti dall’incontro con Nomadelfia. Comunque qualche cosa rimane sempre.

E ogni tanto viene una persona a Nomadelfia: «Sono qui a trovarvi… dieci anni fa a… alla vostra Serata, ti ricordi…?» Le aspirazioni più profonde magari non si realizzano nella vita, ma ti tormentano fin che campi.

 

Un quadro bello e vero. Tuttavia la sensazione è che questa forma di propaganda rischi di apparire ormai un poco stantia.

 

Cenacolo

 

 

CAMBIAMENTI

 

Cenacolo

Nel corso delle numerose puntate che G ed E fanno durante questi anni alla Rosellana, trovano, ogni volta, qualche nuovo intervento alle strutture della comunità.

Già all’arrivo (di pini ne è rimasto uno solo, per l’ampliamento della statale Siena-Grosseto), su tutte le strade si trova asfalto, anziché polvere e quarzi: ogni elezione amministrativa a Grosseto (un centinaio di voti in più al seggio di Roselle non spiacciono a nessuno), ogni visita di un vescovo, hanno dato un contributo in questo senso.

Nei gruppi, i prefabbricati degli anni cinquanta, con l’esterno di perline verniciate in azzurro, sono stati sostituiti dalle casette modulari, di linea alpestre, donate dal Friuli alla fine della emergenza terremoto. Sono tutte ben fissate a stabili fondamenta, dato che ormai non c’è più chi minacci un possibile esodo. Ristrutturati con gusto gli edifici in muratura: Rosellana, Subiaco; il Diaccialone, risistemato, adesso ospita un gruppo.

Un gruppo nuovo è sorto, in bella posizione elevata. È stato chiamato «Cenacolo», perché don Zeno voleva che fosse il primo ad accogliere permanentemente un tabernacolo con l’ostia consacrata. Nella sala da pranzo era stata ricavato un apposito piccolo vano. Un’idea di don Zeno densa di significati. Essa rientra nel suo costante tentativo di avvicinare la terra al cielo, il cielo alla terra: come la danza in chiesa, così il tabernacolo in casa.

Scomparso don Zeno, l’idea del tabernacolo in ogni gruppo è stata lasciata cadere. Fortunatamente, forse. A dei credenti nell’Eucarestia, una scelta del genere poteva indurre a esercitare, in casa, una tale vigilanza su se stessi e su quello che vi avviene, da rendere impossibili le normali condizioni di vita. Certo, don Zeno mirava a una diversa atmosfera: avrebbe voluto che i nomadelfi considerassero una tale «convivenza» una cosa normale, come fu nella casa di Nazareth:  

[Nel gruppo] c’è il calore della vitalità, della donna incinta che deve generare un figlio, quell’altro che è già nato “un uomo al mondo”, quell’altro cresce, va a scuola, quell’altro fa qui, fa là. Vivono tutti e vanno a tavola insieme. E la tavola diventa la mensa proprio, la mensa di Dio. E allora il gruppo familiare è Dio vivente, tutto lì. NOTA

In ogni gruppo, ormai, c’è un televisore a colori; e questo è niente, perché c’è pure il pianoforte: la più bella rivincita di tutti quelli di San Giacomo Roncole, a cui il suono dello strumento giungeva dal salotto delle ville dei possidenti emiliani, padroni delle terre che loro lavoravano. A G spiace solo che don Zeno non sia lì, a veder strimpellare sulla tastiera queste ragazzine.

Altro genere di cambiamenti G trova su, alla “agraria”: Spero ha una cantina con tini alti d’acciaio, c’è il frantoio per le olive, nella stalla si pratica la mungitura automatica.

Il polo culturale si va gradualmente spostando dall’Assunta all’edificio della ex metalplastica. Non più falegnameria, magazzino costumi, deposito di vecchie macchine, enorme ripostiglio: tutto sta per essere sostituito da sala cinematografica, laboratori di fotografia e di registrazioni audio (si stanno trasferendo su disco migliaia di cassette). In un locale a prova d’incendio sono custoditi gli archivi. Attorno, gli uffici del presidente, dell’archivista, della contabilità, della posta, e così via. Sono rimasti la grande bicolore e gli impianti di legatoria. Naturalmente apparecchiature informatiche sono presenti ovunque.

Quando Nelusco giustificava a G le continue iniziative di don Zeno dicendo che lui «buttava là» delle idee che i nomadelfi avrebbero realizzato nel tempo, forse la diceva giusta. O, forse, semplicemente, è la passione di questi uomini per le nuove tecnologie.

