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L’IDEA del “CONDOMINIO SOLIDALE”

 Ogni costruzione di società, come ogni suo cambiamento, non può avvenire che attraverso luoghi in cui si diventa amici, si condivide un’esperienza umana totale, si cerca insieme il senso della vita e, soprattutto, si costruiscono relazioni. Questo luogo noi lo chiamiamo “condominio solidale” piuttosto che comunità, per non usare parole troppo impegnative e inflazionate.

In Lombardia, e altrove, la “corte” [ampio spazio di uso comune interno alle cascine agricole] era una realtà molto importante per la sopravvivenza delle famiglie, in quanto viveva di piccoli gesti di solidarietà quotidiana; ora si tratta di farla rivivere con regole nuove, poche, ma fondamentali.  

 

Come nasce un Condominio Solidale

 

I Condomini Solidali fanno parte dell'Associazione Comunità e Famiglia, ma ciascuno di essi è assolutamente indipendente, libero di darsi forme e regole specifiche, coerenti con il proprio sviluppo.

 

La nascita di un Condominio avviene per due diversi processi di aggregazione: dall'alto e dal basso.

Dall'alto, perché è l'Associazione Comunità e Famiglia a identificare le aree dismesse in cui può sorgere un altro Condominio, ad acquistare l'area (o a farsela affidare in comodato) e ad assegnare poi le abitazioni alle singole famiglie.

Dal basso, perché ogni Condominio nasce in base a un patto di mutuo soccorso che unisce un gruppo di famiglie intorno a un progetto comune.

 

Il patto non presuppone un'assoluta identità di vedute; al contrario, nasce proprio per rispettare la diversità dei punti di vista.

E’ ovvio che il messaggio cristiano è fortemente presente nella vita della comunità ed è alla radice di molte scelte personali e familiari, ma la laicità del Condominio è proprio ciò che gli consente di essere quanto più possibile aperto verso l'esterno.

 

Vivere insieme non vuol dire rinunciare alla privacy.

Ecco perché nel patto di un Condominio può addirittura esserci scritto: "Farò di tutto per non farti sentire i miei occhi addosso". E, al tempo stesso, nel contratto possono essere indicati momenti di vita associata.

La stessa storia di ogni comunità - come la storia di ogni persona    di questo mondo - non è priva di errori, di sentieri percorsi per un tratto, abbandonati e ripresi.

 

Il patto economico

Il patto tra le famiglie prevede la condivisione di un modello economico molto semplice nei principi ma, almeno se paragonato ai meccanismi della nostra società, molto impegnativo, nella prassi quotidiana.

Ne costituiscono i pilastri la sobrietà e l'autosufficienza.

 

La sobrietà è il rifiuto dei beni non necessari e quindi del lavoro forsennato per ottenerli. Questo atteggiamento promuove il tempo libero, non inteso come ulteriore momento di consumo, ma come tempo liberato dalle. necessità materiali per soddisfare invece le più stringenti necessità spirituali. Sobrietà vuol dire anche un'attenzione volta al recupero di tutto ciò che è recuperabile o riciclabile e, più ampiamente, un rispetto per l'ambiente, visto non come una cassaforte di materie prime, ma come un organismo vivente.

 

L’autosufficienza nasce dal rifiuto dell'assistenzialismo (per le persone "accolte" nel Condominio, del resto, nessuno - privati o istituzioni - paga alcuna retta) ed è un po' il banco di prova per verificare se il meccanismo funziona oppure no. E chiaro che il funzionamento deve,essere assicurato da tutti i componenti del Condominio. Ognuno di essi deve fare qualcosa e deve dare qualcosa alla comunità, ovviamente secondo le proprie possibilità.

 

Molti lavorano all'interno delle diverse attività del Condominio (soprattutto quelle relative allo sgombero di aziende, magazzini e appartamenti, da sempre, attività primaria dei Condomini Solidali). Altri invece, svolgono un "normale" lavoro esterno. Tutti i soldi guadagnati da tutti finiscono però nella cassa comune. E tutti, ogni mese, hanno diritto a un assegno in bianco, che ognuno compila in base alle proprie necessità.

