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www.unpattotranoi.it anni settanta – Nomadelfia, vista dall’interno - PERSONE
Ospiti Della travagliata origine dei gruppi familiari, nel ‘53,
‘54, G ed E conoscono quel che c’è nel racconto di don Zeno.1
Adesso, dopo quindici anni, il meccanismo appare rodato. Nel linguaggio
interno il nome «gruppo» ormai indica, secondo i casi, almeno tre cose:
l’insieme delle persone che convivono, l’insieme delle abitazioni in cui
vivono, quella, tra le abitazioni, che funge da casa comune (le altre sono
chiamate «casette»). Nel ‘69 i gruppi sono dieci: Diaccialone, Betlem Alto,
Betlem Basso, Bruciata, Sughera, Subiaco, Rosellana, Poggetto, Assunta,
Nazarteh, disseminati nel territorio della tenuta; circa trenta persone in
ciascuno. Gli adulti stabili nella comunità sono, in totale, un
centinaio. Tra tutti, il riferimento per G ed E, agli inizi e poi per sempre,
chi li ha accolti alla loro prima visita. «Presidente», comunque, è un
appellativo che viene usato solo con gli ospiti di passaggio e con i ragazzini
quando hanno sfasciato un bicicletta: «adesso vai a dirlo al presidente!» e
quelli poi vanno tranquilli: «mi si è rotta la bicicletta, Nelusco!».
Nelusco, nome tipicamente emiliano. Nelusco pensa, opportunamente, che i due nuovi ospiti
stiano in gruppo con lui. Di conseguenza il primo anno i due staranno al
gruppo della Bruciata, nel secondo seguiranno il trasferimento della sua
famiglia al Poggetto. Una scelta oculata, che gli permette di tenere sotto
osservazione queste due persone che conosce da poco ma che dovranno svolgere
nella comunità un ruolo non da poco. Una scelta che si rivela subito utile
anche a G che approfitta delle conversazioni di normale vita domestica per
attingere da lui tutte le informazioni utili al proprio inserimento nelle
consuetudini della comunità, ai rapporti con le persone, alla conoscenza
delle possibilità pratiche, e, appena avviata la scuola, per trovare i
momenti adatti a esporgli in anticipo i propri progetti, cogliere il suo
parere, consigliarsi. Del resto G si rende ben conto di dover agire con gradualità,
compatibilmente con la mentalità delle persone e con le opportunità. Espone,
non solo a Nelusco, ma a quante più persone possibile ogni iniziativa, prima
di attuarla, e ottiene che venga accolta con fiducia e disponibilità. La comunità sa accettare anche gli evidenti privilegi di
cui i due godono rispetto ad altri ospiti: dispongono di denaro proprio, della
propria auto, vanno a Grosseto quando lo ritengono necessario (senza tuttavia
mancare di avvertire qualcuno nel gruppo, come avviene in famiglia).
Un’autonomia che essi sanno usare con discrezione e per faccende di utilità
comune. Se, come qualche volta accade, si tratta di uno svago, non mancano di
far partecipare qualcuno. Così, grazie alla prudenza di G e alla cordialità di E,
si instaura con i membri della comunità un rapporto amichevole che non cesserà
mai.
Bruciata La Bruciata si
trova in cima a un cucuzzolo esposto a tutti i venti. Se c’è tramontana le
pareti esterne esposte a settentrione delle casette prefabbricate, fatte di
perline di legno, si vedono diventar concave sotto la spinta del vento. La
casa comune è molto piccola e modestissimo l’arredo: ci sono un locale di
ingresso, dove c’è solo un basso tavolo ottagonale per i pasti dei bimbi più
piccoli, la cucina (di acqua calda non se ne parla) e la sala da pranzo (due
grandi tavoli e una credenza, con dentro il servizio da tavola «buono» e
sopra la tv). Disposte quasi in cerchio attorno a questo prefabbricato
stanno le «casette», quattro, delle dimensioni di un container: una ciascuna
per le due coppie con i loro bimbi più piccoli, la terza per una «mamma» e
tutte le ragazze; la quarta è divisa in due camerette: una per i ragazzini,
sistemati in letti a castello e sorvegliati da Nelusco, che per il momento ha
rinunciato al letto coniugale, l’altra per i «celibi». Solo quelle per le
coppie e per le ragazze hanno un servizio interno. Molto più confortevole è la sistemazione successiva, al
Poggetto, un gruppo che si trova anche in posizione più amena: colline
retrostanti che difendono dai venti invernali, sughere tra le case che
attenuano il calore delle torride estati maremmane. Davanti la vista della
valle coltivata. Qui le casette sono un po’ più grandi, tutte dotate di
servizi. Il mobilio, come sempre un regalo di qualche famiglia di Grosseto che
rinnova la casa, figura un po’ troppo lucido e pretenzioso.
Gruppo La Bruciata, nel ‘69, è un gruppo piccolo: venticinque
persone. Accoglienza cordiale da parte di tutti, ma poiché ognuno va e viene
per la casa senza far troppo caso agli ospiti, questi non si sentono per
niente a disagio tra tante facce nuove. (G subito pensa a quanto è diverso
essere ospiti in una casa «normale», dove l’eccessiva attenzione e
premurosità, invece che familiarità creano imbarazzo reciproco). Nessuno ci
tiene a precisare gli eventuali legami di parentela con altri, né la
posizione all’interno della comunità. Ma si fa anche in fretta ad
allacciare un rapporto con tutti, pur tenendo conto che le storie personali
non si chiedono, tanto meno quelle dei bambini, finché a parlartene non sarà
l’interessato o la mamma di un bimbo. Si individua comunque presto che i
nomadelfi effettivi non sono più di sei o sette. Gli altri adulti («maggiorenni»
nel gergo interno della comunità) sono, in parte, «postulanti» in attesa di
essere ammessi (occorrono tre anni di prova), in parte, «ospiti». Ospiti
sono definiti anche G, E e figli. Ci sono due coppie di sposi. Una, la più anziana, è
quella di Nelusco e Anna. Non sono più quelli che appaiono nella fotografia
tante volte pubblicata;3 ci sono di
mezzo non solo gli anni ma anche le molte avventure. Adesso, tra quelli nati
da loro e quelli accolti, hanno dieci figli con loro e qualche decina
d’altri che, usciti dalla comunità, sono distribuiti qua e là nella terra
d’origine, che per quasi tutti è la bassa modenese. L’altra è una coppia
giovane con due bimbi; uno, di pochi mesi, è in questo momento il cocco di
tutto il gruppo. C’è poi una mamma di vocazione, Marinetta, una minuscola
donna anziana, che fa tenerezza e non ci si spiega come, così fragile, abbia
potuto affrontare tante battaglie e crescere un nugolo di figli: adesso ha con
sé due figlie grandi (di cui una insufficiente mentale) e un bambino di
quattro anni, di cui appare più nonna che mamma. Questo bimbo, un esserino
minuscolo con un viso aguzzo e occhietti vispi da pinocchietto, viene da uno
sperduto villaggio dell’Appennino, ma si direbbe che venga dalla foresta:
non parla e non si ha modo di capire se intende quello che gli si dice; corre
di continuo qua e là per la casa, irrequieto come uno scoiattolo, sempre a
rischio di scottarsi o di ferirsi. G dedica a quel bimbo molto del tempo che
trascorre nel gruppo. Dopo qualche mese il piccolo dovrà essere restituito
alla famiglia d’origine; in seguito G ed E andranno a cercarlo su per la
montagna, lo ritroveranno, ma lui non darà segno di riconoscerli. Non è che gli altri ragazzini e bambini presenti nel
gruppo (i «minorenni» nell’uso interno) siano sempre angelici, e così a
tenerli a bada provvedono un po’ tutti, secondo il criterio, basilare nella
comunità, della «paternità in solido»: i compiti educativi sono dovere di
tutti. Questo principio è una delle geniali trovate di don Zeno: quando era
preponderante la presenza di famiglie formate da sole mamme, ciascuna con uno
stuolo di figli, fu il modo per coinvolgere gli uomini nella custodia e nella
educazione dei minori. Richiede, certo, che ciascun adulto riconosca anche ad
altri la facoltà di intervenire nella educazione dei propri figli. Cosa tanto
utile quanto difficile, e tanto educativa per i minori quanto per gli adulti. E così, nonostante il numero dei presenti, con il buon
umore e qualche rara burrasca, in casa vigono ordine e cortesia. G si sofferma
a considerare come il rispetto di una benevola gerarchia risolva tanti
problemi e si siede ogni volta volentieri alla grande tavolata, certo più
composta e serena di quella minuscola di tante famiglie nucleari, come è
stata la sua. Hanno la loro parte nella gerarchia anche i quattro «maggiorenni»
presenti nel gruppo e appartenenti alla categoria dei «celibi». Uno di loro
è un «fidanzato» (ennesima categoria), un altro, forse, aspira a esserlo.
Chi è fidanzato non può stare nello stesso gruppo della fidanzata, e
pertanto deve dichiararlo; gli incontri tra fidanzati sono previsti nelle sere
di giovedì e sabato, nel gruppo della ragazza; per fortuna loro le varie
attività comuni non fanno mancare altre occasioni. I figli maschi, compiuti i diciott’anni, vengono «smammati»,
versione domestica dei riti di iniziazione all’età adulta: semplicemente
vanno a stare in un gruppo diverso da quello dei genitori: Come si vede, dal punto di vista della «stato civile»
ognuno occupa, nella comunità, una posizione ben definita: una consuetudine,
stante la condizione di convivenza, certamente nata per rispondere
all’esigenza di regolare i rapporti tra i sessi, una preoccupazione ben
presente negli ordinamenti e nei costumi. *** Uno dei maggiorenni celibi, un giovane sulla trentina, è
il «capogruppo». Qualche anno prima c’era stata una fase in cui don Zeno
aveva intenso promuovere le forze giovani e la responsabilità del buon
funzionamento di ogni gruppo era stata affidata a un nomadelfo dell’ultima
generazione. Don Zeno aveva promesso un incontro periodico tra i capigruppo,
ma non è nel suo temperamento di mantenere questi buoni propositi. Nessuno prende troppo sul serio queste innovazioni, sanno
tutti benissimo che non c’è incarico, responsabilità, ordinamento che sia
duraturo e che attribuisca a qualcuno una reale facoltà di decisione. Il ruolo del capogruppo si limita così alla organizzazione
dell’orto e a stimolare, con le buone o con le brusche, i ragazzini che dopo
ogni pasto aiutano gli uomini a sparecchiare, scopare e «dare lo straccio»
sui pavimenti di legno, che, in effetti, sono sempre tersi. Alle ragazzine pensano le donne, «di là», in cucina,
dove gli uomini si sentono sempre un po’ degli intrusi.
Poggetto Il trasferimento dalla Bruciata al Poggetto avviene
nell’estate ‘70. Si è giunti, infatti, al terzo anno di permanenza nei
gruppi. La costituzione impone che dopo questo periodo ogni famiglia (di sposi
o di mamme), ogni celibe, ospite e ogni altra persona cambi «gruppo». Si ha
così un rimescolamento generale grazie al quale tutti sperimentano, a turno,
agi e disagi dell’abitare in ogni casa e del convivere con ogni altro membro
della comunità. I nuovi accasamenti vengono studiati con la massima cura
dal presidente, che qui dimostra la propria saggezza e conoscenza delle
persone. Ma il buon senso non fa escludere la possibilità, in via
eccezionale, di un ripensamento. Vengono anche lasciati dove sono, se è il
luogo più idoneo, gli anziani e gli inabili. Uno dei grandi vantaggi di una
società minuscola è quello di poter anteporre la conoscenza dei singoli casi
alla rigidità della norma. Quel che lascia stupito G è che ogni volta, giunti nel
nuovo gruppo, i nuovi abitanti, dopo aver magari criticato il modo in cui è
stato lasciato dai precedenti occupanti, si buttino alla sistemazione della
casa centrale e delle rispettive casette come se dovessero restarci per il
resto della loro vita. C’è un tale, esperto nell’arte edile e appassionato
nella progettazione di interni, che viene mandato ogni volta dove c’è più
bisognoso di interventi, sicuri che mobiliterà tutti i membri del gruppo per
sistemare le magagne degli edifici, realizzare servizi e caminetti, finiture
in stile rustico emilianmaremmano. Dopo quattro anni cederanno tutto quanto ai
nuovi destinatari. G ed E non possono trattenersi dal pensare ai proprietari
delle villette o ai condòmini del mondo «di fuori».