Non c’è motivo che chi pratica una convivenza fraterna, debba vivere nei disagi. Tuttavia se questa proposta viene da chi fa una aperta professione di cristianesimo «sociale», la sobrietà di vita diventa una necessaria coerenza. Nomadelfia non è incoerente in questo.

Non ci sono recinzioni attorno alla Rosellana, non ci sono mai state e i Nomadelfi non le faranno. Ma la presenza di strutture e mezzi evoluti, l’uso delle tecnologie avanzate, il pur discreto e giusto decoro delle abitazioni, il livello generale di istruzione più elevato, sembra a G che vengano a creare un’invisibile filtro alla comunicazione con certo mondo esterno. Un tempo, la vista di una evidente povertà poteva allontanare un visitatore; adesso, altri aspetti possono rendere difficile il rapporto con chi è in cerca di aiuto.

Oggi, forse, non esiste più qualcuno che assomigli al viandante che negli anni trenta percorreva la statale Abetone-Brennero e chiedeva un pasto nella canonica di San Giacomo, o il reduce dalla guerra che continua a girovagare perché al ritorno non ha trovato la famiglia come l’aveva lasciata e chiedeva ospitalità a Fossoli, o l’uomo a cui la vita aveva tolto ogni speranza e che fermandosi alla Rosellana trovava il modo di tirare avanti senza che nessuno gli chiedesse del suo passato.

Oggi, certo, le emarginazioni sono di un altro tipo; talvolta fenomeni così imponenti e così carichi di incognite da rendere meno fattibile il tipo di intervento tradizionale in Nomadelfia, il più semplice e antico: l’ospitalità.

 

Poggetto

RTN

Nel ’97, sul periodico si accenna all’attrezzatura per la produzione televisiva: studio di registrazione, sala regia, laboratori tecnici. 

RTN (Radio Televisione Nomadelfia) è la rete interna via cavo che distribuisce i programmi nei gruppi. 

Questa faccenda di una programmazione interna è sempre causa, a G, di discussione con le persone a cui gli capita di farne cenno. G propende a pensare che non sia una intollerabile limitazione di libertà il fatto che a scegliere quel che troverà sullo schermo tv sia una persona che conosce, con la quale abbia una certa condivisione di idee, con la quale possa parlare, magari litigare. Ovvia l’obiezione che la scelta la potrebbe fare lui stesso, spaziando da canale a canale. Ma G, che alla tv di tempo ne dedica poco, si orienta sempre sullo stesso canale, dove qualcuno ha già fatto una scelta, che ritiene si avvicini, approssimativamente, a quella che farebbe lui. Allo stesso modo si frequenta proprio una data libreria, un’edicola, un negozio di dischi, piuttosto che un’altro: si approfitta di una preselezione. Magari può sfuggirci qualcosa di buono, ma in compenso si evita di imbattersi in sciocchezze e volgarità. Quindi, nel caso della RTN, affidando una scelta ulteriore a un’altra persona ancora, il problema semplicemente si sposta. In una scelta precedente alla nostra ci si imbatte comunque.

 

Subiaco

  

VISITATORI E VIAGGI

Nomadelfia è una proposta dedica spesso testi e fotografie ai visitatori che vengono in comitiva; persone sconosciute che vengono accolte nei gruppi familiari con la cordialità e la confidenza che non è possibile riservare a quelle dal nome famoso. 

Il giornale indica cifre sbalorditive: quindicimila visitatori nel ‘94, diecimila nel ‘96. 

Talvolta l’occasione è offerta da Nomadelfia stessa. Ad esempio, per il matrimonio contemporaneo di tre coppie gli invitati sono stati seicento. G ed E, che erano tra quelli, prima hanno ammirato la perfetta organizzazione nel gestire un pranzo di tale dimensione, poi, per…non essere di troppo, se la sono filata in una trattoria sulla senese. 

Il maggior numero di visitatori giunge alla Rosellana in gruppi organizzati: comitive diocesane e parrocchiali (con relativo vescovo o parroco), gruppi scout (di cui Nelusco tollerava male una certa promiscuità nel campeggio), seminaristi (con il rettore, al quale non si dice che secondo don Zeno, “la formazione dei seminari è pessima” al punto che “se fossi Papa li condannerei come eretici”), classi di liceali (con presidi e professori, coi quali non insistere sui motivi del rifiuto della scuola compiuto dall’adolescente Zeno), associazioni cattoliche (alle quali non dire quel che fece don Zeno della sezione di Azione Cattolica di San Giacomo), religiosi di ordini diversi, gruppi folkloristici d’oltreoceano, cori alpini, marce nonviolente, convegni di giovani o di anziani che scelgono Nomadelfia come luogo di incontro. Nomadelfia offre ospitalità, attrezzature, e la sua proposta. 

