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www.unpattotranoi.it ACF: L'idea e la struttura L’IDEA
del “CONDOMINIO SOLIDALE” Ogni
costruzione di società, come ogni suo cambiamento, non può avvenire
che attraverso luoghi in cui si diventa amici, si condivide
un’esperienza umana totale, si cerca insieme il senso della vita e,
soprattutto, si costruiscono relazioni. Questo luogo noi lo chiamiamo
“condominio solidale” piuttosto che comunità, per non usare parole
troppo impegnative e inflazionate. In
Lombardia, e altrove, la “corte” [ampio spazio di uso comune interno
alle cascine agricole] era una realtà molto importante per la
sopravvivenza delle famiglie, in quanto viveva di piccoli gesti di
solidarietà quotidiana; ora si tratta di farla rivivere con regole
nuove, poche, ma fondamentali. Come
nasce un Condominio Solidale I
Condomini Solidali fanno parte dell'Associazione Comunità e Famiglia,
ma ciascuno di essi è assolutamente indipendente,
libero di darsi forme e regole specifiche, coerenti con il proprio
sviluppo.
La
nascita di un Condominio avviene per due diversi processi di
aggregazione: dall'alto e dal basso. Dall'alto,
perché è l'Associazione Comunità
e Famiglia a identificare le aree dismesse in cui può sorgere un
altro Condominio, ad acquistare l'area (o a farsela affidare in
comodato) e ad assegnare poi le abitazioni alle singole famiglie. Dal
basso, perché ogni Condominio nasce in base a un patto di mutuo
soccorso che unisce un gruppo di
famiglie intorno a un progetto comune. Il
patto non presuppone un'assoluta identità di vedute; al contrario,
nasce proprio per rispettare la diversità dei punti di vista. E’
ovvio che il messaggio cristiano
è fortemente presente nella vita della comunità ed è alla radice di
molte scelte personali e familiari, ma la laicità
del Condominio è proprio ciò che gli consente di essere quanto più
possibile aperto verso l'esterno. Vivere
insieme non vuol dire rinunciare alla privacy. Ecco
perché nel patto di un Condominio può addirittura esserci scritto:
"Farò di tutto per non farti sentire i miei occhi addosso".
E, al tempo stesso, nel contratto possono essere indicati momenti di
vita associata. La
stessa storia di ogni comunità - come la storia di ogni persona
di questo mondo - non è priva di errori, di sentieri percorsi
per un tratto, abbandonati e ripresi. Il
patto economico Il
patto tra le famiglie prevede la condivisione di un modello economico
molto semplice nei principi ma, almeno se paragonato ai meccanismi della
nostra società, molto impegnativo, nella prassi quotidiana. Ne
costituiscono i pilastri la sobrietà e l'autosufficienza. La
sobrietà
è il rifiuto dei beni non necessari e quindi del lavoro forsennato per
ottenerli. Questo atteggiamento promuove il tempo libero, non inteso
come ulteriore momento di consumo, ma come tempo liberato dalle.
necessità materiali per soddisfare invece le più stringenti necessità
spirituali. Sobrietà vuol dire anche un'attenzione volta al recupero di
tutto ciò che è recuperabile o riciclabile e, più ampiamente, un
rispetto per l'ambiente, visto non come una cassaforte di materie prime,
ma come un organismo vivente. L’autosufficienza
nasce dal rifiuto dell'assistenzialismo (per le persone
"accolte" nel Condominio, del resto, nessuno - privati o
istituzioni - paga alcuna retta) ed è un po' il banco di prova per
verificare se il meccanismo funziona oppure no. E chiaro che il
funzionamento deve,essere assicurato da tutti i componenti del
Condominio. Ognuno di essi deve fare qualcosa e deve dare qualcosa alla
comunità, ovviamente secondo le proprie possibilità. Molti
lavorano all'interno delle diverse attività del Condominio (soprattutto
quelle relative allo sgombero di aziende, magazzini e appartamenti, da
sempre, attività primaria dei Condomini Solidali). Altri invece,
svolgono un "normale" lavoro esterno. Tutti i soldi guadagnati
da tutti finiscono però nella cassa
comune. E tutti, ogni mese, hanno diritto a un assegno in bianco,
che ognuno compila in base alle proprie necessità. E’
chiaro che una famiglia giovane e numerosa ha bisogno di una cifra
diversa rispetto a un nucleo più anziano. Nessuno, però, controlla
nessuno, né può sapere quale cifra si è assegnata ciascuna famiglia.