Due pini Nelle settimane di inattività che seguono il suo arrivo,
G, come fa sempre quando arriva in luoghi che non conosce, si occupa a
farsene, nella mente, una mappa. (Più tardi, nella scuola, questo interesse
si traduce nella realizzazione di un plastico del territorio). I trecento e passa ettari della tenuta Rosellana si
stendono su un gruppo di basse colline disposte a formare, grosso modo, un
arco aperto a sud, verso la piana di Grosseto. Dai punti elevati, la sera, si
vedono bene le luci della città, e, oltre, si indovina la presenza del mare.
Le colline, dal suolo prevalentemente roccioso, sono coperte di macchia, tanto
bella quanto improduttiva. Edmea non cesserà di entusiasmarsi per quegli
intensi profumi. All’interno dell’arco collinare si stende una zona piana
di terreno sassoso. I nomadelfi, negli anni, lo hanno reso produttivo
togliendo una quantità enorme di pietre ed è lì che ora ci sono le uniche
aree coltivabili a viti e ulivi. I soffici terreni alluvionali, adatti al
foraggio e ai cereali, iniziano proprio al di là del confine, verso la piana
di Grosseto, un tempo paludosa. L’ingresso alla tenuta si trova all’estremità del ramo
orientale dell’arco. È segnato da due bei pini domestici, con la loro
elegante chioma a ombrello. «Andar fuori dai due pini», «tornare ai due
pini» sono espressioni significative a Nomadelfia. Ci sono persone che questa
soglia, così intesa, l’hanno varcata più volte. Una di queste è certo
Sante, di cui G vorrebbe conoscere bene la vicenda; nessuno però vorrà mai
raccontargliela; e sarà una scelta anche di prudenza: perché certe cose,
dirle, comporta esprimere dei giudizi, da parte di chi parla e di chi ascolta.
E finché uno sta al di qua dei pini certi giudizi deve tenerseli per sé. Questo nome aristocratico, «tenuta», sembra a G che si
addica poco allo spirito di chi la abita, ma il suo nome locale è proprio
Tenuta Rosellana, e pronunciarlo di fronte ai visitatori domenicali forse
solleva un poco dal senso di povertà che può opprimere qualcuno di loro. In
questi anni, poi, non è la povertà il maggiore dei problemi. E per avvertire
quali siano i problemi del momento la condizione di visitatore non è proprio
sufficiente. A questo proposito circola in Nomadelfia un aforisma: «chi si ferma a Nomadelfia per un giorno dice: ho capito
tutto; chi si ferma per una settimana dice: è una cosa da
studiare; chi si ferma per un anno dice: non ho ancora ben capito; chi ci passa la vita dice: è un mistero». Lo cita spesso don Zeno, lo citano le “mamme”;
sorridono, a sentirlo, quelli che il mistero pensano di averlo un po’
dipanato.
Strade La dispersione dei gruppi nel territorio della tenuta, una
delle trovate più belle dello spirito e del paesaggio di Nomadelfia, è
quanto di più antieconomico si possa immaginare. Ogni gruppo dista dal più vicino solo alcune centinaia di
metri, ma il giro circolare totale mette insieme all’incirca tre chilometri
(e, ancora a proposito della scuola, una delle attività didattiche che G
mette in atto sarà proprio l’indicazione delle distanze lungo le strade,
rizzando ai bordi pietre di dimensioni diverse e tinte di bianco). Le strade di Nomadelfia, alla fine degli anni sessanta,
sono ancora poco più che un tracciato, ricavato con le ruspe nel saliscendi
delle colline: nel fondo stradale emergono gli strati della dura roccia
quarzifera, gli interstizi tra una e l’altra sporgenza contengono
un’argilla rossiccia assolutamente impermeabile così che dopo ogni pioggia
si deve saltare da una costola rocciosa all’altra e ci si trova comunque con
le scarpe appesantite da un fango tenace che le vorrebbe incollate al suolo. La collocazione sparsa dei gruppi comporta inevitabilmente
un continuo correre di messaggeri in auto, motorini e biciclette, con un
consume enorme di pneumatici sul fondo stradale roccioso. Le persone cercate
non sono naturalmente mai nel posto previsto e il tempo si spreca. Per fortuna
i ragazzini non mancano, sono felici di ricevere questo tipo di incarichi e
irrompono nei gruppi portando a gran voce il messaggio. G, per intanto, è felice che gli occorra camminare su e giù
per queste colline dalle forme dolcissime ma così dure e spinose al contatto,
che ci sia il sole che spacca o la pioggia a scrosci, piuttosto che muoversi
sulla moquette tra i vetri ambrati delle redazioni.
Gruppi La strada di ingresso, dopo i due pini, monta sulla dorsale
del colle e porta al gruppo chiamato Betlem Alto. Lì ci sono anche il
localino della presidenza e la casettina del telefono. Nella presidenza
Nelusco ci sta poco. Il suo lavoro, in comunità, è quello di pastore. C’è
un gregge di un centinaio di pecore e se ne occupa lui. Ma lo si trova sempre,
nel suo disadorno ufficetto, dopo le undici del mattino, a compilare «la
lista», un magico foglietto di cui si dovrà parlare. Il telefono, invece, è
sempre disponibile a tutti e basta segnare su un foglio il proprio nome e gli
scatti usati. G non ha mai sentito un richiamo a moderare i consumi. Nella
casetta del telefono, al di là di un tramezzo di legno, dorme Mino, il
medico. Vicino al gruppo c’è la costruzione in muratura,
chiamata «la metalplastica» (vedremo perché) che rappresenta il polo
industriale della comunità. Per tutti questi motivi il Betlem Alto è un
po’ il punto di riferimento per gli interni e per chi arriva. Infatti ha
davanti un piazzale terroso, dove sosta sempre qualche macchina venuta da
fuori, con grande proccupazione delle mamme del gruppo per l’incolumità dei
bimbi. Il Betlem Basso, che sta un po’ più sotto, verso la
valle, dev’essere sorto come una propaggine di quello alto, per ecceso di
sovraffollmento. Ha infatti un’aria ancora un po’ provvisoria, una casa
comune insufficiente, le casette in un ordine po’ casuale. È in una di
quelle che dorme don Zeno, quando, sempre più raramente, è a casa. Una
stanza con due brande e quattro posti a castello: è dai tempi della soffitta
di Roncole che divide il sonno con i i figli. Proseguendo per la strada principale si supera un laghetto
artificiale che fu la prima riserva d’acqua per irrigazione (e per i bagni
estivi dei ragazzi) e si può prendere, sulla destra, una salita cieca in cima
alla quale sta la Bruciata, oppure scendere dalla dorsale verso la valle. Ai due lati della strada si stende la macchia; su quel
suolo roccioso, alla scarsa ombra delle sughere, di lecci, corbezzoli ed erica
arborea, (che i ragazzi chiamo rispettivamente «ciliegio marino» e «scopo»),
in stagione si raccolgono in abbondanza funghi, compreso l’ovulo, altrove
rarissimo. Edmea va alla ricerca, entusiasta, con le altre donne del gruppo. In fondo alla discesa ecco la Sughera, gruppo di pianura.
Quando G la vede per la prima volta, d’estate, l’area piatta e vasta in
cui sorge è una fornace. Vicino alle case alcune basse costruzioni in
muratura in disuso ricordano attività intraprese e poi abbandonate: una
calzoleria? una porcilaia? nessuno avrà mai voglia di parlargliene.
Nonostante il nome, non ci sono alberi che, circondando le case, concedano
alla Sughera un po’ di intimità: è un gruppo troppo aperto verso le strade
che lo fiancheggiano su due lati. Francamente, G spera di non doverci mai
stare. Si prosegue; la strada corre in piano tra uliveti e altre
colture. In fondo a un rettilineo, dove la strada volta ad angolo retto, c’è
la Salica, un gruppo che non è più considerato tale: sono tre casette
allineate dove sta una delle famiglie in attesa di lasciare la comunità.4
Il nome viene dal fiumicello che scorre dietro le case. Di nuovo un bivio: a destra una strada costeggia il corso
della Salica e poi prosegue oltre i confini della comunità. Alcune piccole
pozze d’acqua nascoste dalle fronde degli alberi sono un luogo di giochi per
tutti i ragazzi e sono per Luca, dopo che vi ha scoperto il granchio d’acqua
dolce, un terreno di esplorazione faunistica. La strada porta a un gruppo
costituito da un’unica casa, in muratura: ha un nome ufficiale, Subiaco, ma
tutti gli danno il nome locale, Cassai. È un gruppo «piccolo» e molto
disagiato, in quegli anni. Trovandosi fuori dal circuito stradale interno
sembra vivere una sua vita isolata: «Sono arrivati quelli del Cassai?», «Qualcuno
vada a prendere quelli del Cassai». G si presta, quando occorre. Ha una
macchina che, a confronto con i mezzi della comunità in quegli anni, sembra
chissà che: è una capace “familiare” in cui metà del portellone
posteriore si ribalta verso il basso; abbassando anche il sedile interno si
ottiene un antro in cui può ammucchiarsi anche una dozzina di ragazzini,
eccitati dalla novità.
Agraria Se invece di svoltare per il Cassai, si prosegue diritti,
ecco una salita tra alti eucalipti, sempre fruscianti nel vento. È il degno
accesso alla Rosellana, il bell’edificio che dà il nome alla tenuta,
collocato in posizione elevata al centro dell’arco collinare. Si tratta di
una grande casa a due piani, in pietra locale, rossiccia, con l’ingresso su
un terrazzo rivolto al panorama della valle: subito sotto il terrazzo un
uliveto in pendio. Per accedere al piano superiore c’è la scala esterna,
che è il motivo tipico della architettura rurale toscana. Nel sistema urbanistico della comunità, la Rosellana
occupa il ruolo di centro agricolo. Sul retro della casa, al di là di un
piazzale, sorgono gli impianti della azienda agricola. Un ambiente di
difficile approccio per G, che ha passato dieci anni filati seduto a una
scrivania, e per E, che l’unico rapporto con un’attività primaria l’ha
avuto andando a pesca sulla barchetta del nonno. Lì c’è un abbozzo di
attività enologica, capannone deserto per gran parte dell’anno, che rivela
i suoi misteri nei giorni della vendemmia e della successiva vinificazione,
fase, in verità, già un po’ più riservata. C’è il deposito, altro
luogo un po’ segreto, con le scorte di vino e di olio (le olive vengono
ancora portate a un frantoio esterno, ma presto l’azienda avrà il suo
torchio). C’è il locale, fresco e denso di odori, dove Anna, la moglie di
Nelusco, prepara una ricotta che è la passione di E. Per quante volte, i due
si siano fatti spiegare i procedimenti di quella che è un’attività
casearia di tipo poco più che domestico, mai sono stati in grado di capirli e
ricordarli. C’è un grande recinto fangoso, che sarebbe la stalla
all’aperto. Ancor meno praticabile è la grande rimessa delle macchine
agricole, giganti di forma bizzarra, pieni di zanne, artigli, propaggini di
durissimo ferro. Nonostante ciò, è un luogo con cui G continua a cercare
dimestichezza. Per piacere e curiosità personali, e poi perché lì c’è
un’inesauribile fonte di attività didattiche per la scuola. E gli scolari
ci vanno volentieri, anche perché il magazziniere non manca mai di offrire a
tutti una bella fetta di mortadella tra due enormi guanciali di pane toscano;
con un bicchiere di bianco per gli adulti, che gradiscono non meno dei
ragazzi. Alla Rosellana, infatti, c’è il magazzino dei viveri e
degli altri prodotti di uso domestico. Da qui parte ogni mattina il furgone
che fa il giro dei gruppi per le consegne, secondo una nota fornita dalle
donne del gruppo e passata al vaglio crudele della disponibilità. Ancora
preziosi, in quegli anni, la carne, il pesce, il caffè, i detersivi, i
prodotti per l’igiene personale. Magari si ha, in quanto a frutta, per
settimane, solo mele o solo arance, perché l’ente calmieratore di Stato
questo regala alle opere assistenziali. Se a colazione si ha, alla noia,
panettone, da inzuppare nel latte, perché la Motta ha regalato un camion di
prodotti invenduti, secondo qualcuno neanche questo va bene, perché abitua
male i ragazzi. Nelusco spiega la provenienza di questi prodotti con un
tono che non invita ai commenti. E si capisce: per gli anziani come lui è
inestinguibile il ricordo dei giorni della fame, quando i regali non si poteva
che accettarli, a qualsiasi titolo. Ma la Nomadelfia che G ha in mente è quella del discorso
di don Zeno al S. Carlo, a Milano. Sente che nella benevolenza che ora la
circonda c’è qualcosa che stona con quella immagine; tuttavia non trova la
chiarezza necessaria per dire: ecco che cosa è stato fatto di una
rivoluzione, la si è messa nel numero degli enti di beneficenza, da
beneficare a sua volta. È stato il prezzo inevitabile per sopravvivere? Non
vi accorgete che i pochi ultimi arrivati, gioventù formatasi nei movimenti
del ‘68, venuti qui pieni di entusiasmo, si sentono delusi e stanno per
andarsene? Nei loro sogni c’è una comune, non un’opera pia. Anche se riuscisse a formulare queste domande, sarebbe
opportuno manifestarle? A chi, poi? Non è forse uno degli ultimi arrivati? E poi G ha modo di capire che Nelusco si aspetta poco da
questi ragazzi del ‘68: quanto parlano! ma quello che le «mamme», gli
sposi, come lui e Anna, Spero e Maria, Sergio e Francesca e poi Dario, Mino,
Mariano e tutti gli altri superstiti di Fossoli, quello che loro hanno
vissuto, affetti lacerati e contrasti interiori di fronte ai quali passavano
in secondo ordine la fame e ogni disagio materiale, il vecchio nomadelfo
dubita che questi ragazzi li sappiano reggere. E G non può negare che sia un
dubbio legittimo. Ma anche altro G sente, che non si può negare: nelle parole
di quei ragazzi c’è l’ansia di far capire ai nomadelfi che la loro
adesione a princìpi come l’autorità, la gerarchia, l’obbedienza, la
tradizione, sono, nel clima di quegli anni, un evidente anacronismo. G tenta
con Nelusco qualche timida difesa, ma prende atto che il presidente da
quell’orecchio è assolutamente sordo.