E’ chiaro che una famiglia giovane e numerosa ha bisogno di una cifra diversa rispetto a un nucleo più anziano. Nessuno, però, controlla nessuno, né può sapere quale cifra si è assegnata ciascuna famiglia. Finora non ci sono mai stati problemi.

Se a molti questa potrà sembrare un'utopia, è però un'utopia che funziona.

 

L’apertura verso l’esterno

 

L'apertura del Condominio Solidale verso l'esterno produce dei benefici per l'intero luogo circostante. E questo non solo. per la riqualificazione delle aree degradate o per il lavoro in campo ambientale, ma anche e soprattutto perché crea intensi momenti di socializzazione.

 

Alcuni Condomini Solidali collaborano tra loro in una attività di sgombero e riutilizzo di materiali di ogni genere, mobilio, abiti, libri, elettrodomestici, ecc su richiesta di privati, aziende, enti pubblici. L’iniziativa è definita “Città del Riuso”.

Una fitta rete di rapporti già li uniscono ad associazioni e a istituzioni; una rete che si sta sempre più allargando e consolidando.

E’ previsto un rapporto di stretta collaborazione con la Provincia di Milano, Settore Ambiente, proprio per le particolari valenze ambientalistiche del progetto.

Un'altra convenzione è stata stipulata con il Comune di Cambiago (MI) per la raccolta differenziata porta a porta di materiali riutilizzabili, su richiesta di privati.

E' in atto, anche, un accordo con l'AMSA (Azienda Municipalizzata per i Servizi Ambientali) di Milano per il conferimento nei centri di raccolta autorizzati di quella parte dei materiali raccolti dalla “Città del riuso” che non può essere riutilizzata.

 

Intenso è anche il rapporto con tutte quelle istituzioni che si occupano di persone portatrici di problemi e che ne curano l'affidamento alle famiglie dei diversi Condomini Solidali. Vale la pena chiarire che è con la singola famiglia che il progetto di affido viene concordato, e non con l'Associazione Comunità e Famiglia. La famiglia è direttamente responsabile delle scelte operate. La persona accolta diventa così protagonista di un processo di responsabilizzazione volto a restituirle libertà e dignità.

 

Il Condominio Solidale può divenire un vero e proprio centro sociale autogestito, che non ha alcun costo per la collettività, ma che addirittura la arricchisce dal punto di vista umano e delle relazioni interpersonali.

 

Il testo precedente è tratto da “L’esperienza del Condominio Solidale” a cura della Provincia di Milano, Assessorato dell’Ambiente e Risorse Naturali, ed. Cartusia, 1999 (scelta di brani, liberamente ordinati e con qualche lieve adattamento di legame)

 

LA STRUTTURA

 

LA FAMIGLIA

 

Il fine è l’aiuto e la solidarietà tra le famiglie. (p. 9)

 

Ogni gruppo [famigliare] ha un proprio spazio-appartamento, compresa la cucina, e stabilisce autonomamente la propria conduzione. (p. 10)

 

Vanno salvaguardati gli spazi privati, dove possono realizzarsi gli incontri intimi dei membri della famiglia, in particolare dei due coniugi. (p. 70)

 

E’ la famiglia che decide i tempi e i modi della sua apertura agli altri. La comunità non è un fine, ma il mezzo che noi abbiamo scoperto per permettere alle famiglie di realizzare il proprio progetto di vita. (p. 17)

 

IL CONDOMINIO / COMUNITA’

 

Ciò a cui si tende è la comunità, ma la realtà di oggi è il “condominio solidale”. (p. 70)

 

La famiglia nella comunità

 

Quando ci sentiamo dire: “Voi non siete un’associazione di volontariato, ma un’associazione di mutuo soccorso”, non lo recepiamo come un insulto o una diminuzione di status; avvertiamo piuttosto il limite del dettato legislativo, ma anche della mentalità di chi lo interpreta. (p. 40)

Le famiglie di ogni comunità, attraverso un patto liberamente sottoscritto, costituiscono un’associazione di mutuo soccorso. (p.98)

La comunità non è un fine, ma un mezzo. (p. 92)

 