Finora non ci sono mai stati problemi. Se
a molti questa potrà sembrare un'utopia, è però un'utopia che
funziona. L’apertura
verso l’esterno L'apertura
del Condominio Solidale verso l'esterno produce dei benefici per
l'intero luogo circostante. E questo non solo. per la riqualificazione
delle aree degradate o per il lavoro in campo ambientale, ma anche e
soprattutto perché crea intensi momenti di socializzazione. Alcuni
Condomini Solidali collaborano tra loro in una attività di sgombero e
riutilizzo di materiali di ogni genere, mobilio, abiti, libri,
elettrodomestici, ecc su richiesta di privati, aziende, enti pubblici.
L’iniziativa è definita “Città del Riuso”. Una
fitta rete di rapporti già li uniscono ad associazioni e a istituzioni;
una rete che si sta sempre più allargando e consolidando. E’
previsto un rapporto di stretta collaborazione con la Provincia di
Milano, Settore Ambiente, proprio per le particolari valenze
ambientalistiche del progetto. Un'altra
convenzione è stata stipulata con il Comune di Cambiago (MI) per la
raccolta differenziata porta a porta di materiali riutilizzabili, su
richiesta di privati. E'
in atto, anche, un accordo con l'AMSA (Azienda Municipalizzata per i
Servizi Ambientali) di Milano per il conferimento nei centri di raccolta
autorizzati di quella parte dei materiali raccolti dalla “Città del
riuso” che non può essere riutilizzata. Intenso
è anche il rapporto con tutte quelle istituzioni che si occupano di
persone portatrici di problemi e che ne curano l'affidamento alle
famiglie dei diversi Condomini Solidali. Vale la pena chiarire che è
con la singola famiglia che il progetto di affido viene concordato, e
non con l'Associazione Comunità e Famiglia. La famiglia è direttamente
responsabile delle scelte operate. La persona accolta diventa così
protagonista di un processo di responsabilizzazione volto a restituirle
libertà e dignità. Il
Condominio Solidale può divenire un vero e proprio centro sociale
autogestito, che non ha alcun costo per la collettività, ma che
addirittura la arricchisce dal punto di vista umano e delle relazioni
interpersonali. Il
testo precedente è tratto da “L’esperienza del Condominio
Solidale” a cura della Provincia di Milano, Assessorato
dell’Ambiente e Risorse Naturali, ed. Cartusia, 1999 (scelta di brani,
liberamente ordinati e con qualche lieve adattamento di legame) LA
STRUTTURA LA
FAMIGLIA Il
fine è l’aiuto e la solidarietà tra le famiglie. (p. 9) Ogni
gruppo [famigliare] ha un proprio spazio-appartamento, compresa la
cucina, e stabilisce autonomamente la propria conduzione. (p. 10) Vanno
salvaguardati gli spazi privati, dove possono realizzarsi gli incontri
intimi dei membri della famiglia, in particolare dei due coniugi. (p.
70) E’
la famiglia che decide i tempi e i modi della sua apertura agli altri.
La comunità non è un fine, ma il mezzo che noi abbiamo scoperto per
permettere alle famiglie di realizzare il proprio progetto di vita. (p.
17) IL
CONDOMINIO / COMUNITA’ Ciò
a cui si tende è la comunità, ma la realtà di oggi è il
“condominio solidale”. (p. 70) La famiglia nella comunità Quando
ci sentiamo dire: “Voi non siete un’associazione di volontariato, ma
un’associazione di mutuo soccorso”, non lo recepiamo come un insulto
o una diminuzione di status; avvertiamo piuttosto il limite del dettato
legislativo, ma anche della mentalità di chi lo interpreta. (p. 40) Le
famiglie di ogni comunità, attraverso un patto liberamente
sottoscritto, costituiscono un’associazione di mutuo soccorso. (p.98) La
comunità non è un fine, ma un mezzo. (p. 92) Così
come sono sovrane le famiglie, altrettanto vale per le comunità.