C’è l’ospitalità offerta alle suore venute dall’Albania, ai bambini russi, ad amici polacchi, a preti e laici venuti da paesi dell’Est europeo per conoscere e trovare aiuto. 

Davvero ha più contatti con il mondo un figlio di Nomadelfia, benché viva in Maremma, che, di norma, qualsiasi altro suo coetaneo in Italia. E sono contatti reali, non immagini sullo schermo tv. Se la scuola familiare sa approfittare di tutto questo, quel che desiderava don Zeno è raggiunto. 

***

Il mondo che si affaccia curioso su un piccolo mondo retto da un centinaio di adulti. E accoglierlo è certo anche un impegno pesante.

Quel che del mondo non viene alla Rosellana, Nomadelfia cerca di farlo vedere ai suoi ragazzi, portandoli dove una occasione si presta. 

A parte la propaganda estiva che li ha portati ormai in ogni parte d’Italia, il periodico mostra le foto di viaggi in Inghilterra, Francia, Svizzera, Spagna, Polonia. Vanno negli USA, dove, a Denver, si tiene una «giornata mondiale della gioventù [cattolica]». Qualche giovane fa un’esperienza individuale all’estero. 

Ogni viaggio è fitto di incontri con personalità e istituzioni (con la solita prevalenza di quel che attiene al mondo ecclesiale). 

Sono le attività didattiche complementari di una ottima scuola; svolte con tutte quelle garanzie di esperienze educative e di buona condotta dei ragazzi che non sempre un’altra scuola fornisce. 

 

Sughera

 

ADDII

1996. G ed E stentano a credere possibile la morte di Anna, che Nelusco comunica loro per lettera (essendo, per un disguido, venuta a mancare la comunicazione telefonica immediata). Lasciano passare un po’ di tempo, poi gli propongono di incontrarsi. Si trovano a metà strada, stanno assieme qualche ora, si parla molto di Anna, dei figli. Le prudenti domande su Nomadelfia trovano il riserbo di chi la conosce più a fondo di chiunque. Ci si lascia con affetto; G ed E con il rimpianto delle cose non dette. 

Nella raccolta del periodico, dopo quelle di Sante, Mariano e Anna, si susseguono le notizie di altre morti. Nel ‘92, un anno dopo il «babbo», se va Barile. Aveva lasciato presto colui che l’aveva tolto dalla strada, ma senza che fosse mai un abbandono. Con la sua vita irregolare, con i suoi slanci generosi, la sua immagine è un’altra faccia del popolo nato da don Zeno. Se ne vanno nel ’90 nonno Gino, nel ’96 Mino, il medico genovese entrato in comunità al tempo di Fossoli (G lo vede un’ultima volta, reso immobile dalla malattia e con lo sguardo ormai spento, trascorrere il suo tempo in archivio, dove gli viene offerta la sensazione di essere ancora partecipe), nel ’98 Spero (che la sua vita, lui e Maria, l’avessero «spesa bene» lo dice l’espressione dei loro visi nella fotografia che li ritrae assieme, ormai prossimi ai settanta. Se ne va, nel ’99, Germano, il l’ercole buono, alla fine fiaccato dalle prove a cui la sua disponibilità lo spingeva a sottoporsi. Se ne va, pure nel ’99, l’impetuoso Cesare, magazziniere, addetto alla distribuzione nei gruppi, ma anche pianista, che aveva sostituito Dario nel fare la spola tra la Rosellana e Grosseto, assumendone anche i comportamenti, come dice la moglie Caterina nel bel testo di ricordo che gli dedica sul periodico.  

Se ne vanno mamme di vocazione, tra cui alcune che G ed E avevano ben conosciuto. Se ne va nel ’96 il sorriso di Sirte, mamma di tanti scolari del Diaccialone, e, come Ada, così vicina a Edmea, durante la sua permanenza alla Rosellana. Di chi c’era al Diaccialone e al Poggetto se ne va nel ’99 Marinetta, viso sereno già da nonna (46 i figli) fin da quando erano con lei in gruppo. Alla Verna avevano conosciuto Luisa (poi di nuovo incontrata alla Sughera), che muore nel ’98: lei, Irene, Zaira e Lea (per tanti anni conduttrice della scuola materna) erano forse le uniche, tra le prime mamme, a non essere di famiglia contadina e di questa estrazione diversa conservava il tratto in una certa ricercatezza di modi; il che non le impediva di dedicarsi quotidianamente, per oltre vent’anni, a dare una esistenza umana a una figlia con gravissima insufficienza mentale. 