Così come sono sovrane le famiglie, altrettanto vale per le comunità. Pensiamo a comunità  “laboratorio”, aperte alle persone e alle idee. (p.95)

 

Ogni nucleo familiare ha propri spazi e forme di accoglienza, ricevendo nel contempo l’aiuto e l’appoggio morale e materiale della comunità, che consente di non essere soli nell’affrontare le situazioni; la famiglia è sovrana , ma non sola. (p. 86)

 

E’ importante, per esempio, che le famiglie sappiano coalizzarsi di fronte a determinati bisogni, e che molti accorrano quando questi sorgono, ad esempio quando una famiglia deve cambiare casa, o quando c’è da fare un lavoro più impegnativo del solito, o in occasione di lavori di ristrutturazione degli spazi particolarmente impegnativi. (p. 75)

 

Nella comunità possiamo avere: un nucleo di famiglie e persone [singole] che vivono nella stessa casa; un nucleo di persone che lavorano insieme; alcuni che fanno lavori esterni; alcune famiglie che vivono fuori. (p. 97)

 

Le diversità

 

La vicinanza tra diversi ha un grande valore pedagogico. [...] Questo non esclude la possibilità di una critica tra le famiglie, di una dialettica, che aiuti ciascun gruppo [famigliare] a definirsi. Ed è anche possibile che questo porti una famiglia a capire che la propria strada non è destinata a realizzarsi in quella comunità, con quelle persone. (p. 74)

 

La consapevolezza che le diversità non sono irriducibili, ma costituiscono una ricchezza se accompagnate dalla reciproca comprensione, o almeno dalla reciproca tolleranza, porta a scoraggiare ogni atteggiamento di attacco alla altrui diversità. (p. 100)

 

Nessuno pensa che le comunità possano essere luoghi senza problemi e tensioni, dove la fiducia non venga mai essa alla prova; ma possono e devono essere un luogo dove ci si aiuta, appunto, a fidarsi e a stare insieme. Il cammino è quello di imparare l’arte di affrontare insieme le questioni. (p. 101)

 

Una famiglia che non riesce a fidarsi degli altri è bene che cerchi di rivedere il proprio atteggiamento, o che verifichi se è meglio intraprendere un cammino da sola. (p. 101)

 

La comunità delle famiglie sta bene quando si notano frequentemente segni di cambiamento. Quando ad esempio avviene una certa rotazione degli spazi abitativi, quando cioè le famiglie si riorganizzano i base alle mutate esigenze, a seconda dei figli che crescono, di persone che vengono ospitate ecc., e sanno scambiarsi e cedersi, entro limiti ragionevoli, alcuni spazi. (p. 76)

 

Nel complesso una comunità di famiglie vive bene se nel corso degli anni si realizza, almeno in parte, un certo ricambio dei gruppi [famigliari]. Non tutti sono infatti destinati a vivere insieme, e uno scopo della vicinanza tra famiglie potrebbe essere lo stimolo a trovare una propria strada, che può essere molto diversa da come la si immaginava. (p. 77)

 

Le nuove famiglie non arrivano in comunità per amicizia, ma perché intuiscono che quel progetto comunitario può andar bene per loro. L’amicizia nasce successivamente come risultato della consuetudine e della condivisione. La famiglia che si apre trova sostegno alla propria esperienza e al proprio progetto di famiglia: trova un aiuto, anche critico, per il proprio camino. (p. 65)

 

Alcune volte si può pensare che, nonostante molti anni di vita comune, si sia allo stesso punto di quelli che sono rimasti a vivere in un normale appartamento. E questo può sconcertare.

Tuttavia mentre i condòmini normali quando il vicino non è simpatico, tendono a innalzare muri, a isolarsi, nella comunità delle famiglie si cerca di non alzare barriere, perché il condominio vuole essere “solidale”. (p. 70)

 

Ruoli diversi

 

E’ importante che ci siano figure che siano in grado di tessere dei fili con il territorio circostante (quartiere, centri sociali, culturali, religiosi), favorendo un circuito di conoscenza e di stima tra la comunità e l’ambiente in cui essa vive, e dissipando i sospetti che normalmente sorgono nel territorio quando nasce una nuova comunità.