Pensiamo a comunità
“laboratorio”, aperte alle persone e alle idee. (p.95) Ogni
nucleo familiare ha propri spazi e forme di accoglienza, ricevendo nel
contempo l’aiuto e l’appoggio morale e materiale della comunità,
che consente di non essere soli nell’affrontare le situazioni; la
famiglia è sovrana , ma non sola. (p. 86) E’
importante, per esempio, che le famiglie sappiano coalizzarsi di fronte
a determinati bisogni, e che molti accorrano quando questi sorgono, ad
esempio quando una famiglia deve cambiare casa, o quando c’è da fare
un lavoro più impegnativo del solito, o in occasione di lavori di
ristrutturazione degli spazi particolarmente impegnativi. (p. 75) Nella
comunità possiamo avere: un nucleo di famiglie e persone [singole] che
vivono nella stessa casa; un nucleo di persone che lavorano insieme;
alcuni che fanno lavori esterni; alcune famiglie che vivono fuori. (p.
97) Le diversità La
vicinanza tra diversi ha un grande valore pedagogico. [...] Questo non
esclude la possibilità di una critica tra le famiglie, di una
dialettica, che aiuti ciascun gruppo [famigliare] a definirsi. Ed è
anche possibile che questo porti una famiglia a capire che la propria
strada non è destinata a realizzarsi in quella comunità, con quelle
persone. (p. 74) La
consapevolezza che le diversità non sono irriducibili, ma costituiscono
una ricchezza se accompagnate dalla reciproca comprensione, o almeno
dalla reciproca tolleranza, porta a scoraggiare ogni atteggiamento di
attacco alla altrui diversità. (p. 100) Nessuno
pensa che le comunità possano essere luoghi senza problemi e tensioni,
dove la fiducia non venga mai essa alla prova; ma possono e devono
essere un luogo dove ci si aiuta, appunto, a fidarsi e a stare insieme.
Il cammino è quello di imparare l’arte di affrontare insieme le
questioni. (p. 101) Una
famiglia che non riesce a fidarsi degli altri è bene che cerchi di
rivedere il proprio atteggiamento, o che verifichi se è meglio
intraprendere un cammino da sola. (p. 101) La
comunità delle famiglie sta bene quando si notano frequentemente segni
di cambiamento. Quando ad esempio avviene una certa rotazione degli
spazi abitativi, quando cioè le famiglie si riorganizzano i base alle
mutate esigenze, a seconda dei figli che crescono, di persone che
vengono ospitate ecc., e sanno scambiarsi e cedersi, entro limiti
ragionevoli, alcuni spazi. (p. 76) Nel
complesso una comunità di famiglie vive bene se nel corso degli anni si
realizza, almeno in parte, un certo ricambio dei gruppi [famigliari].
Non tutti sono infatti destinati a vivere insieme, e uno scopo della
vicinanza tra famiglie potrebbe essere lo stimolo a trovare una propria
strada, che può essere molto diversa da come la si immaginava. (p. 77) Le
nuove famiglie non arrivano in comunità per amicizia, ma perché
intuiscono che quel progetto comunitario può andar bene per loro.
L’amicizia nasce successivamente come risultato della consuetudine e
della condivisione. La famiglia che si apre trova sostegno alla propria
esperienza e al proprio progetto di famiglia: trova un aiuto, anche
critico, per il proprio camino. (p. 65) Alcune
volte si può pensare che, nonostante molti anni di vita comune, si sia
allo stesso punto di quelli che sono rimasti a vivere in un normale
appartamento. E questo può sconcertare. Tuttavia
mentre i condòmini normali quando il vicino non è simpatico, tendono a
innalzare muri, a isolarsi, nella comunità delle famiglie si cerca di
non alzare barriere, perché il condominio vuole essere “solidale”.