d. Ennio È
alla Rosellana che ogni mattino convergono tutti «quelli dell’agricoltura»,
che sono, in quegli anni, il nerbo degli uomini attivi. Erano ragazzi al tempo
di Fossoli, sono sopravvissuti alla dispersione ognuno attraverso una diversa
avventura, sono oggi giovani sposi, si direbbe che siano essi il futuro della
comunità. Sono le persone che per G è più difficile avvicinare. Né
alla Bruciata, né al Poggetto, ne avranno uno con loro nel gruppo. Di giorno
li vede sui trattori che vanno avanti e indietro nei campi per ore e ore,
seguiti da un turbine di polvere. Li saluta da lontano con un cenno e loro
rispondono con gesti cordiali, come dicessero: ci vediamo poco, ma sei quello
che sta inventando la scuola per i nostri bambini, una scuola come la vorrebbe
don Zeno. Il rapporto tende a fermarsi lì. G stenta a capire, ma alla fine lo capirà, che questi
giovani uomini guardano preoccupati al futuro della propria famiglia: il loro
lavoro garantirà un po’ di sicurezza economica o si vivrà sempre
nell’incertezza? quale avvenire promette la comunità ai loro figli? la
scuola di don Zeno preparerà al mondo di «fuori» quelli che vorranno
affontarlo? Nelusco, che tante amare esperienze hanno fatto
lungimirante, è cauto nell’affidare a loro bambini accolti. D. Ennio guida l’azienda agricola e lavora con loro dal
mattino alla sera. Hanno fiducia in lui e per intanto faticano senza
risparmiarsi. G è lieto di ritrovare qui, cinquantenne ma ugualmente
saldo nel fisico e nelle convinzioni, il giovane prete che aveva incontrato a
Fossoli.5 D. Ennio, dopo un breve
periodo in altra parrocchia, aveva ottenuto di riunirsi alla comunità. Adesso
ne è il parroco perché don Zeno, nel ’68, si è liberato di questa
funzione, per l’evidente motivo che gli comportava degli obblighi senza
aggiungere nulla alla sua autorità. D. Ennio sa mantenersi nei limiti del
ruolo assegnatogli, e si occupa testardamente della efficienza dell’azienda
agricola. *** Dalla Rosellana parte, verso l’alto della collina, la
strada che porta a una valletta dove sono in corso grandi lavori.
Nell’estate ‘69 c’è solo un enorme scavo, fatto per accogliere un lago
artificiale. Un anno dopo ecco, a valle dello scavo, una grande diga di terra
e, lungo la valle, la rete delle condutture d’irrigazione. Grandi macchine,
per tutto questo, ma anche molto lavoro di massa. Al pomeriggio tutta la
popolazione maschile valida, con picconi, pale e carriole è alla diga. D.
Ennio e i suoi ci lavorano giorno e notte, anche alla luce di riflettori.
Grande festa alla fine. E poi non resta che aspettare le piogge. Che, qualche
anno, si faranno aspettare. Tutti sanno che questo è il risultato della volontà di d.
Ennio, che, l’uomo schietto e diritto che è, si è adattato a trafficare
per anni con ministeri, genio civile, aeronatica, banche, per arrivare a
garantire acqua alla agricoltura di Nomadelfia. Tutti sanno anche che il
pensiero di don Zeno è rivolto altrove; che ormai considera quella terra un
peso inutile nel bagaglio di un popolo di apostoli.
Ancora gruppi Se dalla Rosellana si scende verso la valle si costeggia il
lato occidentale dell’arco collinare e si arriva, tra vigneti e uliveti, al
bivio per il Poggetto, che sorge, appunto, su un piccolo poggio. Un gruppo ben
collocato, di cui s’è già detto. Proseguendo invece nella piana, un percorso a zig zag ci
riporta sotto la collina del Betlem. Ai piedi c’è quello che può essere
definito il polo culturale della comunità: ci sono il prefabbricato, sempre
di legno, adibito a chiesetta, di una deliziosa semplicità francescana e un
altro, uguale, dai molteplici usi: ogni pomeriggio sede della «cultura»
(vedremo di che si tratta), la sera del sabato cinematografo, la domenica bar,
nelle feste sala da ballo; quando occorre sala per le assemblee, sala di
incontro con le comitive di ospiti, ecc. Accanto c’è l’asilo per i più piccini: li assiste una
anziana signorina dai tratti raffinati. Ma qui, qualunque sia la provenienza,
c’è bel garbo in tutte le donne. Accanto a queste strutture «pubbliche» si trova un gruppo
familiare, l’Assunta. Alte sughere ombreggiano il tutto e ospitano usignoli. C’è una strada, dal fondo ancor più sconnesso che
altrove, che dall’Assunta sale direttamente al Betlem con ripidi tornanti. A
lato di essa, incastrate tra le sughere, stanno le roulotte di G e famiglia.
Ma tutti, qui, nella propria casetta ci stanno ben poco. *** Dopo l’Assunta il percorso anulare sta per chiudersi. La
strada prosegue nella valle, tenendosi ai piedi del colle del Betlem. Sul
pendio ecco dei capannoni: i pollai. Con questo nome ormai un po’
spregiativo chiamano un’azienda i via di estinzione. Era nata, sotto la
guida di uno degli uomini più intraprendenti, qualche anno prima, con la
dizione di «Azienda Avicola di Nomadelfia». Capannoni, mangimificio,
macelleria, dieci, quindicimila polli cresciuti al suolo, presenza alle fiere
zootecniche. Un gruppo di uomini provvede al funzionamento degli impianti;
donne e ragazze sono chiamate alla raccolta delle uova, e fin qui può andare,
ma anche alla macellazione, disgustosa. Quei binari aerei sui cui volteggiano
i polli scannati, che vanno immersi nell’acqua bollente per essere spennati
e svuotati, sono uno spettacolo a cui o si è capaci di andarci ridendo di
quel che ti tocca fare oppure è meglio chiedere al presidente di essere
esonerati. Edmea e Chiara ci provano, una volta, ma poi è Nelusco stesso a
sconsigliarglielo. Un gruppetto di uomini provvede poi alla vendita a Grosseto
di polli e uova, nei negozi e ai privati. Ma tutto sta per finire. Se Nomadelfia deve proporre al
mondo una nuova società, come può aver tempo di occuparsi di polli? Possono
i nomadelfi girare per i condomìni di Grosseto a fare i venditori? Occorre
assolutamente che tutte le forze siano disponibili per la «propaganda».
Questo pensa don Zeno. G è presente all’incontro ristretto in cui quello
che nell’azienda ha messo, per vari anni, tutte le sue energie, che è
orgoglioso dei risultati raggiunti, chiede a don Zeno «e dei pollai cosa ne
facciamo?». «Si chiudono» è la tranquilla risposta. E quell’uomo, non
batte ciglio: è un «figlio» di don Zeno e ubbidisce senza la minima
replica. Eppure è un tipo così impetuoso nel comandare, sul «suo» lavoro.
Ma fare Nomadelfia è lavoro di don Zeno. Qualcuno degli addetti ai pollai non regge il colpo e
lascia la comunità. Il responsabile, liquidata l’azienda avicola, passa in
quella agricola, con d. Ennio. Quello è un fortilizio che neppure don Zeno
osa attaccare. *** Se invece di salire ai capannoni (che dopo un periodo di
disuso diverranno magazzini di mobili, elettrodomestici e quant’altro) si
prosegue, si trova sulla destra il bivio per un altro gruppo, Nazareth, che G
trova tra i più accoglienti. Fuori dal percorso principale, sorge su
un’area digradante e ombrosa. Davanti alla casa principale c’è un ampio
pergolato dove in buona stagione si mangia all’aperto e si sta a conversare. Al Nazareth abita quella che, negli anni sessanta, è la
coppia più anziana di Nomadelfia. La comunità può giustamente affermare di
aver risolto, con l’abolizione della famiglia isolata, il problema della
assistanza agli anziani. L’esempio eccolo lì, al Nazaret: i nonni Gino e
Maria stanno in gruppo con la figlia sposata, che tra figli propri e accolti
ha dato loro una sfilza di nipoti, qualcuno già in età di matrimonio,
qualcuno ancora all’asilo. Anziani, bambini, giovani e tutti gli adulti
hanno la possibilità di realizzare, nel gruppo, un esemplare circuito di
reciproco aiuto.6 *** Se non si devia per il Nazareth e si tira diritto, ecco la
seconda casa in muratura di Nomadelfia. Siamo tornati ormai in prossimità
della strada d’ingresso alla tenuta; forse questa casa è stata costruita
proprio come abitazione del guardiano. La chiamano «il Diaccialone», ma,
quando G ci porta la scuola, con stufe a cherosene disseminate qua e là si
sopravvive all’inverno (il problema è accenderle tutte ogni mattina). Nell’inverno 69/70 il Diaccialone è occupato, come la
Salica, da una famiglia in procinto di uscire. Due famiglie del tempo di
Fossoli, che in condizioni eccezionali erano riuscite a sopportare dolori e
disagi, non riescono ad adattarsi alla quotidianità del gruppo familiare.
L’imposizione dei gruppi famigliari, nel 54/55, era costata un prezzo
altissimo: quasi la metà delle coppie se ne era andata; queste due hanno
resistito più a lungo. Oggi Nomadelfia non è pensabile senza l’istituto
del gruppo famigliare. Ma don Zeno le ha dato forma con la forza di un fabbro
che batte il ferro. Alle famiglie che lasciano la comunità, Nomadelfia offre
aiuto nel trovare altrove una possibilità di sostentamento e una casa. La
partenza di questa è ormai imminente. Così, quando Nelusco prospetta a G la
possibilità di mettergli a disposizione per la scuola l’intero Diaccialone,
questi rimane diviso tra il dispiacere di vedere quell’ottimo uomo andarsene
e il desiderio di avere a disposizione un così ampio edificio.