Nel ’96, qualche mese prima di Anna era morta sua sorella Enrica. Anche lei apparteneva al gruppe di mamme distaccate alla Verna e G ed E non l’avevano molto frequentata. G ricorda il testo di una intervista in cui Enrica parla del momento della accoglienza di un nuovo figlio: 

Quelli che arrivano dal brefotrofio si cullano, si scuotono come a cacciare i pensieri; ricordano qualcosa. Ci sarà una figura che non dimenticano. Bisogna essere molto sorridenti, non sgridarli, evitare di accorgersi del loro pianto. Dai, andiamo in braccio. Non compassionarli, non chiedere: – Perché piangi? – perché allora gli si mette il singhiozzo in gola. Poi c’è la sera quando viene buio. Il bagno è una cosa curativa forse perché sente la mamma che gli è vicina. Gli dà il sapone o il profumo, un paio di scarpe lucidissime, una camicetta. Nel momento che esce dal bagno o quando lo metti a letto gli dici: – Come sei pesante! – Però lo tieni in braccio. Sente che lo tieni anche se è superiore alle tue forze. Qualche volta provo io a mettermi in braccio al bambino: – Ma non sei capace a tenermi in braccio! – Forse è uno scambio. Crea un legame. 

Una sola parola definisce bene quel che c’è in questo testo: è ciò che don Zeno ha chiamato «cultura», quella che non si acquisisce con una semplice laurea. 

Muore anche, nel ’98, in un incidente stradale, nel cuneese, dove s’era stabilita, una figlia di Sante. Aveva lasciato Nomadelfia con il gruppo della «P9». Dopo l‘immediato dissolvimento del gruppo, lei e il marito avevano costituito una piccola comunità di accoglienza. Da tempo progettavano di rientrare alla Rosellana, con i figli. È bello che Nomadelfia ne dia l’annuncio come di un’appartenente alla comunità. 

Di fronte a questi fatti dolorosi il periodico di Nomadelfia pubblica le sue pagine più genuine, più sentite. I testi scritti in queste occasioni dai nomadelfi, da d. Enzo, sono veramente dense di spirito fraterno, espresso con toni assolutamente non formali. È l’occasione in cui il lettore può meglio conoscere la vita dei nomadelfi, capire la natura del rapporto che li lega, vedere i loro volti. Ma è possibile che questo si debba avere solo quando ne muore qualcuno?

 

Diaccialone

GIOVANI

Foto di giovani che iniziano il triennio di prova, foto di giovani, singoli o freschi sposi, che firmano la costituzione. Sono sia figli nati da matrimoni tra nomadelfi, sia figli accolti. 

Pochissime, in questo decennio, le adesioni di giovani giunti da «fuori». Il fatto nuovo è dunque una certa tendenza a restare, di persone per le quali Rosellana è il luogo della propria formazione. 

I giovani di cui G vede le immagini e legge le dichiarazioni sul periodico, costituiscono la prima generazione cresciuta in Nomadelfia in cui solo pochi possono avere un ricordo personale di don Zeno. La sua scomparsa, accompagnandosi alla età avanzata ormai raggiunta dai suoi primi discepoli, ha dato avvio alla graduale ma inarrestabile assunzione di funzioni direttive da parte dei genitori di questi giovani. Caso non comune, crescere in una “repubblica” governata dai propri genitori. 

Ne segue che questa generazione è cresciuta in un clima di stabilità, quale la comunità non aveva mai conosciuto in precedenza. Attorno a loro hanno trovato un ambiente sereno, avuto una formazione densa di sane esperienze, hanno potuto seguire degli studi abbastanza regolari hanno viaggiato. Così, dopo decenni, siamo in presenza di una generazione che, più di ogni altra cresciuta in Nomadelfia, vede la possibilità di restare in comunità e formarvi una famiglia. Non ci sono grandi incertezze sul futuro, tutto, insomma, è meno difficile, meno eroico. 