[Dunque] l’importanza di figure che esercitino la leadership, che abbiano la capacità di guardare avanti, di indicare nuovi obiettivi, di entusiasmare attorno a un progetto, di richiamare le finalità ideali d’origine. (p. 73)

 

Il lavoro nella comunità

 

Il lavoro comune è una grande risorsa per la vita comunitaria tra le famiglie; crea e rinsalda legami, esprime la cultura di un gruppo, favorisce l’individuazione delle priorità. (p. 75)

 

Ogni comunità dovrà tendere ad una propria autosufficienza, anche economica. (p. 102)

 

L’autosufficienza economica delle comunità, resa possibile dal lavoro e dal contributo di tutti i membri, unitamente alle economie di scala, consente di coprire tutte le spese di funzionamento, anche se quasi nessuno degli eventuali ospiti [persone in difficoltà che la comunità è disponibile ad accogliere] è portatore di rette [erogate da enti pubblici]. Ognuno contribuisce secondo le proprie capacità e possibilità. (p. 87)

 

Se poi ci sono persone della comunità che hanno un lavoro normale all’esterno, vanno trovate delle soluzioni, ad esempio forme di lavoro part-time, che permettano a tutti di vivere almeno qualche lavoro in comune. Il lavoro, a nostro avviso, non ha solo una funzione di produzione di reddito (che rimane comunque prioritaria), ma riveste un importante ruolo aggregante. (p. 75)

 

Tutto ciò che viene guadagnato attraverso il lavoro dei membri viene messo in una cassa comune e all’inizio di ogni mese un tesoriere stacca una assegno in bianco ad ogni “capo famiglia”, che provvede a prelevare ciò che ritiene di aver bisogno per il proprio gruppo. (p. 10)

 

Potrà essere necessario formalizzare questo accordo per motivi giuridico-economici. (p.98).

 

Comunità diverse tra loro

 

Non c’è e non ci sarà una comunità ideale, fatta da famiglie perfette e “capaci di vivere insieme”, ma quella limitata, realistica, sempre provvisoria e fragile che sapremo fare, con le persone e le famiglie che ci sono. (p. 92)

 

Tra le comunità ce ne saranno alcune strettamente legate [tra loro], altre meno; altre con caratteristiche molto simili, altre più differenziate. (p. 97)

 

C’è già nei fatti una certa apertura alla varietà delle forme, che è da mettere in stretta relazione anzitutto con il ben-essere della famiglia. Si accetta la situazione e il grado di partecipazione comunitaria che va meglio per quella data famiglia in quel dato momento. (p. 96)

 

C’è una differenza tra una comunità laica [come le nostre] e una religiosa.

 

L’ ASSOCIAZIONE TRA LE COMUNITA’ (A.C.F.)

 

L’Associazione aiuta e consente la nascita di comunità familiari, riproponendo in chiave moderna la solidarietà della “corte” radicata in Lombardia. (p.85)

 

Un’entità giuridica

 

L’Associazione Comunità e Famiglia (ACF) raccorda le comunità, ed è formata da alcuni membri rappresentativi delle comunità e da alcune persone che non vivono nelle comunità ma sono vicine all’esperienza (perchè vi hanno partecipato, perchè ne condividono parti, perché ne sono amici). (p. 80)

 

Si tratta quindi di una entità giuridica (mentre le comunità sono un patto tra persone), obbligatoriamente tenuta a certe logiche e regole legali. (p. 93)

 

L’adesione è libera e aperta a tutti. L’Associazione è non-confessionale e apolitica. (p. 94)

 

Compiti dell’Associazione

 

L’Associazione si fa carico dei rapporti istituzionali (Regione, Comune, Caritas ecc.), fiscali, giuridici e assicurativi.

Garantisce alle famiglie, ma anche verso l’esterno, la tenuta economica del tutto.

Cura la salvaguardia di alcuni lavori marginali (quelli che la legge sul volontariato consente), che permettono l’inserimento di disabili accolti nelle famiglie. (p. 95).