Metalplastica C’è ancora un complesso edilizio in muratura, a
Nomadelfia; è di recente costruzione e non si tratta di un gruppo. Si trova
al termine della strada di ingresso, all’altezza del Betlem, ed è il punto
di sosta per chiunque arrivi. L’edificio principale, di tipo industriale
(tre navate affiancate), viene ormai indicato con il nome dell’azienda per
il quale era stato edificato: metalplastica. Ma l’azienda non esiste più.
Si tratta di un’industria di arredi metallici, che doveva dare lavoro a una
trentina di operai di un paese vicino, Montorsaio, gente che sarebbe entrata
in una specie di «fratellanza» con Nomadelfia. Poi le cose non sono andate
nel modo sperato. Una delle numerose avventure imprenditoriali di cui è
segnata la storia di Nomadelfia. Per il momento, approfondire l’indagine è
difficile per G. Come per altri argomenti, anche qui le persone a cui si
rivolge raccontano succintamente il fatto, non fanno cenno alle cause, alle
responsabilità: prudenza, rimozione di un ricordo sgradito. Per intanto «la metalplastica» è un grande spazio
coperto, un poco in abbandono. Ci si trovano la falegnameria (dove G si fa
sistemare mobili e sussidi per la scuola), le attrezzature per la propaganda,
la sartoria e depositi vari. Accanto all’edificio principale sorgono
l’officina meccanica e le rimesse degli autocarri. Ma don Zeno, fallita l’industria di arredi metallici, ha
un’idea nuova, più consona alla sua missione: l’editoria, che servirà
per diffondere la proposta di Nomadelfia. Ed ecco l’acquisto di una grande
macchina da stampa, una bicolore Nebiolo. Seguono le macchine per legare,
copertinare, etichettare: un intero ciclo di produzione editoriale, che pian
piano occupa un’intera ala del fabbricato. Gli uomini che a Limbiate7
puntavano sugli autotrasporti e la felegnameria, quelli (i rimasti) che appena
trasferiti in Maremma, si erano fatti tracciatori di strade, montatori di
prefabbricati, idraulici, elettricisti, e che poi, alla ricerca
dell’autosufficienza, avevano imparato a coltivare crisantemi, a farsi
produttori di vino e olio, ad allevare pollame, da ultimo a piegare tubi e a
saldare per fabbricare mobili, addesso imparano (assistiti da chi fornisce gli
impianti) l’arte della stampa. G ammira una società capace di rendere questi lavoratori
così versatili, che non li lega a una routine, a un orario. Così
dev’essere, pensa. Una delle attrattive che su di lui aveva esercitato
Nomadelfia, fin dal primo impatto, era proprio la possibilità di sottrarsi
all’ingranaggio che lo avrebbe portato a praticare un’unica attività per
tutta la vita, e che afferra quasi tutti, dal professionista all’operaio. Ma, via via, molti degli uomini attivi di Nomadelfia non
riescono più a sopportare i nebulosi insuccessi delle loro attività
economiche. G sente parlare di quelli che, in anni recenti, se ne sono andati
per questo motivo, persone da tutti stimate per l’iniziativa, la capacità
di lavoro, gente che aveva dato prova di grande attaccamento all’idea.
Rimasti fedeli negli anni più difficili, avevano abbandonato negli anni delle
iniziative di lavoro sistematicamente mancate. Circa l’attività editoriale la prospettiva non è quella di un altro insuccesso economico. I nomadelfi si sono ormai resi ben conto che adesso Don Zeno considera l’autosufficienza addirittura un obbiettivo deviante. Le pubblicazioni dovranno servire soltanto a far conoscere Nomadelfia; al sostentamento si provvederà in altro modo.
Trecento Con
il passare dei mesi, G ed E prendono pienamente atto che l’esistenza delle
trecento e passa persone (che sembrano loro pochissime o molte secondo le
occasioni: non hanno mai avuto familiarità con così tanti, ma qualche volta
E sente il bisogno di vedere facce estranee), che vivono in questi trecento e
passa ettari (spazio che può sembrare piccolo o grande secondo i casi: non
hanno mai avuto quotidianamente tanta possibilità di moto, ma Grosseto, che
è una graziosa cittadina, offre pure qualche attrattiva), è regolata da
consuetudini che sono difficilmente modificabili (dopo il primo sconcerto,
l’ospite scopre che non di mera rigidità si tratta, ma di giustificata
prudenza suggerita da lunga esperienza), dalle norme costituzionali (qui la
Costituzione è ben più effettuale che «fuori dai due pini»), dalle
esigenze stagionali (mai condizioni meteorologiche e attività agricole
avevano così beneficamente inciso sulla loro vita). Ma anche che questa
stessa esistenza viene periodicamente sconvolta dalla iniziative di don Zeno. Nessuno
pericolo di una vita uniforme e monotona, dunque, nella piccola repubblica. G
è portato a considerare necessari l’uno e l’altro aspetto: le sicure
cadenze abituali e l’intrusione imprevista di imprese avventurose. È nel
primo aspetto che questo piccolo popolo trova la possibilità e la forza di
affrontare il secondo.
Mattino La
sveglia, a Nomadelfia, viene data alle sei e trenta da un altoparlante che
diffonde musiche ad alto volume. Che ci pensa è quel mattiniero di d. Ennio.
A G la cosa procura una sensazione di collettivismo, che poi non avrà da
nessun altro aspetto. Edmea, fortunatamente, la trova invece un risveglio
festoso. Appureranno che si tratta di una consuetudine che risale alle
origini, quando gli adulti responsabili erano pochi e i ragazzi, a cui dare la
sveglia, moltissimi. Tutti
sanno, comunque, che don Zeno è un instancabile nottambulo e, di conseguenza,
non proprio mattiniero. Chi ha fatto le ore piccole con lui, se al mattino
ritarda, trova comprensione. Anche questo è vivere in comunità, se essa ha
un patriarca. Dalle
sette alle otto, nei gruppi si consuma la colazione: latte, caffè, in
bricchi, al centro di un tavolo. Tutti ci arrivano alla spicciolata, ognuno
saluta, si serve, risaluta e va alla propria «azienda». Il
nome di azienda non deve trarre in inganno: dopo la chiusura
dell’allevamento avicolo, nessun prodotto viene più venduto all’esterno.
C’è chi lavora nell’agricoltura, chi nei magazzini, nella meccanica, in
falegnameria, in tipografia, ai pollai, alla scuola, alla manutenzione
idraulica e muraria, alle linee elettriche, chi ripara gli elettrodomestici,
chi si occupa del cinema e della fotografia, chi degli aspetti legali e di
quelli contabili, chi delle spedizioni postali, chi va per pratiche a
Grosseto, quello che fa di tutto e si tira dietro con pazienza un paio di
sempliciotti: ognuno va al suo «lavoro specializzato», così si chiama il
lavoro del mattino. Ogni maggiorenne ha la propria specializzazione e quel che
fare, a seguito delle esigenze che gli vengono segnalate, lo decide con grande
autonomia. Vita comunitaria non significa che chi non è istituzionalmente
autorizzato possa interferire nelle scelte operative di ciascuno, nell’area
di sua competenza. Significherebbe mortificare la creatività e il senso di
responsabilità dei singoli, valori che sono invece molto apprezzati. È
un’area di indipendenza di cui ciascuno è geloso e che la comunità stessa
tutela. Anche
il lavoro domestico che fanno le donne nel gruppo è un «lavoro specializzato».
Quelle che svolgono un lavoro esterno al gruppo, scuola o altro, sono
esonerate dalla cucina. Così il problema per Edmea non si pone neppure. I
bambini arrivano a colazione per ultimi. Poi passa un pulmino a raccoglierli e
via, a scuola o all’asilo. Edmea
trova subito il modo di ritardare un poco la sveglia mattutina dei suoi: ogni
sera porta l’occorrente in roulotte (dove c’è tutto, dal frigo, al
fornello, alla lavatrice) e così basta uscirne in tempo per la scuola, che
apre alle otto e trenta. Sul
senso che il nomadelfo deve attribuire al lavoro che svolge, don Zeno, già da
tempo, aveva detto la sua. G ama quel discorso dai tempi di Fossoli e lo ha
sempre pensato come un nuovo cantico delle creature. Un cantico per l’età
tecnologica. Invece a Nomadelfia è noto come «Discorso sulla cultura» e
anche questo è un buon titolo, perché dice che cosa qui si intenda per
cultura: una cultura che tutti possono acquisire e che non si esprime nel
sapere, ma nel fare, e fare bene.
d.
ZENO, dal «Discorso sulla Cultura» del febbraio ’51 —
In
tutti i campi, secondo la cultura, voi – in tutte le cose che fate – non
potete farle con trascuratezza; perché questo non è di Dio; non è qualità
di Dio; è qualità del diavolo. Se
voi cominciate a sviluppare l’industria, per esempio, il prodotto deve
essere buono, esatto. Quindi lo studio della tecnica, perché la tecnica
scopre la legge di Dio e, applicandola, nasce l’armonia tra Dio e le
creature, il canto di Dio. Finché
non sentirete la sega circolare nell’anima vostra come un canto di cielo,
voi non sarete mai in armonia con Dio. Finché non sentirete il canto anche
delle galline come un’armonia tra Dio e le sue creature, voi non avrete
ancora Dio preciso in voi. Finché non sentirete il pianto di una creatura
come un lamento che dice poi l’armonia tra il dolore e Dio stesso, voi non
sentirete mai Dio; non vivete Dio. Finché voi farete un letto, rifarete un
letto male, senza estetica, senza espressione, buttato così, voi non
sentirete mai il canto del cielo. Finché non sentirete all’ingresso dei
camion, quando entrano, vuom, quel rumore, quel boato – in questo non
sentite il canto del cielo unito alle creature e il canto delle creature a Dio
– sulle quali creature, e sul camion, han lavorato uomini, han sudato
generazioni – e non sentite che facendo questo l’uomo ha realizzato
un’armonia di Dio, non sarete mai dei cristiani: sarete sempre dei pezzenti,
degli alterati, sarete sempre dei mostri. Finché voi non sentite anche
l’aratro, il motore nel campo, che rovescia la terra, e in quel passare di
questo trattore voi non sentite il canto di Dio – tra Dio e le creature,
l’abbraccio – non siete ancora cristiani. Quindi
quando sentite dire «questo è spirito, questa è materia», chi dice così
spirito e materia, non capisce niente. La materia è una cosa creata da Dio,
sulla quale è impressa la legge di Dio, che si muove in armonia con Dio. E
quando ci mettiamo mano noi – guai a noi se offendiamo un pezzo di terra.
Questa terra, questa zolla, questo sasso, ha impressa precisa, sonora, ecco
canora, nel senso più alto, la legge di Dio – rispettata da Dio e spesse
volte offesa dagli uomini. Qualunque
cosa fate, fatela all’immagine e somiglianza di Dio. Come cristiani, fate
come Cristo: bene fecit omnia.
Quello che ha fatto lo ha sempre fatto bene. Vi richiamo ancora, come altre
volte, il momento della creazione. Dio ha creato questo, poi questo, e ogni
cosa che ha creata, l’ha guardata e ha detto: «buono, bello, va bene»;
quell’altra: «bella, va bene». Se
lui ha detto che va bene e che è bella, qual è quell’uomo che può
azzardare di offendere queste cose? Nessuna cosa creata si può dire che è un
errore, che è una cosa brutta. Siamo noi, con il nostro occhio da alterati
che la vediamo brutta. Ma tutto canta Dio. Quindi,
se la cultura non vi porta a vedere le cose così, in Dio, siete dei mostri.