Ecco le dichiarazioni di alcuni di essi alla firma della costituzione:

NOMADELFIA È UNA PROPOSTA, n. 3/97 e n. 4/98 —

un ragazzo — Quando i miei genitori si sono divisi, eravamo sei figli. Io avevo un anno e mezzo. Siamo stati portati a Nomadelfia e siamo stati affidati tutti insieme a Norina. […] Quando siamo cresciuti, quattro miei fratelli hanno deciso di uscire per costruirsi una vita fuori dalla comunità. Io non mi ero mai posto il problema. La vocazione di farmi nomadelfo è nata in me durante il servizio militare, dal confronto con una realtà totalmente diversa, che mi ha fatto riscoprire quei valori che mi erano stati insegnati, ai quali non avevo dato fino ad allora molto peso.

una coppia — lei - [venuta bambina a Nomadelfia, da Milano, con i genitori] - A 17 anni […] avevo l’idea di andar via da Nomadelfia. Per i giovani questa vita non è molto facile: certo, hanno doni che molti giovani non potrebbero mai sognare di avere, ma hanno anche il dovere di vivere la legge e il costume di Nomadelfia che, per chi non ha la vocazione, potrebbero sembrare un po’ duri. Così, a diciannove anni, ho avuto l’opportunità di frequentare per due anni un corso di sarta a Modena. Questa lunga lontananza, oltre che essere stata per me motivo di studio, è stata anche motivo di riflessione. lui - Sono figlio di figli di Nomadelfia. Dal loro matrimonio sono nati undici figli (di cui sei hanno fatto la scelta di rimanere a Nomadelfia) e hanno accolto sei figli dalla comunità. Divenuto maggiorenne ho fatto un’esperienza all’esterno della comunità andando a lavorare sotto padrone. Mi sono accorto, però, che a Nomadelfia lavoravo per tutta la comunità; invece fuori facevo soltanto i miei interessi e pensavo solo a me stesso. Adesso siamo sposati da quattro anni e abbiamo due bambini piccoli.

una coppia — Siamo entrambi nati e cresciuti a Nomadelfia […] quello che ci ha maggiormente educati è stato l’esempio autentico dei nomadelfi che, pur con loro difetti, si impegnano quotidianamente a vivere il Vangelo in tutti gli aspetti della vita umana. Ci hanno insegnato a studiare e lavorare non per fare carriera o guadagnare di più, ma per essere utili all’umanità. Arrivati all’età in cui non bisogna più soltanto ricevere, ma bisogna dare, ci siamo resi conto di cosa fosse Nomadelfia per noi e cosa potevamo fare noi per gli altri. Non sono mancati momenti difficili, che hanno indotto [lui] a fare un’esperienza di vita e di lavoro all’esterno della comunità. Tornato da quell’esperienza […] ci siamo accorti del grande dono ricevuto da Dio di essere nati in un popolo fraterno dove la sua volontà è legge, dove non c’è il ricco e il povero.

una ragazza — Tramite il tribunale dei Minori di Firenze giunsi [a Nomadelfia] che avevo due mesi di vita. Venni affidata a una giovane coppia appena tornata dal viaggio di nozze. […] La vocazione per rimanervi è nata in me all’età di diciannove anni. Volli fare un’esperienza all’estero proprio per ricercare nel mio intimo quello che il Signore stava per mettermi di fronte, così assaporai la bellezza di tutti i valori trasmessimi da bimba e da adolescente.

un ragazzo — Non ho avuto particolari segni, né incontri determinanti che mi abbiano spinto alla scelta di rimanere. La mia vocazione è maturata pian piano da quando ho cominciato a pormi il problema di come impostare la mia esistenza. […] La disponibilità al sacrificio e soprattutto il «rinnegamento di se stessi» sono l’ostacolo più grande che ho incontrato.

una coppia — lui - Sono nato quando i miei genitori [giovane coppia milanese] abitavano già a Nomadelfia. Fin da ragazzino sono stato educato a essere generoso e disponibile agli impegni comunitari. lei - Ho ventidue anni, sono venuta a Nomadelfia con la mamma e i miei due fratelli quando avevo poco più di due anni. Ho frequentato la scuola fino alla maturità scientifica. Durante i primi due anni di liceo ho trascorso momenti difficili perché sarei voluta andare via per vivere una vita diversa da quella che mi offriva la comunità. entrambi - Ci siamo fidanzati. Abbiamo percorso un cammino di fede e di maturazione spirituale che ci ha portati a fare la scelta di dedicare la nostra vita a Nomadelfia. Non è stata una decisione facile. Volevamo essere certi che il Signore chiamasse entrambi, separatamente. Avevamo il dubbio che la nostra scelta fosse dettata dall’abitudine più che dalla cosciente convinzione che questa fosse una nostra vera aspirazione. Decidemmo così di trascorrere gli esercizi spirituali separatamente e di tornare con una decisione precisa. Il Signore avrebbe potuto avere progetti diversi su ognuno di noi ed eravamo disposti anche a interrompere il fidanzamento.

 

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