 

Rapporto tra l’Associazione e le comunità

 

L’Associazione interviene [verso le comunità] come camera di compensazione degli aspetti economici, attraverso le forme possibili e ritenute più adatte. Cerca di individuare i motivi di eventuali deficit, e in ogni caso richiama tutti alla sobrietà. (p. 102)

 

Le comunità devono occuparsi di vivere, e vivere bene il proprio cammino; ogni famiglia deve occuparsi prioritariamente di vivere come famiglia. L’Associazione, quindi, toglie alcune preoccupazioni, toglie parte delle responsabilità proprio per favorire la spontaneità, la creatività di chi vive nelle comunità, per consentire che la gente possa continuare a dedicarsi ad essere famiglia e comunità. (p. 95)

 

L’Associazione deve dire poco alle comunità, sono loro che devono parlare di sé; ci deve essere un gelosa difesa degli spazi di azione; l’Associazione non deve dire come le comunità devono vivere o cosa devono fare, o risolvere i problemi spiccioli, ma deve cercare di dare il senso del tutto.

E, forse, può e deve intervenire, quando le comunità non riescono autonomamente a risolvere determinati problemi o certe tensioni. (p. 91)

 

Non è detto che tutte le comunità siano espressione diretta dell’Associazione; alcune certamente sì, ma altre potrebbero essere solo aiutate a partire e poi lasciate crescere in completa autonomia. (p. 96)

 

Princìpi dell’Associazione

 

Per l‘Associazione tre sono i pilastri principali:

- l’apertura (religiosa, ideologica, razziale, economica)

- la condivisione di vita e di beni

- la cassa comune

I mattoni di questi pilastri sono:

- la tolleranza nonostante le diversità

- la sovranità familiare (economica e decisionale)

- l’autogestione (l’assegno in bianco) (p. 87)

 

Ciò che l’Associazione tutela è il cuore dell’esperienza, mentre le forme e i modi (il lavoro comune, il tipo di accoglienza ecc.) sono cercate dalle comunità. (p. 96)

 

Il fine ultimo dell’Associazione e delle comunità è la vita e il bene-essere delle famiglie e dei gruppi [comunitari]. (p. 92)

 

Il corsivo iniziale e il testo qui sopra è tratto da Bruno Volpi, Elio Meloni, “Vivere con la porta aperta” ed EDB,1997 (scelta di brani, liberamente ordinati e con qualche lieve adattamento di legame)

 

 

UNA REALTA’ ALTERNATIVA

NON ANTAGONISTA ALL’ESISTENTE

 

Non c'è cosa più lontana dalle intenzioni di chi ha dato vita ai Condomini Solidali di voler costituire un esempio per il resto della società.

 

Il Condominio Solidale non si vuole proporre come una moderna isola di utopia, che, come dice il suo stesso nome, è un "non luogo", un mondo perfetto proprio perché esistente solo nella fantasia di qualche visionario. Anche perché certi progetti di mondi in cui tutto dovrebbe funzionare come un meccanismo ben oliato ricordano, pur- troppo, alcune concretissime e mal funzionanti realtà totalitarie.

 

Se si volesse trovare un'altra definizione per il Condominio Solidale, invece che di modello si potrebbe parlare di testimonianza.

Ogni famiglia e ogni persona che vive l'esperienza del Condominio cerca una via diversa rispetto alla grande autostrada percorsa a tutta velocità dalla società moderna. E a chi, invece, conduce una vita tutta orientata al fare e al produrre, ma al tempo stesso ne avverte la drammatica mancanza di senso, la ricerca del Condominio testimonia la possibilità di vivere in modo diverso.

Non in un altro mondo o in un'utopia irrealizzabile, ma qui e ora. In questa dinamica, il Condominio Solidale non si presenta come una realtà antagonista rispetto al mondo circostante, ma non vuole neanche rinunciare ad avere un ruolo alternativo.

Il Condominio solidale vive quindi in un rapporto dialettico e aperto con la società. Con il suo essere altro, semina dubbi nelle certezze più cristalline. E invita a non dimenticare l'esistenza deIl’altro: il debole, l'emarginato, l'escluso, figure che oggi, nel nostro mondo, rischiano di essere drammaticamente invisibili.

 

Da “L’esperienza del Condominio Solidale” a cura della Provincia di Milano,  ed. Cartusia, 1999 , cit.

 

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