Pranzo Alle
dodici e trenta il lavoro cessa in tutte le aziende, scuola compresa, e passa
di nuovo il pulmino. Se il tempo lo permette, ed è il più delle volte, E e G
preferiscono raggiungere il loro gruppo con una bella camminata. Una salita
per la Bruciata, una discesa e poi via in piano per il lontano Poggetto. Per
strada si accompagnano a qualcun altro che viene dal proprio lavoro; altri
passano, chi in bicicletta, chi su una delle auto sgangherate, senza targa,
adibite all’uso interno, e offre il passaggio. G pensa alle lunghe code di
auto incanalate nel solco dei caseggiati, che costituivano il paesaggio dei
suoi trasferimenti tra casa e lavoro. Pensa alle persone estranee una
all’altra, pronte a diventare aggressive l’una con l’altra, che occupano
quelle auto. Sono momenti in cui G prova una felicità piena: tutto concorre a
dargli la sensazione di essere nel posto giusto, in cui stare. Arrivano
al gruppo sempre tra gli ultimi, e, subito, seduti alla grande tavola
apparecchiata. Può
accadere che a tavola ci sia qualche ospite di passaggio. Alla domenica è
quasi la regola che ce ne sia più d’uno (se ne arriva un intero pullman,
vengono distribuiti tra i gruppi). Queste persone se vengono a trovarsi a
mangiare accanto a don Zeno, a d. Ennio, al presidente, a uno qualsiasi dei
vertici della comunità, afferrano nel modo più semplice e immediato il clima
egualitario vigente. L’ospite, poi, che ha pranzato una volta in un gruppo,
se torna a Nomadelfia, chiede di andare ancora in quello stesso, o ci va
direttamente, perché lì ha fatto le proprie conoscenze. Il gruppo, in
questo, ha l’autonomia di una qualunque famiglia. Tutto ciò è possibile
proprio grazie alla formula del gruppo famigliare: infatti se si trattasse di
una famiglia singola chi non si sentirebbe imbarazzato a fruire di questa
generosa ospitalità? E come potrebbero cosi ampiamente praticarla i nomadelfi? Inutile
dire quanto G sia attratto da queste possibilità, offerte da forme tanto
appropriate del vivere comunitario. *** A
tavola, per quanto ognuno sieda ogni volta dove gli capita, G ed E si
collocano spesso accanto a Nelusco, avendo ogni volta una richiesta da fare,
un consiglio da chiedere. Hanno così modo di osservare e apprezzare il
comportamento di un padre di numerosa famiglia. Al suo tavolo stanno in buon
numero quelli della ciurma infantile del gruppo, e lui, che va a sedersi a
capotavola per averli tutti sott’occhio, con un richiamo sommesso,
un’occhiata, un gesto pacato, li governa, e orienta sapientemente i
discorsi. Giovanotti,
ragazze e gli altri adulti siedono in genere a un tavolo diverso, in più
rumorosa compagnia. L’orecchio di Nelusco è pronto a cogliere anche lì una
nota stonata, e, qualche volta, può arrivare all’indirizzo di qualcuno una
sua battuta, che sarà scherzosa, ma esprime il suo disappunto. E la sua
autorevolezza è accettata da tutti, non perché sia la massima carica della
comunità, ma perché più anziano nel gruppo. Non un fatto formale, dunque,
ma un fatto naturale. In modo diverso, ma analogo, agirebbe la presenza di
qualsiasi altro anziano. G pensa che non può esistere un anziano che sia una
persona fatua, a Nomadelfia, per il semplice fatto che una tale persona non ci
resta. Pieno,
da parte di Nelusco e degli altri uomini, è invece il disimpegno nella
gestione delle faccende domestiche, lasciate per intero al potere delle donne.
Le quali, se hanno bisogno dell’intervento maschile per riparazioni,
verniciature o altro lo reclamano senza preamboli; per il resto, fuori dai
piedi. Così
G ed E vedono l’atmosfera di un dato gruppo, prima alla Bruciata, poi al
Poggetto. In altri gruppi, dove può mancare una figura più autorevole delle
altre, vedono rapporti meno legati al costume della famiglia patriarcale e
paritari tra tutti gli adulti. Ma
una delle trovate più belle di Nomadelfia è che la periodica ricomposizione
dei gruppi insegna a tutti a stare con tutti, ad assumere di volta in volta
ruoli diversi e, importante, impedisce sia lo sclerotizzarsi di rapporti
personali eventualmente difficili, sia il costitursi di «spirito di gruppo»
contrapposti.
Resdora La
posizione che ha nel gruppo Nelusco si ritrova anche in sua moglie, Anna. Alta,
robusta, Anna è una vera “resdora”,*
ma sa temperare la sua grande efficienza con una giusta dose di cordialità. I
ragazzi e i giovani sposi del gruppo la considerano una specie di madre
sbrigativa e all’occorrenza autoritaria, ma con la quale si può anche
scherzare; e sanno che in caso di bisogno urgente è a lei che conviene
rivolgersi, perché con una telefonata imperiosa al marito presidente, o,
secondo i casi, al medico o agli autisti, ottiene quello che occorre. Nei
gruppi le donne si occupano della cucina a turno, così che ognuna è «di
cucina» all’incirca ogni quattro o cinque giorni; ma la voce comune è che
l’Anna, in cucina, sia quasi sempre presente, e si può capire che una
sposina possa essere poco desiderosa di stare sotto gli occhi di una tanto più
esperta. Complessivamente, pur con un po’ di mugugno da parte di qualcuno,
tutta la vita domestica del gruppo finisce per avvantaggiarsi della presenza
di questa donna (e mamma) così ricca di esperienza e di senso pratico (nonché
di vigore fisico). Benché
ormai sui quarantacinque, eccola adesso con due bimbe piccolissime (oltre gli
altri otto dai dieci anni in su). Carla, di appena un anno, con i capelli
rosso tiziano e due grandi occhi scuri nel viso tondo tondo, spruzzato di
lentiggini: un simpaticissimo buffo pupazzo. Sara, di tre anni, boccoli
d’oro, lineamenti delicati, occhi verdi: una bambola di porcellana. Ragazze
madri, le loro mamme. Quella di Carla vive lontano, e non si fa vedere. Quella
di Sara, invece, qualche domenica arriva. La si vede arrivare su per la salita
polverosa carica di una un’enorme valigia. Anna sospira: sa che per la
bambina comincerà una giornata difficile. Manuela, così si chiama, è una
giovane piena di energia, non priva di istruzione. Non allaccia rapporti con i
presenti nel gruppo. Si impossessa della bimba e si mette ad agghindarla a
festa, con vestitini azzurri, rosa, vaporosi di tulle, che tira fuori dal suo
valigione. Capita che una volta arrivi in auto, con un compagno; in un batter
d’occhio si porta via la sua bambina, davanti a un Nelusco rassegnato che
non ha la facoltà di opporsi. Anna si dice convinta che la riporterà, prima
o poi; e questo accade tre giorni dopo. *** Nel
mettere Edmea a proprio agio, Anna si dimostra subito bravissima. Con lei
adotta un atteggiamento protettivo, accetta quello che lei si offre di fare
per la casa e i bambini e, se capita, le chiede quell’aiuto che è
esattamente quello che E è in grado di dare. Intavola con lei lunghe
chiacchierate in cui racconta le infinite storie di figli e figlie che ha
cresciuto (una quarantina), e, cosa che Edmea ricorderà sempre, prepara ogni
giorno, dopo il pranzo, finito di asciugare i piatti (e qui Edmea fa ogni
giorno la sua parte) un caffè per tutti i presenti (e tutti sono lì che
aspettano); un caffè casalingo che, servito abbondante nel bicchiere, sarà
l’acqua, sarà la caffettiera, sarà il fatto che lo si beve in compagnia,
attorno alla stufa d’inverno, fuori dell’uscio d’estate, non se n’era
mai provato uno che desse tanto piacere. Edmea, nelle puntate a Grosseto,
provvede al rifornimento.
Lista Un
momento interessante durante l’ora del pranzo inizia quando qualcuno chiede
a voce alta «dov’è la lista?» e allora un ragazzino scatta da qualche
parte e arriva sventolando un foglietto di velina gialla. Non
si tratta del menù, ma di poche righe di informazioni quotidiane. Se il
mattino è dedicato, salvo contingenze, al «lavoro specializzato», nel
pomeriggio si può essere destinati a un lavoro diverso secondo le necessità
del momento. Ci sono aziende che in particolari occasioni abbisognano
dell’aiuto di altre braccia, e la lista indica chi deve andarci (uomini e
ragazzi a scaricare merci, donne al magazzino vestiti, ragazzi alla cernita
della frutta ecc.). Dalla lista Tizio può apprendere che andrà a Roma per un
aiuto a Irene, Caio, la cui mamma, a Milano, è ammalata, che è disponibile
l’auto (per l’uso individuale c’è una vecchia NSU Prinz), i camionisti
e gli eventuali accompagnatori che li aspetta una trasferta in Sicilia per
portare a casa un carico di arance. Settimanalmente si indica chi sarà di
turno ai servizi più gravosi (come la sorveglianza notturna, poiché le
strade di accesso alla tenuta non hanno cancelli), chi (un maggiorenne e una
banda di ragazzini) predisporrà il «bar» per i vari usi e provvederà alla
sua pulizia, quale gruppo preparà le bibite e farà servizio, domenica, al
banco. Le mamme e bambini che hanno acquisti, visite mediche, terapie, da fare
a Grosseto sono avvertite della possibilità di trovare posto sul furgone
Wolkswagen con cui Dario (un’altro degli anziani) fa servizio navetta con la
città. Si viene informati degli eventuali incontri di organi direttivi, dei
cambiamenti di orario dei pulmini interni, della possibilità di assistere a
uno spettacolo in città. Sono indicati i programmi televisivi che è
consentito vedere (secondo i giudizi di un giornale cattolico). I ragazzini
sono avvisati che domenica potranno usare i motorini, ma che li riconsegnino
in ordine, la sera. Chi è di turno in cucina apprende dell’arrivo di ospiti
che verranno a mangiare nel gruppo. In primavera chi è tra i quattro anni e
sotto i trenta cerca sulla lista se c’è il proprio nome tra i convocati
alla lezione di danza di quel giorno. Per tutti, in luglio, c’è l’attesa,
un po’ ansiosa, di leggere i nominativi di chi deve prepararsi a star
lontano da casa per i mesi della «propaganda»; in inverno c’è quella per
il turno quindicinale degli «esercizi» (vedremo che cosa il linguaggio
interno alla comunità indichi con questi termini). Alcune volte, durante
l’anno, c’è l’annuncio di un «lavoro di massa». Questo significa che
tutta la popolazione valida, adulti e bambini (salvo le eccezioni
eventualmente indicate) si radunerà in dato luogo per un dato lavoro che
richieda una partecipazione, appunto, «di massa». Qualche
volta capita che nella «lista» ci sia anche un richiamo, mai personale, per
una diffusa trascuratezza a qualcosa o per la tendenza ad assentarsi a qualche
tipo di attività. Ogni
giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno, qualcosa di tutto questo c’è
nel foglietto giallo. Luca ne fa collezione. Qualche
ospite di passaggio, frettoloso di esprimere giudizi, dice che troverebbe
intollerabile ricevere disposizioni sull’impiego della propria giornata. G
pensa a tutti i foglietti gialli che chiunque riceve nell’ambito del lavoro,
dei rapporti con l’amministrazione pubblica, delle relazioni sociali, della
vita di coppia, ecc. ecc. Qui
la lettura della lista suscita quasi sempre una serie di commenti, di battute
scherzose o di rammarico. Nel gruppo dove c’è Nelusco, che la lista l’ha
stilata mezz’ora prima nel suo ufficetto battendone dieci copie con la carta
carbone, G ed E vedono che queste reazioni non sfiorano minimamente il
bersaglio, proprio in quel momento tutto intento a conversare con loro.
Pomeriggio Dopo
il caffè e una mezz’ora di pausa riprende il lavoro. Chi torna alla propria
azienda, chi va dove è destinato. In
questi ultimi anni sessanta, nella lista, l’avviso che quel pomeriggio si
avrà «lavoro di massa» appare assai di rado. Negli
anni cinquanta il lavoro di massa era più frequente. Erano gli anni della
colonizzazione. Occorreva spietrare la piana per impiantarvi le vigne e gli
ulivi: tutti curvi, d. Ennio in prima fila, a raccogliere sassi, farne dei
mucchi, caricarli sui camion. Occorreva disboscare, tracciare strade, scavare
fossati, spianare il terreno per erigere i gruppi. Ora
il lavoro di massa si fa soprattutto in tempo di vendemmia, di raccolta delle
olive e per qualche altra attività di carattere agricolo. È
a queste che G ed E hanno occasione di partecipare assieme. Il lavoro, se ci
si impegna, è pesante, ma l’atmosfera è festosa. La presenza di tanti
bambini che un po’ aiutano, un po’ giocano, che assaltano i trasporti, che
sono da tutti accuditi amorosamente ne fa un momento di socialità ormai
sconosciuto nel nostro mondo. Situazioni viste in altri tempi o presso altri
popoli. Altri
lavori di massa si fanno in questi anni nel pereto dell’Assunta e nel
pescheto dietro la Salica. Non si potrà dimenticare il sapore inebriante di
quelle grosse pesche gialle, succose e calde del calore del sole. Un
lavoro di massa per soli uomini adulti è quello alla costruzione della diga.