(p. 70) Ruoli diversi E’
importante che ci siano figure che siano in grado di tessere dei fili
con il territorio circostante (quartiere, centri sociali, culturali,
religiosi), favorendo un circuito di conoscenza e di stima tra la
comunità e l’ambiente in cui essa vive, e dissipando i sospetti che
normalmente sorgono nel territorio quando nasce una nuova comunità. [Dunque]
l’importanza di figure che esercitino la leadership, che abbiano la
capacità di guardare avanti, di indicare nuovi obiettivi, di
entusiasmare attorno a un progetto, di richiamare le finalità ideali
d’origine. (p. 73) Il lavoro nella comunità Il
lavoro comune è una grande risorsa per la vita comunitaria tra le
famiglie; crea e rinsalda legami, esprime la cultura di un gruppo,
favorisce l’individuazione delle priorità. (p. 75) Ogni
comunità dovrà tendere ad una propria autosufficienza, anche
economica. (p. 102) L’autosufficienza
economica delle comunità, resa possibile dal lavoro e dal contributo di
tutti i membri, unitamente alle economie di scala, consente di coprire
tutte le spese di funzionamento, anche se quasi nessuno degli eventuali
ospiti [persone in difficoltà che la comunità è disponibile ad
accogliere] è portatore di rette [erogate da enti pubblici]. Ognuno
contribuisce secondo le proprie capacità e possibilità. (p. 87) Se
poi ci sono persone della comunità che hanno un lavoro normale
all’esterno, vanno trovate delle soluzioni, ad esempio forme di lavoro
part-time, che permettano a tutti di vivere almeno qualche lavoro in
comune. Il lavoro, a nostro avviso, non ha solo una funzione di
produzione di reddito (che rimane comunque prioritaria), ma riveste un
importante ruolo aggregante. (p. 75) Tutto
ciò che viene guadagnato attraverso il lavoro dei membri viene messo in
una cassa comune e all’inizio di ogni mese un tesoriere stacca una
assegno in bianco ad ogni “capo famiglia”, che provvede a prelevare
ciò che ritiene di aver bisogno per il proprio gruppo. (p. 10) Potrà
essere necessario formalizzare questo accordo per motivi
giuridico-economici. (p.98). Comunità diverse tra loro Non
c’è e non ci sarà una comunità ideale, fatta da famiglie perfette e
“capaci di vivere insieme”, ma quella limitata, realistica, sempre
provvisoria e fragile che sapremo fare, con le persone e le famiglie che
ci sono. (p. 92) Tra
le comunità ce ne saranno alcune strettamente legate [tra loro], altre
meno; altre con caratteristiche molto simili, altre più differenziate.
(p. 97) C’è
già nei fatti una certa apertura alla varietà delle forme, che è da
mettere in stretta relazione anzitutto con il ben-essere della famiglia.
Si accetta la situazione e il grado di partecipazione comunitaria che va
meglio per quella data famiglia in quel dato momento. (p. 96) C’è
una differenza tra una comunità laica [come le nostre] e una religiosa. L’
ASSOCIAZIONE TRA LE COMUNITA’ (A.C.F.) L’Associazione
aiuta e consente la nascita di comunità familiari, riproponendo in
chiave moderna la solidarietà della “corte” radicata in Lombardia.
(p.85) Un’entità giuridica L’Associazione
Comunità e Famiglia (ACF) raccorda le comunità, ed è formata da
alcuni membri rappresentativi delle comunità e da alcune persone che
non vivono nelle comunità ma sono vicine all’esperienza (perchè vi
hanno partecipato, perchè ne condividono parti, perché ne sono amici).
(p. 80) Si
tratta quindi di una entità giuridica (mentre le comunità sono un
patto tra persone), obbligatoriamente tenuta a certe logiche e regole
legali. (p. 93) L’adesione
è libera e aperta a tutti. L’Associazione è non-confessionale e
apolitica. (p. 94) Compiti dell’Associazione L’Associazione
si fa carico dei rapporti istituzionali (Regione, Comune, Caritas ecc.),
fiscali, giuridici e assicurativi. Garantisce
alle famiglie, ma anche verso l’esterno, la tenuta economica del
tutto. Cura
la salvaguardia di alcuni lavori marginali (quelli che la legge sul
volontariato consente), che permettono l’inserimento di disabili
accolti nelle famiglie. (p. 95). Rapporto
tra l’Associazione e le comunità L’Associazione
interviene [verso le comunità] come camera di compensazione degli
aspetti economici, attraverso le forme possibili e ritenute più adatte.