Si tratta, in questa fase, di scavare una trincea nei due fianchi
dell’invaso per ancorarvi il terrapieno. Lavoro di piccone, pale e carriole.
Immagini che paiono quelle di una Comune Popolare Cinese impegnata a tracciare
un canale di irrigazione. Un
lavoro di massa minore è il «lavoro di gruppo», che si fa al sabato
pomeriggio. Alla Bruciata e poi al Poggetto, G partecipa alle attività che
gli uomini svolgono nel gruppo: manutenzione dell’orto, del pollaio, della
conigliera (averli o meno fa parte dell’autonomia del gruppo), della «massa»
(la fossa in cui, secondo il vecchio uso contadino, si gettano i rifiuti), e
così via. Lo fa come sa, ma lo fa.
Ascoltare Alle
diciassette e trenta le otto ore di lavoro (cinque al mattino, tre al
pomeriggio) sono finite e ci si ritrova tutti alla «cultura». Sono assenti
giustificati le donne di turno in cucina e gli anziani: stanno nel gruppo e
intanto badano ai bimbi più piccoli. Tutti gli altri, ancora con gli abiti da
lavoro, affluiscono all’Assunta, e si prende posto nel salone del bar, dove
sono predisposte un centinaio di sedie che hanno un piccolo piano di scrittura
ribaltabile, mesto ricordo della produzione «metalplastica». Un
tempo giornaliero dedicato alla «cultura» (si potrebbe dire alla formazione)
è una tradizione consolidata.10 Il modo in cui si impiega questo tempo è immutato da anni. Se
don Zeno è presente in comunità è lui che parla e la lezione viene
registrata. Se è assente si riascolta una di queste registrazioni, anche di
molti anni prima. Finito questo ascolto finisce tutto. Durante
l’ascolto molti prendono appunti; qualcuno si appisola. È estate: una
ragazza seduta vicino alla finestra aperta tiene il braccio fuori, penzoloni.
Un ragazzo non è entrato in sala, sta fuori, rannicchiato sotto quella
finestra, e accarezza quel braccio. Su
questo modo di intendere e di svolgere «la cultura», il dibattito interno,
inizialmente sommesso, si è fatto negli ultimi anni particolarmente vivo. Ciò
si deve certo alla presenza, recente, di alcuni elementi con un grado di
istruzione un po’ più elevato; e questi trovano l’appoggio di alcuni
giovani che non ne possono più di sentire, fin da quando erano bambini, la
ripetizione degli stessi episodi della vita di don Zeno. Non è così per i più
anziani, che in quegli episodi ritrovano la loro infanzia e giovinezza; e si
sa che di questo è difficile che uno si stanchi. Ogni
giorno G va volentieri alla cultura: cosa c’è di più bello di una pausa
giornaliera dedicata alla riflessione, nell’ora del tramonto? Al di là
della sfilata di finestre di questo rustico prefabbricato si vede il cielo
pian piano oscurarsi sulla piana, immobile e deserta, verde o gialla secondo
la stagione, nei saloni della editrice si accendono sulle redazioni, uno dopo
l’altro, i tubi delle luci a soffitto e nel viale si fanno ancora più fitte
le colonne di auto: è l’ora stanca del rientro. Sul
registro insistentemente autobiografico usato da don Zeno nelle sue lezioni, G
matura una propria opinione, sostanzialmente positiva. Si tratta di una
esposizone ricca di immagini, aneddoti, metafore, ritratti di persone,
racconti di episodi, tutti quasi sempre riferiti alla sua infanzia, alle sue
prime esperienze di vita sacerdotale, alle persone, modeste o importanti, da
lui conosciute. Questo repertorio, per quanto vasto, ovviamente ritorna in
continuazione, però in assortimenti sempre diversi. Ed è dalla scelta di
volta in volta fatta in questo materiale, dal contesto, dagli accostamenti,
per contrasto o per reciproca conferma, che l’ascoltatore coglie (se è
persona predisposta a coglierlo) il messaggio dell’oratore. G, quando don
Zeno è particolarmente brillante, ascoltandolo ha l’impressione di trovarsi
di fronte a una pittura di Chagall: fuori luogo cercarvi una costruzione
logica, non c’è che ricevere quello che viene dal cuore e dalla memoria
dell’artista, e ascoltare quello che può destarsi in noi. Anche don Zeno,
ogni volta che parla, rivive delle emozioni e le trasmette all’ascoltatore
attraverso delle immagini. Con i ricordi che il presente gli risveglia, cerca
di annodare il passato, che è suo, all’oggi, che forse gli sfugge. Più
di una volta G vede degli ascoltatori occasionali uscire sbuffando dalla sala
in cui don Zeno sta parlando. Oppure, ai convegni, vede una persona del mondo
della cultura o delle istituzioni, che gli siede accanto, accennare un sorriso
di condiscendenza. Allora G pensa la vita di quel povero prete e la vita di
costui e non dubita da che parte stare. *** Alla
«cultura», dice don Zeno, si va per ascoltare e apprendere, come a una
lezione universitaria, non per dibattere. Su questo metodo di conduzione, non
sui contenuti, pensa G, si potrebbe ben ragionare. Constata, invece, che non
esiste, a Nomadelfia, l’abitudine a esprimersi in pubblico (se non su
argomenti della vita pratica), neppure nei luoghi che sarebbero a ciò
deputati. Con
il tempo, G si rende conto che non esiste possibilità di un’abitudine
diversa. In ogni genere di incontro (anche nella Assemblea, gli dicono) è don
Zeno che parla, e parla a lungo. Lui, poi, qualche volta, invita a
intervenire, ma a che serve? Ad approvare quello che ha detto? Piaggeria;
qualcuno, raramente, lo fa, ma non è ben visto. A esprimere dubbi, muovere
obiezioni, fare proposte diverse? Mai un intervento di questo tipo ha ottenuto
l’appoggio dei presenti. Tutti sanno che con atteggiamenti del genere ha
avuto inizio il dissenso di chi poi è uscito dalla comunità. Perciò,
chi ha un problema di carattere generale ne parla personalmente con don Zeno e
con lui lo risolve: o accondiscende a quel che gli viene detto o, alla fine,
se ne andrà. G si accorge pian piano che così vanno le cose, e prova un
certo disagio perché non afferra che il problema, in fondo, è uno solo: di
chi è Nomadelfia?
Bibbia A
un certo punto, sospinto da chissà quale ispirazione (una lettura, una
conversazione con qualche prelato?) don Zeno (in quel periodo a Subiaco) dà
disposizione che si faccia «la cultura» leggendo la Bibbia. Si è in inverno
e forse, più semplicemente, Nelusco gli ha fatto presente che ci sono
problemi a riunirsi tutti nel bar. Così l’altra novità è che la cultura
si farà separatamente, ciascun gruppo per proprio conto. È
universalmente nota la totale allergia dei cattolici alla lettura della
Bibbia, allergia a cui, come si sa, la Chiesa Romana si è ben guardata dal
fornire antidoti. Si può tranquillamente supporre che neppure don Zeno avesse
mai trovato tempo e voglia per intraprendere un minimo di studi sull’Antico
Testamento. Dal fatto che alla Bruciata l’incarico di lettore fosse
unanimamente affidato al nuovo venuto, si può desumere che anche negli altri
gruppi si svolgesse una gara a tirarsi fuori dall’incarico. G
si accinge al compito con il suo solito impegno. Non pensa alla possibilità
di una lettura che privilegi il semplice racconto. Gli sembrano necessari i
chiarimenti che possono venire dalla conoscenza del contesto storico e della
interpretazione. In libreria a Grosseto si procura delle guide alla lettura
biblica e propone a Nelusco che se ne faccia avere una copia a ogni gruppo.
Costui temporeggia, un po’ perché immagina come potranno andare le cose, un
po’ per diffidenza verso ogni genere di libro, quelli di argomento religioso
in particolare. Don Zeno ha sempre insegnato ai suoi figli che teologi ed
esegeti sono responsabili di aver offuscato con i loro cavilli e le loro
dispute la chiarezza e la radicalità delle affermazioni evangeliche. Andrà
come previsto; dopo un paio di mesi una delle scadenze che periodicamente
movimentano la vita a Nomadelfia (gli «esercizi», la «propaganda» o
qualcos’altro) provoca una sospensione della cultura e della lettura biblica
non se ne parlerà più Oltre
che alla cultura, Nelusco invita G ed E a partecipare a tutti i tipi di incontro
(assemblee riservate ai membri effettivi non se ne terranno fino alla
difficile primavera del ‘71). I due ci vanno, volentieri e con interesse.
Ma, in quanto ospiti che nella comunità svolgono un ruolo che li carica di
responsabilità, solo con il silenzio non rischiano di mettere in gioco la
fiducia che gli è stata accordata. Il cumulo di esperienza maturato da chi
vive quella vita da decenni va tenuto in considerazione e i due capiscono che
non è compito loro farsi portatori di proposte. Cena
e dopocena Quando
si esce dal bar, dopo la cultura, si formano dei crocchi che sostano sul
piazzale; è un momento giornaliero di incontro, informale, e predispone alle
chiacchiere tra chi sta in gruppi diversi. Ragazzi e ragazze occhieggiano tra
loro. In
giro per la Rosellana non succede di vedere conversare gruppi ristetti di
persone. Il clima è stato, ed è, tale che non si è mai potuta formare la
consuetudine di scambiarsi opinioni su argomenti che non siano quelli pratici,
tecnici, logistici, o simili. Anzi, la cosa, se accade, è vista con un certo
sospetto. A G, dunque, questo momento, piace, e lo osserva, in disparte. Poi
il pulmino e qualche auto chiamano strombazzando: è ora di rientrare nei
gruppi. In inverno capita che piova a scrosci, o che soffi una tramontana
contro cui bisogna inarcare il corpo e puntare i piedi. Giusto
il tempo per riassettarsi (a tavola si va sempre lavati, pettinati, abiti in
ordine) poi i ragazzini, mandati dalle donne di cucina, vanno tra le casette
del gruppo gridando: «la cena! la cena! la preghiera!» Tutto
il gruppo si ritrova nella sale da pranzo dove le tavole sono già
apparecchiate. Non seduti a tavola, all’uso protestante, ma in piedi attorno
alle pareti, qualche adulto con accanto dei bimbi, qualcuno con in braccio uno
dei più piccoli, qualche donna della cucina affacciata all’uscio, si
recitano le solite formule dell’uso cattolico, una breve «preghiera di
Nomadelfia» e, dal Vangelo, le «beatitudini». La preghiera in gruppo prima
di cena e la messa domenicale sono gli unici atti di culto a cui il nomadelfo
è tenuto. *** Dopo
cena chi si ritira in camera propria, chi sta a fare quattro chiacchiere,
altri si riuniscono attorno al televisore. (Salvo il caso di una persona
costretta a letto non si tengono televisori nelle casette familiari). G,
visto che c’è la possibilità di trovarsi a tavola in un gruppo diverso dal
proprio, se capita o c’è un invito, ne approfitta volentieri. Osserva,
chiede, ascolta. È ammirato e attratto da questo esperimento di convivenza
tra famiglie che riesce a funzionare, qui, nel mondo occidentale, non in
Amazzonia. Si chiede se occorrano doti personali particolari per dividere
volontariamente la casa con «mamme» e mogli, con «celibi» e mariti, con un
prete, se capita, e poi con ragazzi e ragazze, bambini e anziani. Per
volontariamente adattarsi al caparbio e al remissivo, al colto e
all’incolto, al semplice e al sagace, cui non ti legano legami di parentela.
Oppure se non sia questa una condizione possibile, «naturale» quanto
l’altra, anzi, forse, migliore. Più
cauto è il giudizio di Edmea, che pure, come sempre, si conquista facilmente
la simpatia delle persone: è affettuosa senza smancerie con i bambini, si
interessa con sincerità ai casi che ogni donna le racconta, trova con gli
uomini coetanei un tono cameratesco, sa ascoltare gli anziani. *** L’uso
parsimonioso che si fa, nei gruppi, della televisione dà a G ed E la
possibilità di trattenersi dopo cena nella vasta sala da pranzo ormai
deserta, o, quando la stagione lo permette, all’aperto sotto una pergola. Anche
il momento della conversazione mette in rilievo quel che di finezza, di sobria
eleganza c’è in tutte le manifestazioni della vita di Nomadelfia: il
linguaggio dei nomadelfi è castigato e dal vocabolario è esclusa ogni parola
volgare, frivola, allusiva alla sfera sessuale. Ma questo non toglie
naturalezza né li induce a moralismi. Se
all’occasionale incontro capita don Zeno, allora è lui che monopolizza la
situazione (purtroppo, qualche volta) e si fanno immancabilmente le ore
piccole. Ma non sono i suoi di ricordi che i due desiderano ascoltare in
queste serate. Esse diventano un’altra occasione per conoscerle, le
personalità che vengono a incontrarsi, o a formarsi, in questo piccolo
popolo di volontari. Nessuna uniformità, come potrebbe far pensare il comune
riferimento culturale. G ed E incontrano i tipi più diversi, e mai banali:
tutta gente che più volte nel corso della propria vita è stata chiamata a
riflettere sul corso da darle, a prendere decisioni radicali, ad accettare o
rifiutare decisioni altrui che riguardavano se stessi e la propria famiglia.
Rimpianti Le persone che oggi costituiscono la generazione di mezzo,
accolte da bambini ai tempi della Nomadelfia di Fossoli o lì arrivate da
giovani, sono cresciute proprio in quei decenni recenti di cui si parla poco
volentieri. Si direbbe che i trenta-quarantenni abbiano un bagaglio di
ricordi più pesante da portare, degli ultracinquantenni. I due gruppi,
infatti, vengono da due vissuti diversi. Gli anziani hanno visto a rischio
l’esistenza stessa della comunità e la disponibilità di un luogo dove
insediarsi, del cibo, di un tetto; l’orizzonte delle loro aspirazioni era la
soluzione di questi problemi di sopravvivenza e adesso, per quanto in misura
modesta, tutto questo è assicurato. Quelli che sono soltanto di un decennio
più giovani, gli anni più difficili li hanno vissuti da ragazzi, in un’età
in cui i disagi si trasformano, nel ricordo, in avventure. Successivamente
hanno avuto un altro genere di aspettativa: nel loro orizzonte si profilava
una rivoluzione cristiana, un nuovo tipo di rapporto umano, un modello di
società da proporre al mondo. E, condizione per muoversi in questa direzione,
una Nomadelfia che avesse raggiunto l’autosufficienza economica e fosse
retta a democrazia diretta. Mentre le speranze dei loro fratelli maggiori si può dire
che si siano realizzate, quelle dei più giovani sono, di anno in anno,
sfumate nel nulla. *** Pur senza andarli a cercare, è un continuo imbattersi in
persone, nomi, episodi, che si riferiscono al loro passato. Si va con la scuola su per le alture che stanno alle spalle
della Rosellana e si attraversa un vasto territorio che faceva parte della
donazione Pirelli, ma che fu venduto per saldare i debiti di Fossoli. Lungo il
percorso si incontrano le rovine di quelle che erano le prime costruzioni
della città (una vera «città dell’utopia») progettata nel ‘49 da
Danilo Dolci. A Fossoli c’era la prima Nomadelfia, lì stava sorgendo la
seconda. Nel giro di qualche anno sarebbero state abbandonate ambedue. È a
seguito di questo che Dolci lasciò Nomadelfia? O ci furono altri motivi? E
non è che poi andasse a far cose molto diverse. Le idee su cui era fondata la
scuola che cercò di creare a Partinico potevano trovare applicazione anche
qui.25 C’è uno che sa fare il falegname? l’aveva imparato nel
‘53, quando il gruppo migrato a Limbiate stava avviando una produzione di
serramenti. Che la comunità sapesse tenersi economicamente a galla, sembrava
la dimostrazione da dare, a sé e agli altri, dopo il naufragio di Fossoli. Un
altro aveva iniziato con alcuni compagni un’attività di autotrasportatori.
Quando Limbiate fu smobilitata, i compagni se ne andarono e oggi hanno una
propria azienda; lui è qui e guida il pulman della comunità, ma ancora, dopo
quasi vent’anni, non è certo di aver fatto la scelta giusta. Arriva novembre e qualcuno ricorda le piantagioni di
crisantemi, che, nel ’59, parvero essere un risorsa economica. Adesso si
sorride dei tentativi di vendita davanti ai cimiteri di Roma e delle enormi
giacenze invendute. Chi sa organizzare un campeggio l’ha imparato allestendo
alla Verna quello che nell’estate del ’64 avrebbe dovuto accogliere i
giovani venuti da ogni parte ad ascoltare don Zeno. Ne vennero pochissimi. Una
ragazza restò poi a Nomadelfia. È ancora lì adesso, con il marito, ma se ne
andranno presto. Alla Verna sono ancora là, isolate, alcune famiglie, rimaste
in una condizione più simile a quella di un istituto che di una comunità.
Unico uomo con loro è Mino, il nomadelfo medico. G si domanda quale scopo
abbia questo frazionamento della comunità, visto che non viene a costituire
una vera seconda sede. Ma la risposta non lo sa nessuno. Più d’uno sa fare il muratore: certo, nel ’63, quando
don Zeno aveva stabilito un’alleanza con certi benedettini, ha praticato il
mestiere a Sant’Andrea d’Affi, sul lago di Garda, dove si progettava una
grandiosa abazia; ma la cosa si rivelò un abbaglio. Qualcosa di analogo si
ebbe nel ’65 a Cellino S. Marco, in provincia di Brindisi. E poi ancora, un
anno dopo, era parsa possibile una collaborazione con il prete di un paesetto
vicino a Rimini. Una famiglia vi si era trasferita per coltivare una campagna
e restaurare una canonica, e fece una vitaccia per un rapporto che fu
deludente. Della azienda «Metalplastica» avviata nel ‘64 e cessata
nel ‘67 e della azienda avicola, di cui hanno visto le ultime fasi, G ed E
già qualcosa sanno: gli edifici sono lì, bene in vista, a ricordare le due
più onerose inizative mancate. Ogni due mesi si stampa un giornalino. Allora G va tutto
interessato a dare un’occhiata al lavoro di fotolito e di montaggio delle
pellicole, alla gran macchina finalmente messa in funzione, cose che non aveva
mai avuto tempo di fare quando era lui a lavorare nel ramo. Ma chi ci lavora
gli parla del rimpianto per un utilizzo così scarso delle proprie capacità e
delle costose attrezzature.
Hobby Trovandosi a conversare con persone della generazione di
mezzo è dunque conveniente attenersi a quelli che sono gli interessi più
strettamente personali. C’è chi fa fotografia, chi dipinge, chi legge di
astronomia. E Nelusco, quando può, non nega il denaro che serve per coltivare
questi interessi. C’è chi si diletta a scrivere poesie, chi a improvvisare
composizioni al pianoforte (un sabato sera G, E e altri ospiti assistono a una
impetuosa esecuzione: l’opera ha una durata proporzionata al titolo che è: La
vita dell’uomo). Un coro si costituisce e si dissolve periodicamente secondo
la presenza o meno di un maestro Nei soppalchi della metalplastica sono accatastati gli
strumenti musicali di una banda. Il diciannove maggio del ‘47
l’occupazione del campo era stata accompagnata dalla musica della banda,
magnifica idea: saranno questi gli strumenti, salvati dal naufragio? La tenuta Rosellana è situata vicino alla zona
archeologica etrusco-romana di Roselle; e così c’è chi nelle ore libere
gira nei campi arati in cerca di cocci e monete, e trova qualcosa. C’è chi
colleziona minerali e bei cristalli che si trovano frugando lungo gli
sterramenti ai lati delle strade. Due interessi molto coltivati dai ragazzi. La raccolta dei funghi, da parte delle donne, e la caccia,
da parte degli uomini, hanno i loro appassionati. Da quando c’è il lago
della diga, si pratica anche la pesca. Forse per trovare qualcosa a cui appassionarsi, qualcosa
che sia anche di interesse collettivo, c’è chi si dedica a rinnovare il
pollaio del gruppo, chi si procura uno stanziamento di denaro per riassettare
una casa. In ogni gruppo qualcuno si assume la responsabilità dell’orto,
gli dedica tutto il tempo libero ed è soddisfatto dei risultati, che sono di
tutti, in quanto vige la regola che l’orto di un gruppo sia aperto anche
alle esigenze di altri. La sera, o la domenica pomeriggio, capita anche di fare una
cantata, e qui E deve stare attenta nella scelta del repertorio. Ospiti una
sera a cena al gruppo della Rosellana si passa poi la serata ad ascoltare «Mistero
buffo» di Fo, che i due milanesi hanno portato su disco da Milano; le
orecchie emiliane non faticano a cogliere tutte le sfumature; c’è
interesse, ma non manca qualche imbarazzo a proposito di papi e di miracoli.
Cinema Al sabato sera il popolo di Nomadelfia riprende una
tradizione dei tempo di San Giacomo: il cinematografo. La televisione, qui,
non ha ancora spento l’antica consuetudine di ritrovarsi davanti al grande
schermo. Che poi grande non è, poiché consiste in un telo bianco che viene
srotolato sul fondo del salone del bar. Film migliori si vedrebbero in tv, ma
questo è anche un modo per incontrarsi; durante la proiezione c’è quello
che non sa trattenere un suo commento, un altro che interviene con una sua
battuta nei dialoghi. Una atmosfera casalinga che a G non dispiace affatto. Fornitrice dei film è la libreria delle edizioni San Paolo
di Grosseto, distributore che, ovviamente, seleziona i film in base ai propri
criteri di moralità. Per vedere di migliorarne la qualità, G ed E, raccolti
tutti i consensi necessari, fanno un giro per le case distributrici di Roma e
riescono a combinare un programma di spettacoli a un prezzo sostenibile.
Ancora più economico risulta il rapporto con alcuni istituti culturali
esteri, a Roma e a Milano; lì non c’è che da farsi carico delle spese di
trasporto. Particolarmente disponibili risultano quelli dei paesi d’oltre
cortina (Associazioni per i rapporti culturali Italia-URSS, Italia-Rep. Pop.
Cecoslovacca, Polacca ecc.). Mariano, benché abbia la responsabilità di
economo, appoggia queste aperture, com’è nel suo spirito, mentre Nelusco,
com’è nel suo, se ne tiene cautamente fuori. Il sabato sera si ha così una
specie di cineforum, seguito da una trentina di maggiorenni.
Domenica Domenica. Era capitato un paio di volte a G ed E di
assistere alla Messa in qualche ristretto gruppo ecclesiale «di base»:
avevano visto l’atmosfera compita, un po’ da privilegiati o un po’
cospirativa, che può venirsi a creare. Nulla di tutto questo a Nomadelfia,
dove esiste, anche in questa occasione, una serena atmosfera di semplicità
familiare. Si aggiunge il fatto che, finalmente, le esortazioni
contenute nei passi del Vangelo che vengono letti non sono stanche
ripetizioni. Le parole del celebrante e le formule pronunciate dai fedeli, qui
fanno apparire l’incontro più vicino a una enunciazione di programma o a un
rendiconto, che alla celebrazione di un rito. I canti, anche sentiti e
risentiti, non perdono la loro carica emotiva. *** La domenica è un giorno che impone comportamenti inusuali
anche alle famiglie che vivono in condizioni «normali». Qui il gruppo si
frantuma un po’; le coppie, soprattutto quelle giovani, si ricompongo perché
le sposine vorrebbero fare due passi al braccio dei mariti; questi si trovano
a occuparsi direttamente dei propri bambini, in un rapporto diverso da quello
collettivo a cui sono soliti. G ha l’impressione che il costume di Nomadelfia si
riveli, in questo giorno, non ancora ben rodato: c’è una difficoltà a
conciliare le forme della vita comunitaria con quelle dello svago, quando la
comunità lascia la cosa alla iniziativa dei singoli. In occasione di feste, anche improvvisate, non manca mai
un’organizzazione e allora c’è inventiva e partecipazione, si fa musica,
si balla, si fanno scherzi e giochi. La domenica, invece, ognuno tende a
provvedere da sé al proprio relax. Edmea lo trova giusto, anzi, necessario. I giochi competitivi sono formalmente banditi, ma il calcio
è ammesso e i ragazzi, nei pomeriggi domenicali, ne fanno grandi partite.