Cerca di individuare i motivi di eventuali deficit, e in ogni caso
richiama tutti alla sobrietà. (p. 102) Le
comunità devono occuparsi di vivere, e vivere bene il proprio cammino;
ogni famiglia deve occuparsi prioritariamente di vivere come famiglia.
L’Associazione, quindi, toglie alcune preoccupazioni, toglie parte
delle responsabilità proprio per favorire la spontaneità, la creatività
di chi vive nelle comunità, per consentire che la gente possa
continuare a dedicarsi ad essere famiglia e comunità. (p. 95) L’Associazione
deve dire poco alle comunità, sono loro che devono parlare di sé; ci
deve essere un gelosa difesa degli spazi di azione; l’Associazione non
deve dire come le comunità devono vivere o cosa devono fare, o
risolvere i problemi spiccioli, ma deve cercare di dare il senso del
tutto. E,
forse, può e deve intervenire, quando le comunità non riescono
autonomamente a risolvere determinati problemi o certe tensioni. (p. 91) Non
è detto che tutte le comunità siano espressione diretta
dell’Associazione; alcune certamente sì, ma altre potrebbero essere
solo aiutate a partire e poi lasciate crescere in completa autonomia.
(p. 96) Princìpi dell’Associazione Per l‘Associazione tre sono i
pilastri principali: -
l’apertura (religiosa, ideologica, razziale, economica) -
la condivisione di vita e di beni -
la cassa comune I mattoni di questi pilastri sono: -
la tolleranza nonostante le diversità -
la sovranità familiare (economica e decisionale) -
l’autogestione (l’assegno in bianco) (p. 87) Ciò
che l’Associazione tutela è il cuore dell’esperienza, mentre le
forme e i modi (il lavoro comune, il tipo di accoglienza ecc.) sono
cercate dalle comunità. (p. 96) Il
fine ultimo dell’Associazione e delle comunità è la vita e il
bene-essere delle famiglie e dei gruppi [comunitari]. (p. 92) Il
corsivo iniziale e il testo qui sopra è tratto da Bruno Volpi, Elio
Meloni, “Vivere con la porta aperta” ed EDB,1997 (scelta di brani,
liberamente ordinati e con qualche lieve adattamento di legame) UNA
REALTA’ ALTERNATIVA NON
ANTAGONISTA ALL’ESISTENTE Non
c'è cosa più lontana dalle intenzioni di chi ha dato vita ai Condomini
Solidali di voler costituire un esempio per il resto della società. Il
Condominio Solidale non si vuole proporre come una moderna isola di
utopia, che, come dice il suo stesso nome, è un "non luogo",
un mondo perfetto proprio perché esistente solo nella fantasia di
qualche visionario. Anche perché certi progetti di mondi in cui tutto
dovrebbe funzionare come un meccanismo ben oliato ricordano, pur-
troppo, alcune concretissime e mal funzionanti realtà totalitarie. Se
si volesse trovare un'altra definizione per il Condominio Solidale,
invece che di modello si potrebbe parlare di testimonianza. Ogni
famiglia e ogni persona che vive l'esperienza del Condominio cerca una
via diversa rispetto alla grande autostrada percorsa a tutta velocità
dalla società moderna. E a chi, invece, conduce una vita tutta
orientata al fare e al produrre, ma al tempo stesso ne avverte la
drammatica mancanza di senso, la ricerca del Condominio testimonia la
possibilità di vivere in modo diverso. Non
in un altro mondo o in un'utopia irrealizzabile, ma qui e ora. In questa
dinamica, il Condominio Solidale non si presenta come una realtà
antagonista rispetto al mondo circostante, ma non vuole neanche
rinunciare ad avere un ruolo alternativo. Il
Condominio solidale vive quindi in un rapporto dialettico e aperto con
la società. Con il suo essere altro, semina dubbi nelle certezze più
cristalline. E invita a non dimenticare l'esistenza deIl’altro: il
debole, l'emarginato, l'escluso, figure che oggi, nel nostro mondo,
rischiano di essere drammaticamente invisibili. Da
“L’esperienza del Condominio Solidale” a cura della Provincia di
Milano,
ed. Cartusia, 1999 , cit.
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