Tutta la comunità segue la loro partecipazione ai tornei con le squadre dei
paesi vicini. Nelusco, la domenica, non perde la sua partita alla tv. G, negli
intervalli delle ore di scuola, insegna ai ragazzi qualche altro gioco a
squadre, certo ugualmente competitivo, ma essendo sconosciuto agli anziani non
solleva obiezioni. Fa poi la proposta di occupare i ragazzi in avventure di
tipo scoutistico, con l’aiuto del gruppo scout di Grosseto; l’ambiente
naturale della Maremma è ideale per cose del genere. Ma Nelusco,
probabilmente per la preoccupazione di un inquinamento educativo, non
raccoglie. Un anno, don Zeno si trova qualche soldo di più i tasca, e
si dice: «se i ragazzini di fuori hanno tutti il motorino, perché i miei non
devono averlo?» E da nonno generoso e un po’ scapestrato qual’è acquista
una dozzina di ciclomotori. Disperazione del presidente, che si trova a
gestirne l’uso, e delle mamme che si trovano a fare largo uso di cerotti. Un
po’ per lo stato delle strade, un po’ per l’irruenza dei piloti, per
quanto, dopo un po’, la presidenza ne abbia limitato l’uso alla sola
domenica, il parco motorini andrà presto in demolizione. Nei pomeriggi festivi, qualche volta G ed E, con Chiara e
Luca, vanno a Grosseto, a Marina, o a Orbetello, e portano con loro qualche
bambino. Tornano con un gelato, un dolce, un’anguria per tutto il gruppo. Ma
quello che il gruppo festeggia di più sono le cozze che si trovano a
Castiglione della Pescaia.
Visitatori La domenica è anche il giorno in cui spesso arrivano
comitive di visitatori. Ne arrivano, nell’arco di un anno, parecchie
migliaia, da ogni parte d’Italia. Spesso si tratta di un gruppo parrocchiale, tutte persone
con le quali è facile trovarsi d’accordo (o almeno mostrare cortesemente di
esserlo). C’è la coppia di mezza età, certo cattolici praticanti,
disponibili. Da bravi impiegati, bottegai, piccoli imprenditori, quali sono,
risultano osservatori attentissimi, pignoli. Come chi, dovendo fare un
investimento in una ditta si assicuri che sia solida e ben gestita, studiano
se la loro disponibilità può essere ben collocata. Le mogli, tutte dotate di
un grande istinto materno, si commuovono parlando con le mamme, ma restano
perplesse all’idea di dividere la casa con altre donne e del fatto che la «paternità
in solido» possa venir praticata anche dagli altri del gruppo sui figli
propri. Per queste coppie esemplari il gruppo famigliare è il boccone più
duro da accettare. Gli uomini si trovano poco a loro agio con don Zeno. La sua
convinzione che Nomadelfia sia di esempio per un cambiamento del mondo (un
mondo nel quale loro si sono finora mossi senza troppe difficoltà e senza
scandalizzarsi troppo), le iniziative spericolate di cui parla con entusiasmo
(e che fanno tremare queste persone per bene, abituate per prima cosa a far
quadrare i bilanci), la sua fiducia nella provvidenza divina, il suo sentirsi
investito da una missione, li lascia perplessi, li fa sentire, in quel luogo,
degli spaesati. Si trovavano più in sintonia con d. Ennio. Chi si ferma
qualche giorno di più lo va a cercare nei campi dove sta, anche da solo, a
togliere sassi, nel vigneto, nella stalla. Allora queste persone si sentono
piene di ammirazione, si avvicinavano con rispetto, e possono finalmente
parlare di cose concrete. Constatano la versatile capacità di lavoro dei
nomadelfi e augurano che un giorno non lontano la comunità raggiunga
l’autosufficienza; non riescono a spiegarsi come questo non sia il primo
traguardo. Un traguardo che fa baluginare in loro la speranza di poter «fare
del bene», accogliere bambini, vivere in buona armonia con dei fratelli di
fede, e, perché no, anche assicurarsi una serena vecchiaia. Ma quel barlume
si spegne appena hanno notizia dei progetti abbandonati (le costruzioni della
ex metalplastica e della ex azienda avicola sono lì sotto gli occhi), delle
esigenze della propaganda che allontana dal lavoro ogni estate più di cento
persone, del fumoso proposito di creare un’università a Subiaco. Chiedono: «perché non create una solida cooperativa?…
che programmi di sviluppo avete?… perché quei capannoni e quegli impianti
in disuso?…». Non trovano risposte soddisfacenti e se ne vanno, qualcuno un
po’ deluso, qualcuno con le idee su Nomadelfia più confuse di quando è
arrivato, qualcuno pensando «se ci fossi io…» Più che con l’istituzione, così difficile da
comprendere e accettare, si creano delle amicizie, anche durature, con i
singoli nomadelfi. Infatti, i più, si congedano dal gruppo di cui sono stati
ospiti, con abbracci e promesse di collaborazione. Qualcuno mantiene la
promessa: per fare un esempio, ci sarà chi, lavorando nel ramo degli impianti
telefonici, tornerà più volte, negli anni settanta, e provvederà a
collegare tutti gruppi familiari; e sarà un gran risparmio di corse in bici o
in auto da un gruppo all’altro solo per chiamare questo o quello.
Dibattiti Succede che tra i visitatori capitino persone di estrazione
culturale diversa da quella cattolica tradizionale. Sono i giovani di una
specie comune in questi anni a cavallo tra gli anni sessanta e settanta:
attenti ai problemi della società, della lotta politica, della fede;
desiderosi di capire e di confrontarsi con una realtà che si presenta come
alternativa. Pongono domande diverse dai visitatori di età matura: «Non
sentite il dovere di esprimervi, anche pubblicamente, su quello che avviene in
Italia, nel mondo?», «Perché per diventare uno di voi bisogna essere
credente?», «Non vi sembra anacronistico proibire a ragazzi e ragazze di
uscire da soli?» I nomadelfi non hanno difficoltà a dibattere su questi
temi. Nei gruppi dove capita un ospite di questo tipo, la domenica, spesso
dopo il pranzo, si svolgono discussioni accesissime. G vorrebbe essere sempre presente a questi scontri,
specialmente se vi è coinvolto d. Ennio, che anche in queste occasioni si
mostra quell’uomo di convinzioni granitiche e molto impetuoso, ma anche
molto caritatevole, che è. Se è presente don Zeno (che però in questo periodo è
quasi sempre a Subiaco) difficilmente nascono discussioni; lui, se appena
attorno al tavolo ci sono persone disposte ad ascoltarlo, racconta fatti,
espone le sue idee. Interloquire, se non per porre domande, diventa difficile;
qualche volta succede che chi non capisce oppure dissente, con discrezione si
allontani. Ancora diverso è Nelusco, che si sottrae allo scontro («vado
a riposare») lasciandone l’incombenza agli altri del gruppo (magari anche a
G, ultimo venuto) e il giorno dopo commenta: «non è gentile essere ospiti
bene accolti e muovere delle critiche; ognuno ha i suoi costumi». G sa qual
è il suo punto di vista. Chi va ospite in un villaggio di cultura islamica o
indù ha diritto di osservare e fare domande, se vuole cercare di capire.
Muovere delle critiche è fuori luogo. Anche lui si aspetta questo rispetto. Del resto, all’interlocutore troppo accanito, quello che
continua a dire perché non fate questo e quest’altro, accade che anche il
nomadelfo più mite, alla fine obietti (o più spesso si limiti a pensare): «perché
non vieni un po’ qua tu, a fare?» *** Il visitatore di questo tipo, in genere un giovane studente
o un operaio proveniente da un contesto urbano, è abituato alla ricchezza e
alla intensità dei dibattiti, alla varietà delle offerte culturali, alla
libertà di espressione, al bisogno di autogestione, alla contestazione di
ogni forma di autoritarismo, che animano proprio in questi anni la società
italiana; se si ferma qualche giorno a Nomadelfia, matura una sensazione di
cui non si azzarda a far cenno con i membri della comunità. Se incontra G ed
E, con loro ne parla: G è portato a spiegare, E a condividere. La sensazione che questo giovane prova è di stare
sperimentando quel che sia un regime totalitario, sensazione opprimente al
punto che, capita, decida di andarsene prima del previsto, come per sfuggire a
un’atmosfera irrespirabile. Costui ha partecipato alla «cultura» e gli è parsa un
dose quotidiana di indottrinamento; non ha sentito, in quell’occasione, uno
che esprimesse una propria opinione; ha soggiornato in un gruppo e non ha
trovato un giornale; sa che chi ha qualche libro lo tiene in camera propria;
ha visto una «lista» in cui la presidenza dispone come sarà la giornata
degli altri; la sera, in tv c’è solo quello che è consentito vedere; il
sabato, c’è il cine, ma anche quello senza che tu possa fare una scelta. Se
parla con la gente trova una compatta uniformità ideologica, ma gli sorge il
dubbio che non tutti dicano tutto quel che pensano; con don Zeno non riesce a
parlare, può solo ascoltare. Se indaga sulle istituzioni intuisce che la
vantata democrazia diretta non esiste e viga, in realtà, un regime
monocratico. Chi trova questi aspetti negativi di Nomadelfia preminenti
su ogni altra considerazione, non può che trovare tutto un assurdo. A chi
l’interroga, G può dare, di qualcosa, una spiegazione, una giustificazione;
del rimanente non può che dire che si tratta del retaggio della generazione
anziana, destinato a scomparire con essa. Generazione, la quale, se non fosse
fatta com’è, non avremmo, oggi, Nomadelfia. Soprattutto, cerca di spiegare
che l’essenziale di Nomadelfia non è in questi suoi aspetti.
Convivenza Più
che il contatto con gli uomini, è quello con le mamme di vocazione e con le
spose che porta G ed E a farsi un’idea sulla stoffa di cui deve essere fatta
una persona per vivere la vita comunitaria. Deve trattarsi, innanzitutto, di
una persona che, convivendo con altre, sappia crearsi un proprio spazio pur
rispettando quello altrui. Detto in breve, uno/a che sa sempre stare alla pari
con chi alla pari dev’essere. Che non si perde in lamentele, non si cura
troppo delle critiche, sa dire le proprie ragioni senza astio e non trascina
rancori. Che risolve da sé i problemi di convivenza, senza andare di continuo
a scaricarli sul coniuge (se ce l’ha), sul capogruppo o sul presidente.
Capace di dare una mano alle persone più deboli ma anche a quelle forti,
quando ne hanno bisogno, senza farlo poi pesare. Così che il gruppo sa che è
una persona su cui si può contare. Qualità
che è molto raro vedere tutte assieme, in un sola persona. Ma un po’ meno
raro qui che altrove: in primo luogo perché chi proprio non ne possiede
nessuna, in comunità non ci resta; secondo, perché un’altra qualità
assolutamente necessaria è la capacità di apprendere i comportamenti adatti
alla convivenza. Ma
i due devono anche constatare che il ritratto ideale da loro delineato non è
poi generalmente valido. Non tutte le persone che trascorrono la vita a
Nomadelfia vi corrispondono. Ci sono persone che vivono serene nel gruppo
famigliare pur possedendo qualità diverse, grazie alle quali accettano gli
altri membri del gruppo e sono accettate. La comunità, che non costituisce un
nucleo così ristretto e generalmente omogeneo come la famiglia, può offrire
una «nicchia» in cui, se proprio non si è troppo «difficili», le persone
più diverse possono collocarsi.
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